Problemi dell’oggi: quale psicoterapia?

La psicoterapia è in grado di rispondere ai problemi generati dalla società attuale, quale ad esempio la sofferenza profonda di una persona causata dalla disoccupazione? O è impotente? Ce lo stiamo chiedendo da un po’. Recentemente abbiamo sottoposto alcuni “casi” reali agli studenti di una scuola di specializzazione fra le più innovative, invitandoli a formulare proposte. Ne è emersa una interessante discussione, di cui vogliamo condividere qualche spunto.

Da quando lavora, l’uomo è uomo, e s’è alzato al regno dello spirito, dove il mondo è quello che egli crea pensando: il suo mondo, sé stesso. L’individuo umano non è un atomo. Immanente al concetto di individuo è il concetto di società (Giovanni Gentile) [1]

In Italia come in altri Paesi molte strutture pubbliche e private si sono perfezionate col tempo nel trattamento di problemi legati al lavoro, come ad esempio il c.d. “stress lavoro correlato”, il mobbing e altre condizioni che danno comunque per presupposto un cambiamento possibile della condizione materiale della persona, una volta stimolate a dovere le “risorse interne” e le motivazioni, risolti eventuali blocchi e sciolti gli schemi comportamentali disfunzionali, in un ritrovato equilibrio capace di far cogliere nuove opportunità o di agire in modo differente di fronte alle situazioni. In tale contesto assistiamo oggi a paradossi che hanno dell’incredibile: negli ospedali un mare di tirocinanti non pagati (disoccupati) si trovano a far da balia a manager demansionati che hanno come unico sopo quello di intentare cause anacronistiche al proprio datore di lavoro (sic!). Non è questa la sede per portare i riflettori sullo scandalo, che tratteremo prossimamente in un’inchiesta.

La disoccupazione è qualcosa di profondamente diverso. Un tempo voleva dire marginalità e rappresentava una anomalia di sistema. Oggi invece è condizione cronica, interessa una fetta sempre più ampia della popolazione, come un’epidemia, e in certo modo è divenuta funzionale al sistema. Se fino a qualche anno fa infatti per un escluso era possibile prima o poi rientrare nella macchina produttiva, anche avvalendosi di discutibili percorsi di riqualificazione o misure di incentivazione promosse dallo Stato – il caso poteva essere inquadrato nei protocolli tradizionali – oggi il fenomeno è mutato strutturalmente: per moltissimi non vi sarà mai più la possibilità di reinserirsi (anche al ribasso) dato che uno degli elementi discriminanti delle possibilità reali nel mercato del lavoro è divenuto l’età. Nessuno è più disposto ad assumerti se hai visto troppe primavere. E dato che l’età non può regredire ma avanza inesorabilmente, questo vuol dire che sei fuori per sempre. Che fare?

Anche queste persone, come le altre, possono beneficiare in qualche modo di un sostegno, di un percorso terapeutico? Se sì, quale? Quale indirizzo o scuola è già pronta per affrontare questo problema in modo onesto, ponendosi cioè obiettivi realistici e ragionevoli che possano servire a migliorare  concretamente la condizione della persona che soffre? Anche una serie di “no” possono essere una valida risposta: che se ne occupino gli assistenti sociali, non la psicoterapia! Ma in tal caso la psicoterapia si alienerebbe una gran quantità di potenziali clienti, autoescludendosi da un segmento di mercato davvero importante. Non dimentichiamoci che quella del terapeuta è una professione come tutte le altre e deve considerare le dinamiche reali del mercato: quanti stanno promuovendo in Italia servizi gratuiti vanno soltanto a complicare un settore già complicato di suo, col rischio aggiunto di abbattere definitivamente il già precario mercato della libera professione.

Una soluzione comoda sarebbe quella di dire “che se ne facciano una ragione”. E chi questa ragione non riesce a farsela e inizia a stare tanto male fino a diventare un pericolo per se stesso e per gli altri? Potremmo aiutarli nella elaborazione del lutto (il lavoro, compagno di una vita, è morto e non ritornerà più) od offrirgli un accompagnamento alla “morte professionale” come si fa con i malati terminali… Ma non scherziamo!

“Fra qualche anno gireranno gli zombie per le strade. Chi se ne prenderà cura?” avevo buttato lì, più o meno sarcasticamente, agli studenti. E se lo Stato deciderà di farsi carico del problema attivando servizi ad hoc, come avviene attualmente per altri disturbi – anche al fine di arginare la pericolosità sociale di tanti disperati incattiviti (basta seguire la cronaca in TV per avere il polso della portata del fenomeno) – quali obiettivi terapeutici efficaci e “misurabili” saprà darsi la psicoterapia? Stante che la depressione, l’ansia, la rabbia (solo per citare i disturbi più comuni) sono dovuti in questo caso alla perdita del lavoro, allora, se questo elemento viene levato per sempre – cioè la variabile lavoro non risulta più modificabile in alcun modo, diventando appunto una “invariabile” – è ancora possibile intervenire terapeuticamente sulla persona? Se sì, come?

