Il bambino di Platone

“Ogni volume è il frutto di anni di duro lavoro, notevoli esperienze e intense passioni”. Così si presenta la collana di Scuola Filosofica diretta da Giangiuseppe Pili (oggi docente alla Dublin City University), ospitata dall’editore Le Due Torri di Bologna. E così è anche questo nuovo affascinante lavoro, Il bambino di Platone, “risultato di una grande visione di fondo e di un impegno puntuale vissuto giorno per giorno”.

In questo libro infatti psicologi e filosofi del calibro di Francesco Margoni, curatore del volume, Luca Surian, che ha scritto la prefazione, Dario Bacchini, Simona Caravita, Sonia Cosio, Grazia De Angelis, Carla Sabatti, danno vita a un vero e proprio tavolo di confronto sull’origine e lo sviluppo della cognizione morale, fornendo inoltre una panoramica aggiornatissima sugli avanzamenti della ricerca in materia.

Ma – bisogna dire subito – il libro non è scritto per soli addetti ai lavori. Gli Autori tengono infatti a precisare che l’intento del loro impegno editoriale è quello di offrire strumenti utili a chi ha a che fare quotidianamente con i più giovani, come educatori, maestri, genitori e non solo, perché è sì vero che i temi e le questioni trattate hanno una “profonda rilevanza filosofica”, ma allo stesso tempo – e forse proprio per questo – riguardano da vicino gli aspetti pratici dell’esperienza di ciascuno di noi in relazione agli altri esseri, umani e non.

Come il capitolo di apertura, “Obbedienza all’autorità e valori morali”, firmato dallo stesso Margoni, che fornisce spunti di riflessione e prospettive operative non per niente scontate a chi si trova a dover affrontare fenomeni attualissimi e fin troppo diffusi come il bullismo, solo per fare un esempio, ai quali stiamo ancora cercando di dare risposte concrete. Confermando le precoci capacità dei bambini, sin dalla prima infanzia, di comprendere le regole fondamentali del rapporto sociale tra dominanti e subordinati, le ricerce più recenti rivelano infatti che:

“Già verso l’anno e mezzo il bambino è in grado di distinguere tra una forma di dominanza o potere basata sull’uso della forza fisica e della violenza e una forma di dominanza, che chiamiamo leadership o autorità, caratterizzata invece dalla spontanea tendenza degli individui subordinati a rispettare come legittima o giusta la fonte del potere e ad assecondarne la volontà. I bambini si aspettano che, in assenza della figura di potere, i subordinati obbediscano all’autorità ma non al dominante che prevale usando la forza fisica. Mentre l’autorità viene obbedita perché legittima, il dominante che usa la violenza come unico mezzo d’imposizione sul prossimo non ha la capacità di instillare un senso di dovere morale nel subordinato.”

A sua volta Luca Surian, docente all’Università di Trento, passa in rassegna i lavori sperimentali più significativi (alcuni dei quali condotti nel suo stesso laboratorio) sull’origine e lo sviluppo dei giudizi sulla giustizia distributiva, uno dei problemi centrali della psicologia morale. Anche in questo caso ci stiamo rendendo sempre più conto che “la capacità di assegnare una valenza positiva o negativa alle azioni distributive compiute verso terzi emerge molto prima di quanto affermano le teorie classiche” e che le competenze di base in questro frangente sarebbero “il risultato di un adattamento filogenetico funzionale alla promozione dell’attività cooperativa”.

Simona Caravita, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore, insieme alla giovanissima studiosa Carla Sabatti, cala il lettore ancora di più nella realtà quotidiana analizzando le dinamiche della condotta aggressiva, prendendo in cosiderazione non solo l’aspetto “immorale” ma anche gli elementi cognitivi, emotivi e motivazionali, unitamente ai fattori di contesto. “Il fenomeno del bullismo in età evolutiva – spiegano le ricercatrici – è un’occasione di studio delle relazioni tra moralità e comportamento sociale […] Il quadro che emerge evidenzia che solo l’adozione di un approccio multidimensionale allo studio della moralità consente di comprendere perché il giudizio morale e la decisione di come sia giusto comportarsi non siano sufficienti a spiegare le azioni d’ognuno”.

Non mancano capitoli utili per un quadro di riferimento storico in materia, come quello sulla comprensione della distinzione tra norme morali e non morali, firmato da Grazia De Angelis, docente all’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, che ripercorre le tappe del pensiero umano dalla classica distinzione tra nomos e physis dei Greci del V secolo a.C. alla “morale post-convenzionale” di Kohlberg, fino alla “teoria degli ambiti” di Turiel, che offre una visione complessa dell’esperienza sociale e delle norme che la regolano. O quello di Sonia Cosio, ricercatore all’Università San Raffaele di Milano, sulla pedagogia kantiana alla luce della filosofia morale del filosofo di Königsberg, che “ruota intorno al concetto chiave del rispetto”.

Altrettanto interessante, infine, il lavoro di Dario Bacchini, docente all’Università di Napoli Federico II, sul contributo della psicologia al dibattito sul rapporto tra moralità e religione, a partire dai primi contributi di matrice psicoanalitica, che interpretavano sia il sentimento religioso che la moralità umana in termini di “costruzioni culturali con la funzione di inibire l’espressione dei desideri primitivi”, alle più recenti ricerche influenzate dal paradigma evoluzionistico, che individuano una “funzione adattiva” di religione e morale quale “espressione di meccanismi e processi innati”.

Se qualcuno si chiedesse il perché del titolo del libro, non abbiamo spiegazione migliore di quella che ne dà il suo curatore in apertura di volume:

“Una delle conseguenze dell’introduzione di nuovi metodi per lo studio empirico e sperimentale della psicologia dei bambini molto piccoli, e della successiva scoperta di una serie di competenze e conoscenze nella prima infanzia, è il rafforzamento della prospettiva nativista, o innatista, secondo la quale l’uomo nasce con una serie di moduli mentali e meccanismi di apprendimento specifici per ambito di conoscenza o funzione, selezionati durante l’evoluzione della specie, che permettono la rapida acquisizione di conoscenze e abilità. Il bambino la cui mente è oggi studiata dalle scienze cognitive, per tutte le cose che ‘ricorda’, sembra dunque provenire da oltre la volta del cielo, dall’Iperuranio di cui immaginava quello con le spalle tanto larghe da tenere sulla schiena l’intero pensiero filosofico occidentale – è il bambino di Platone!”

Francesco Margoni è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento. È laureato in psicologia e in filosofia, e ha conseguito un dottorato di ricerca in psicologia dello sviluppo. Si interessa principalmente di indagare quali sono le concezioni di autorità e giustizia possedute dai bambini nella prima infanzia, quali meccanismi cognitivi spiegano l’acquisizione e lo sviluppo nell’individuo dei concetti morali e come il giudizio morale cambia con l’invecchiamento.

Il libro:

Francesco Margoni (a cura di), “Il bambino di Platone”, Le Due Torri editore, 2018

Featured image credits: ESB Professional. Portrait of happy kid playing upside down outdoors in summer park. Shutterstock.com

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