Ceci n’est pas une critique théâtrale (Reprise d’Alice #1)

Lo dico subito. Una recensione di Alice delle direzioni sbagliate è impossibile. La soggettiva da cui soltanto può farsi esperienza dello «spettacolo» vanifica ogni tentativo di trovare ciò che accomuna. Allora non critique ma semplici appunti, sensazioni, fissate al bisogno e «temporaneamente». Il pubblico ben disposto ai quattro lati, gli esploratori nello spazio interno, in estensibile tensione. Spazio che nel dilatare rivela per gradi il contenere poi le mura entro le quali si sarebbe dovuto svolgere l’evento. Quel «di là, sì, da quella parte…» in fine, indicando la direzione fra mille e mille (im)possibili oltre la porticina a misura sbattuta in faccia alla prima occasione per dar l’idea di spettacolo iniziato da un pezzo prima ancora che il pubblico entrasse inutilmente «in scena» sedendosi alla spicciolata su sedie gialle o nere, ribadisce il senso che si allarga all’occhio umano inglobando impercettibilmente ciò che riconosce prossimo suo. La sacralità della precessione, ad esaurimento, di chi ha partecipato per primo all’evento spettacolare porta di fatto «al-di-là» l’ignoto che intacca così lo spazio mondano sicuro e conosciuto da cui si proviene e a cui si ritorna, da quel momento irriconoscibile (si riprende la strada di casa come fosse la prima volta). Pronta, a seguire, la processione di chi partecipò per secondo allo spettacolo eventuale non avendo trovato cotal coraggio nel farsi avanti alla chiamata originaria. Idem come sopra per gli spazi, ma in tanto testimoni “toccati” in quanto guardati dritti negli occhi dalla “presenza” non mai rivelata. Come a dire: ora prova a uscirne (dalla tua testa) se ci riesci. Varcata la soglia quello spazio muove assieme assimilando l’ogni dove i passi posano. Ne hai sentore – non te lo sai spiegare. La scelta è allora assecondare liberamente il «dovere» della vocazione, o anima bella, o spirito inquieto, o niente. Si è costretti a repentini movimenti del capo di volta in volta per seguire eventicoli incalzanti nonostante l’eventualità generale fino a impegnarsi in sforzo inumano a puntellar coerenza ricercando affannosamente nel discorso a più voci dialogo interiore, delocalizzato fuori-di-sé come le fabbriche spariscono appena ci si “diverte” un attimo. Il tempo allora vola via, trovarsi nel bel mezzo dell’orologio fermi immobili mentr’altro gira intorno a lancette statiche appese a chi cerca il lavoro, fa ricordare che un tempo si cercava l’uomo! Dov’è più lo spettacolo atteso? Qual è mai stato? Chi? Cosa? Restano i punti di domanda senza domanda alcuna posta. L’applauso al buio non conforta, tanto meno dopo la potenza dei carichi – scarichi decisi prima del telo che esclude il mondo. Pei contenuti è difficile trovare qualcosa del testo di Carrol, intraducibile comunque pena la perdita dell’opera: per renderne disponibile lo «spirito» probabilmente andrebbe eseguito alla «lettera», meglio «lettera per lettera», evitando accuratamente qualsiasi interpretazione, qualsiasi “colore” della voce. Al Faro di Milano è accaduto invece qualcosa, qualcosa di più che d’interessante, forse nemmeno immaginato o prevedibile. In questo scomparire dell’opera si rivela magicamente il «calco crociano» dei processi profondi senza tempo (forme) mentr’escono fuori i fantasmi terrificanti l’umano in genere (universali) dall’incubo quotidiano (contenuti) che si pongno a mo’ di strumento-veicolo portato lì in quella sede a supporto inconsapevole dell’altro che si ha paura di render manifesto, perché tocca proprio tutti, prima o poi, in tacito rispetto dell’intimo pudore che accomuna le moltitudini senza nome. Isomorfismi emozionali emergono fra l’Alice di Carrol e l’Alice «nostra», creatura viva pulsante grazie al gruppo che la evoca spettacolo su spettacolo (e – si badi bene – non c’è Alice senza gruppo). «Alice-mostro», Alice animale guida che-non-è-ancora rivelazione trinitaria, spaventosa possenza, per quel che abbiamo potuto constatare in prima persona (nei panni del Padre, ovviamente, blasfemi che siamo). In effetti – basta pensarci appena un attimo dopo – non sono tanto i giochi di parole, le ambiguità di superficie, i celebri non sequitur a segnare il «valore distintivo» dell’opera carroliana, quanto i «macigni» lasciati lì in bilico in attesa di quella inaspettabile distrazione che li fa sfuggir via nel vuoto-vertigine (caduta). Le cose in sé, che si ha vergogna di far conosce agli altri di per sé (lacrime). E quell’aggressività che senti crescere dentro mentre procedi nella parte assegnata (“io ti ammazzo, ti mangio, e poi…”) O quant’altro ancora, in un flusso continuo mescolante emozioni forti, emozioni di base, emozioni complesse, emozioni intime, emozioni pedanti, accuratamente nascosto (sibbene alchemicamente evocabile, una volta trovato il modo) sotto il tappeto di quel Carrol uomo d’Ottocento che nega ogni disponibilità d’indizio, abilmente. Ci siamo resi conto a un certo punto, molto dopo l’ultimo spettacolo, che l’oggi è stato in pieno la «lettera», la «rappresentazione», la «recita», ossia non è servito a nient’altro che a distrarre, «annoiare» al punto giusto, far crescere quell’idea di «lo so già, lo conosco bene, lo vedo tutti i giorni da me, non mi serve che me lo riproponi qui, aspettavo altro da te» che in realtà fa abbassare gli scudi e rende particolarmente vulnerabili al suggerimento esperienziale che «inizia» alla ricerca interna, alla ricerca profonda oltre il limite immaginato, da viversi rigorosamente in solitaria. Alice guarda caso “c’è” proprio per sfuggire alla «noia». Accade l’inaspettato. Dunque si «esce di scena» con la sensazione di avere in circolo prodromi di un processo che può cambiare davvero, sommovimento strutturale difficilmente comunicabile, specialmente a chi non ha partecipato, a chi non è stato, a chi – pur disposto – non ha retto di fronte allo specchio che guarda dentro rivelando quel che si è davvero e, forse, non si vorrebbe essere in quel modo. O non si vorrebbe essere punto.

Marco Mozzoni

Alice delle direzioni sbagliate è stato messo in scena al Faro Teatrale di Milano (direttore Massimo Sabet) in quattro spettacoli nei giorni di sabato 7 e domenica 8 Febbraio 2014. Scritto da Giulia Donelli e con la regia di Carmen Giordano. Con: Alessandra Cappelli, Ruben Garzanti, Bianca Giovanardi, Roberta Grandini, Alessandra Mariani, Marco Mozzoni, Stefano Ostini, Cristina Salardi.

Image credits: Shutterstock

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Marco Mozzoni
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