Lo sviluppo dell’approvazione morale

Eccoci di fronte all’uomo buono. Ma, per un momento, non consideriamone la moralità, o la banalità, o l’eccezione, o l’idiozia, o la sua necessità in un sistema sociale ordinato… Consideriamo, invece, sotto la lente oggettiva o quasi-oggettiva della scienza, quali elementi noi prendiamo in esame per definirlo “moralmente buono” e quale sia lo sviluppo ontogenetico di questa capacità di giudizio.

Non è necessario dilungarsi per capire che generalmente attribuiamo la proprietà della bontà morale a colui che aiuta il prossimo in maniera disinteressata. E, tuttavia, sono state avanzate diverse teorie filosofiche, le quali si differenziano tra loro per i peso attribuito all’intenzione che guida l’azione dell’individuo e alle conseguenze dell’azione.

Secondo la posizione cosiddetta deontologica, non dovremmo prendere in considerazione le conseguenze dell’azione. Maggiore peso è invece da accordarsi all’intenzione o al rispetto stesso della regola morale. Secondo una posizione opposta, utilitarista o consequenzialista, la bontà morale deve essere invece attribuita in riferimento agli effetti dell’azione. Ad esempio, deve essere giudicato giusto ciò che aumenta ricchezza e benessere per la maggior parte degli individui appartenenti a una data comunità.

Da parte sua, la psicologia sperimentale, per lo più all’interno dell’indagine sullo sviluppo del ragionamento umano, si è occupata di chiarire come di fatto le persone considerano i due elementi cruciali, intenzione e conseguenza, nel momento in cui elaborano un giudizio morale. Gran parte della ricerca su questo tema si è incentrata sul giudizio di condanna morale. Sembrerebbe che, di norma, gli adulti considerino per lo più le intenzioni. Sicché, se Caio uccide il fratello con intenzione, o se prova ad ucciderlo senza però riuscirvi, risulterà moralmente condannabile. Diversamente, se Caio, passeggiando nell’orto di famiglia, assorto nella contemplazione della primavera, inciampa disgraziatamente in una radice esposta e uccide il fratello con una zappata in testa, allora difficilmente lo si riterrà una cattiva persona.

I bambini, però, almeno quelli di età inferiore ai cinque anni, se interrogati su casi simili, ragionano in maniera diversa. Per loro, ciò che importa è la conseguenza, cosicché colui il quale danneggia accidentalmente il prossimo è condannabile tanto quanto o più rispetto a colui che tenta di danneggiare pur non riuscendovi (Margoni & Surian, 2016a; vedi anche Margoni & Surian, 2016b per una rassegna sul giudizio morale nei bambini con autismo).

Una recente pubblicazione, firmata dai ricercatori dell’Università di Trento Francesco Margoni e Luca Surian, per la prima volta chiarisce quale sia lo sviluppo a cui va incontro il giudizio di approvazione morale (Margoni & Surian, 2017). Non siamo più, per tanto, sotto l’ombra cupa di Caino. I ricercatori hanno infatti intervistato più di 400 bambini, dai quattro agli otto anni, chiedendo loro di giudicare la bontà di alcuni personaggi protagonisti di storielle di aiuto accidentale (qualcuno aiuta pur senza volerlo) e aiuto tentato ma non riuscito (qualcuno vuole aiutare ma, per cause a lui esterne, la sua intenzione non si risolve).

I risultati sono netti: non solo quando si tratta di giudicare la cattiveria morale, ma anche quando si tratta di giudicare la bontà morale, i bambini piccoli, di quattro anni, pesano più le conseguenze e meno le intenzioni rispetto ai bambini più grandi, dai cinque o sei anni in su. Durante l’età prescolare, dunque, il ragionamento morale subisce un cambiamento radicale.

A cosa è dovuto questo cambiamento? È possibile avanzare almeno due ipotesi. Secondo una prima spiegazione, attorno ai cinque anni avverrebbe un cambiamento nel concetto di cattiveria (o bontà) morale (Cushman et al., 2013). Con lo sviluppo emergerebbe un nuovo concetto, basato sulle intenzioni (Caino è cattivo se ha intenzioni malvagie), totalmente differenze e anzi incommensurabile al concetto precedente, basato invece sulle conseguenze.

Non è casuale il riferimento all’incommensurabilità, dal momento che chi propone a spiegazione dello sviluppo della cognizione del bambino il “cambiamento concettuale” (cfr. gli scritti di Susan Carey; es. Carey, 2009), trae il parallelismo tra la storia individuale e psicologica di ognuno e la storia della scienza così come questa è ricostruita da Thomas Kuhn, noto filosofo della scienza. Quello che più interessa l’educatore, qui, è che se il bambino piccolo non ha gli strumenti concettuali dell’adulto, difficilmente riuscirà a comprendere il suo insegnamento morale. Non è possibile dare una lezione morale ad un bambino di quattro anni insistendo sul ruolo delle intenzioni nel generale le azioni. Questo perché egli ragiona con un “vocabolario concettuale” profondamente diverso rispetto al nostro.

