Pasolini a Roma

ROMA – Bella questa mostra su Pasolini a Roma, al Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale. Dà l’idea di un “collage” anni settanta, di un manifesto fatto a mano da affiggere fuori dalla scuola prima di uno sciopero. Quei manifesti che si facevano con i pennarelli grossi e i ritagli di giornale. Ed ha ancora maggior valore per chi scrive perché è una specie di cartina di tornasole…

Che qualcun altro (e non proprio uno stupido) sembra aver avuto analoghe sensazioni, analoghe impressioni e intuizioni, di fronte a una città che ti tira dentro e “ti porta” letteralmente a fare cose che non sono mai state da te e che ora senti invece ti sono appartenute da sempre. Una “ossessione” dice – con invidiabile lucidità – Pasolini, centrando perfettamente l’argomento. Quell’ossessione che ti spinge verso Ostia quando ne senti il bisogno. Senza una ragione apparente.

Quell’istinto che ti fa scegliere di abitare all’Eur, questa Roma “razionale” (non è il solo dei paradossi) dentro Roma. Dopo aver percorso la scalinata della Basilica dei SS Pietro e Paolo non hai più dubbi. E scopri che proprio lì dietro, a poche centinaia di metri, c’è una fermata di quello che un tempo era il “trenino” per Ostia Lido (che è sempre Roma, Municipio X). Una Ostia che vai a visitare mosso da curiosità la prima volta, poi per necessità, ogni volta per la stessa necessità che non ti sai spiegare.

La Basilica dei SS Pietro e Paolo, Roma Eur (Copyright © Marco Mozzoni, 2014)

Sei i moduli che compongono la mostra, allocati in stanze numerate in progressione cronologica relative ai diversi periodi di permanenza di Pasolini a Roma, dal giorno dell’arrivo al giorno della morte. Io mi sono trovato per puro caso come prima cosa nella quarta stanza, quella del periodo dal ’63 al ’66 – io nasco nel 1965 – e in quel tempo Pasolini si trovava… all’Eur, dove abitava con la madre (figura ancora tutta da capire) al secondo piano della palazzina di Via Eufrate al 9. Cioè a poche decine di metri in linea d’aria da questo n.25 del viale dei SS da cui ora sto scrivendo e dove abito – più modestamente – in un piccolo appartamento al piano terreno appartenuto forse al custode quando ce li si poteva ancora permettere nelle abitazioni di un certo livello.

Dunque ci siamo trovati dentro nel vivo dell’esposizione per quel che più ci interessa e ci caratterizza oggi. Un monitor mandava a ciclo continuo spezzoni dai documentari di Hayman (“A filmmaker’s life” del 1971) e Di Giammatteo (“Le confessioni di un poeta” del 1967), in cui la presenza della Basilica (che sembra quasi una strana astronave in attesa di decollo, presenza inquietante come il Green Dome del Prigioniero) si fa sentire in tutto il suo magnetismo e in cui si può vedere Pasolini scendere l’ampia scalinata sorvegliata dai due santi della chiesa uno per lato immobili nel granito imperiale di statue non a misura di umano che passano in secondo piano al cospetto della salita maestosa.

Poi dalla 4 siamo passati alla 5 e alla 6 – per riprendere infine il percorso dalla 1 alla 3, con rientro finale (doveroso) alla 4 – soffermandoci sulla ripresa a camera fissa del mare di Ostia, girata in una notte qualsiasi dell’anno 2013. Sì perché un’altra idea interessante di questa mostra è stata quella di piazzare nelle stanze schermi di varia fattura in cui girano in continuo riprese (tutte a camera fissa) dei luoghi frequentati a suo tempo dallo scrittore friulano, ma realizzate ai giorni nostri, quasi a voler proporre un’armonizzazione temporale superiore, che sfida la pazienza del visitatore distratto. Ma Roma resta Roma e la “gente” oggi nemmeno la si nota. Questo è. Il mare di Ostia resta il mare di Ostia e l’accorgimento di lasciare una busta di rifiuti sulla spiaggia quale punto di colore a testimonianza in campo dell’attualità della ripresa è intelligente nel contesto della possibile sincronizzazione degli orologi interni (il nostro e quello di Pasolini).

E di fronte al mare di Ostia si resta come rapiti, pur anche se proiettato sopra un muro e in presenza dei più interessanti “cimeli” come la Lettera 22 e i manoscritti del poeta di Casarsa (in verità non tutti esposti in originale; peccato n.1). In fondo è lì che tutto ha avuto il suo apice, il suo culmine, è lì che Pasolini si è sentito risucchiato dentro fino al sacrificio di sé al luogo. C’è questa Roma autentica, non meta di turisti né di pellegrini, che manda un richiamo particolare, un richiamo animale, meglio oltremondano (“Io non sono di questo mondo” dice il Cristo a un certo punto della storia) che possono percepire solo gli “eletti”? Non montiamoci troppo la testa, ma sembra proprio di ricevere la “grazia”, gratuitamente appunto, indipendentemente dallo stato in cui si è, indipendentemente da tutto, grazia che ti cambia per sempre la prospettiva dalla quale fai esperienza del mondo in cui ti ritrovi immerso, proprio come in un mare caldo.

Il mare di Ostia (Copyright © Marco Mozzoni, 2014)

Lascia il cuore aperto e senti che non sei più te, c’è un altro con te lì che vuol venire fuori, un altro me che senti prendere il controllo… In quanti siamo qui dentro? È l’artista poliedrico? Nel suo contesto e a suo modo lui lo è stato, un artista che si compie nel dire: “eccomi, fa’ di me ciò che vuoi” (madre e cristo insieme) e accetta nei fatti il suo destino di predestinato a quel finale. L’idroscalo è uno dei passaggi più interessanti anche nel Diario di Moretti, op. cit. al Palazzo Esposizioni (non che avessimo bisogno di conferme, ma ci sta). C’è poi il bel catalogo della mostra che in copertina mette una immagine d’epoca in cui si scorge la Basilica dell’Eur e in quarta il lungomare di Ostia, insomma l’alfa e l’omega del viaggio pasoliniano in “questa” Roma.

Marco Mozzoni

Ringraziamento: ringrazio la mia ignoranza (letteraria ecc.) che mi ha consentito e continua a consentirmi di fare esperienza piena in un viaggio di scoperta autentico seguendo soltanto il richiamo di “questa” Roma, scoprendo poi solo a posteriori per fortuna certe affinità con altri che ben prima di me (e ben più importanti) si sono sentiti attirati allo stesso viaggio.

PS – Unica nota stonata il far pagare il biglietto (12 Euro, giornalisti compresi, con minimo sconto): peccato n.2, perché dà proprio il senso di commerciale, richiama troppo quel “consumismo” che Pasolini – con grande anticipo sui tempi – aveva criticato fuori dai denti come il male più grande della contemporaneità.

Image credits: Shutterstock

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Marco Mozzoni
Direttore Responsabile

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