Marina Vietri è medaglia d’oro

OSLO (Norvegia) – No, non ha gareggiato alle Olimpiadi. Ha raggiunto un traguardo ben più importante la giovane biologa piemontese Marina Vietri (nella foto, con il direttore di Brainfactor Marco Mozzoni) in forza al gruppo di ricerca di Harald Stenmark dell’Ospedale Universitario di Oslo, un traguardo premiato con la Medaglia d’Oro del Re di Norvegia per la miglior tesi di dottorato in campo medico 2016. Con una soddisfazione aggiunta: è la prima italiana a ottenere tale onorificenza.

Domani pomeriggio, nell’Aula Magna dell’Università di Oslo, gremita come non mai, riceverà ufficialmente l’ambito premio e in seguito potrà avere un colloquio personale con Harald V, il sovrano del Regno dove si assegnano i Nobel. Chissà cosa si diranno l’anziano monarca e la giovane scienziata italiana, che da qualche anno vive in Norvegia con il marito (svedese) e la figlia, che da pochi giorni ha iniziato ad andare a scuola.

Nel paese conosciuto in Italia per i suoi fiordi, Marina è un personaggio popolare. È stata intervistata da giornali e TV, non certo per essersi messa in mostra in qualche modo (come è ormai consuetudine nei paesi che non brillano per spessore culturale e senso civico), ma per avere messo a segno in poco tempo scoperte decisive nel campo della ricerca oncologica, scoperte che hanno richiamato l’attenzione della comunità scientifica mondiale a partire dalla pubblicazione sulla prestigiosa rivista Nature di uno studio rivoluzionario sul ruolo del complesso di proteine ESCRT nella proliferazione delle cellule tumorali che potrebbe aprire nuovi orizzonti nella cura del cancro.

“Qui funziona tutto – ci ha confessato Marina qualche giorno fa a Oslo mentre visitavamo il suo laboratorio – ci sono fondi e strutture adeguate per la ricerca, il dottorato è considerato un lavoro a tutti gli effetti, ma quello che apprezzo di più è l’ambiente internazionale, che ti dà modo di crescere professionalmente e umanamente: il gruppo è composto da ricercatori provenienti da tutto il mondo; è proprio questo che mi mancherebbe se tornassi ora in Italia, paese ancora poco attraente per i ricercatori stranieri”.

Marina, che non manca di ricordare con sincero apprezzamento quel San Raffaele di Milano in cui ha mosso i primi passi e “si è formata solide basi scientifiche”, non è certo la sola italiana in giro per il mondo a riscuotere il successo che si merita. Sono davvero moltissimi i “choosy” (come qualcuno aveva definito i nostri giovani) che iniziano a capire che ormai la carriera la si fa con la valigia a portata di mano: basta non fermarsi alla prima occasione, basta non fare troppe radici, altrimenti si rischia di perdere quell’energia creatrice che è il vero motore per la costruzione di un futuro migliore, per noi e per le generazioni che verranno.

Su Researchitaly, il portale della ricerca del MIUR, l’intervista alla ricercatrice:

 

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