Una seconda ipotesi, difesa nel lavoro di Margoni e Surian (2017), è che non vi sia affatto un cambiamento concettuale interno al dominio della morale. Il bambino piccolo sarebbe già in possesso di un concetto di cattiveria o bontà morale basato sulle intenzioni, solamente incontrerebbe delle difficoltà ad esprimere verbalmente, con un giudizio esplicito e controllato, la sua comprensione o elaborazione latente. Sappiamo, infatti, che durante l’età prescolare si sviluppano una serie di abilità cognitive generali come ad esempio la capacità di comprendere le azioni altrui attribuendole a persone dotate di intenzioni (la cosiddetta ‘teoria della mente’) e, qui centralmente, quell’insieme di capacità di controllo del comportamento che in gergo tecnico prende il nome di funzioni esecutive.

La capacità di inibire la risposta sbagliata ma in determinati contesti saliente, e selezionare la risposta giusta, è un’abilità che nel bambino evolve lentamente. Proprio durante l’età prescolare possiamo pensare, allora, che il graduale sviluppo di questa abilità cognitiva generale produca, come effetto secondario, un cambiamento nel ragionamento morale.

A supporto di questa descrizione del decorso evolutivo del giudizio morale, è possibile ricordare quegli studi che hanno dimostrato come già durante la prima infanzia il bimbo mostra di possedere la capacità di giudicare e comprendere situazioni morali prendendo in considerazione l’intenzione degli attori, quando questa capacità è indagata per mezzo di misure non verbali (il bimbo non viene interrogato). Ad esempio, infanti di otto mesi preferiscono un pupazzo che aiuta ad uno che, senza ragione, ostacola un altro pupazzo nel conseguimento del suo obiettivo (es. aprire una scotola), ma non preferiscono chi riesce ad aiutare a chi tenta ma non riesce ad aiutare, mostrando così di valutare positivamente anche la semplice intenzione del pupazzo (vedi Hamlin, 2013).

La capacità di elaborare e utilizzare le intenzioni nel contesto di una valutazione che potremmo definire morale (pur con le riserve di cui qui non discuto) è dunque presente sin dal primo anno di vita, e non si vede perché non dovrebbe essere presente anche nei bambini di quattro anni. La possibilità di sfruttare a pieno questa abilità nel momento in cui ci si trova a dover formulare verbalmente un giudizio, invece, è legata allo sviluppo più lento di capacità generali.

Il lavoro dei ricercatori dell’Università di Trento pubblicato su Cognitive Development getta nuova luce sullo sviluppo del giudizio di approvazione morale e sfida la teoria del cambiamento concettuale nel dominio della morale, pur nella consapevolezza che maggiore attenzione dovrà in futuro essere posta alla verifica sperimentale delle ipotesi avanzate a spiegazione dello sviluppo della cognizione morale, prima che un consenso possa essere raggiunto nella comunità scientifica.

Lo studio:

Francesco Margoni, Luca Surian, “Children’s intention-based moral judgments of helping agents”, Cognitive Development, Volume 41, January–March 2017, Pages 46–64, http://dx.doi.org/10.1016/j.cogdev.2016.12.001

Bibliografia minima:

  1. Carey, S. (2009). The origin of concepts. New York: Oxford University Press. https://global.oup.com
  2. Cushman, F., Sheketoff, R., Wharton, S., & Carey, S. (2013). The development of intent-based moral judgment. Cognition, 127, 6-21. http://dx.doi.org/10.1016/j.cognition.2012.11.008
  3. Hamlin, J. K. (2013). Failed attempts to help and harm: Intention versus outcome in preverbal infants’ social evaluations. Cognition, 128, 451-474. http://dx.doi.org/10.1016/j.cognition.2013.04.004
  4. Margoni, F., & Surian, L. (2017). Children’s intention-based moral judgments of helping agents. Cognitive Development, 41, 46-64. http://dx.doi.org/10.1016/j.cogdev.2016.12.001
  5. Margoni, F., & Surian, L. (2016a). Explaining the U-shaped development of intent-based moral judgments. Frontiers in Psychology, 7, 219. http://dx.doi.org/10.3389/fpsyg.2016.00219
  6. Margoni, F., & Surian, L. (2016b). Mental state understanding and moral judgment in children with autistic spectrum disorder. Frontiers in Psychology, 7, 1478. http://dx.doi.org/10.3389/fpsyg.2016.01478

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