Mettendo a confronto i diversi orientamenti della psicoterapia contemporanea, passandone in rassegna teorie fondanti, obiettivi terapeutici, approcci diagnostici, tecniche di intervento, direzioni di ricerca, come ha fatto Richard S. Sharf in un volume imponente, “Theories of Psychotherapy and Counseling. Concepts and Cases” (Brooks/Cole, 2012) [2], salta subito all’occhio una cosa. Vi è un grande assente ed è proprio l’elemento sociale, che oggi i problemi li genera più di ieri. Sembra infatti che la psicoterapia nasca e agisca dentro e per l’individuo soltanto; anche quando si fa psicoterapia di gruppo alla fine il gruppo resta individuo, cioè astrazione, astrazione dal mondo sociale, dal mondo reale. E’ sempre e solo l’individuo a venir “trattato”, un individuo che oggi più di ieri porta in terapia variabili (e invariabili) sociali pesantissime per l’economia del processo terapeutico. Tempeste che nascono nel sociale e si scaricano nell’individuo parafulmine. Ritorna la domanda di fondo: in che modo la psicoterapia può dare risposte concrete alle persone che soffrono dei problemi generati dalla società attuale? Avrete capito che non abbiamo ancora risposte a queste domande, come non ne hanno avute gli studenti, che alla fine hanno gettato la spugna.

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In realtà certe condizioni possono essere modificate soltanto se ci si cala proprio “dentro” il sociale. Pensiamo ad un agire collettivo comunitario (tutto da definire), verso il quale peraltro si vanno sempre più orientando le persone. In Italia una recente indagine di Swg ha rivelato che ben il 62% degli intervistati pensa che “la gente, in questo periodo di crisi, farebbe meglio a cercare di organizzare azioni collettive per cambiare le cose e aiutarsi reciprocamente”, mentre solo il 22% pensa che farebbe meglio a “cercare di sopravvivere concentrandosi sulle proprie necessità e farcela da soli” (“Scenari di un’Italia che cambia”, giugno 2013; sondaggio Cawi su campione nazionale di 1.500 soggetti maggiorenni) [3].

A complicare le cose c’è anche il fatto che, venuta a mancare ogni prospettiva salvifica capace di alimentare nelle persone almeno la speranza in termini di mantenimento di una progettualità futura a venire, seppur virtuale (la “promessa” di un paradiso nell’aldilà per i credenti, del paradiso in terra nel caso del comunismo, dei miti di carriera per i ragazzi degli anni 80 ecc.), ciascun uomo si ritrova completamente solo e disarmato in mezzo a un mondo ostile, deprivato di qualsiasi camera di compensazione. Può davvero ricevere l’aiuto che gli serve, da una psicoterapia che non pochi hanno bollato di “individualismo immorale”, come ha fatto senza mezzi termini Elizabeth A. Throop? Così si esprime l’antropologa americana, in alcuni passaggi chiave di un libro davvero caustico, “Psychotherapy, American Culture, and Social Policy. Immoral Individualism” (Palgrave MacMillan, 2008) [4]:

Nella concettualizzazione occidentale del Sé l’individuo è un’entità discreta, confinata in se stessa, che ha o dovrebbe avere il controllo sulle proprie azioni, sulle proprie emozioni e sulla propria vita. Influenzati da Freud, gli americani, al contrario di John Donne, sono convinti che ogni uomo è un’isola. La cultura dominante dell’elevazione del Sé individuale quale unico locus della motivazione, della percezione, del pensiero, delle emozioni e del comportamento viene riflesso nelle politiche sociali riguardanti i disturbi mentali e la psicoterapia. Di fronte ai problemi generati dal funzionamento sociale, l’individuo resta il locus del trattamento. E si è convinti che l’individuo può cambiare se stesso, mediante l’aiuto terapeutico, in isolamento dagli altri. Evidenze empiriche obiettive dimostrano invece che pochissime forme di psicoterapia e di psicofarmacologia riescono a migliorare i problemi derivanti dai contesti culturali, dal sistema in un senso più ampio.

Il chiedersi se e come la psicoterapia debba possa voglia accettare di avere a che fare con elementi “sociali” e come possa voglia debba farsene carico all’interno di un setting probabilmente tutto da riscrivere non è una questione bizantina. Il gruppo di psicologia critica di Berlino ha dedicato un intero volume al tema della “psicoterapia nella vita quotidiana”, sostenendo che la terapia non raggiunge il suo scopo finché i pazienti non agiscono nel mondo che sta fuori dalla stanza del terapeuta. Sembra una affermazione banale e scontata, ma per come stanno le cose non lo è per niente. Questo dice Ole Drier in “Psychotherapy in Everyday Life” (Cambridge University Press, 2007) [5]. Interessanti alcune sue riflessioni, che danno il senso del tanto lavoro che c’è ancora da fare in questa direzione:

Come i clienti rendono operante la terapia nella loro vita quotidiana, mettendo in atto ciò che hanno appreso nello studio del terapeuta? La ricerca ha largamente ignorato queste cose. Le persone vivono le loro vite partecipando in diversi contesti sociali con diversi propositi, scopi e copartecipanti. Abbiamo bisogno di una teoria che tenga in debito conto il fatto che le persone cambiano e imparano attraverso una serie di contesti sociali: le sessioni di terapia, a casa, a scuola, sul posto di lavoro e così via. Io approccio la terapia come una pratica sociale e le persone come partecipanti in questa pratica sociale.

Sarebbe interessante creare un tavolo di discussione finalizzato a produrre un documento con ipotesi di lavoro il più possibile condivise che tentino di rispondere concretamente alla domanda di aiuto di queste persone, che nei nostri studi spesso ci fanno sentire impotenti di fronte alla loro sofferenza.

Marco Mozzoni

Testi di riferimento:

  1. Giovanni Gentile, “Genesi e struttura della società”, 1943
  2. Richard S. Sharf, “Theories of Psychotherapy and Counseling. Concepts and Cases”, Brooks/Cole, 2012
  3. Swg, “Scenari di un’Italia che cambia”, Giugno 2013
  4. Elizabeth A. Throop, “Psychotherapy, American Culture, and Social Policy. Immoral Individualism”, Palgrave MacMillan, 2008
  5. Ole Dreier, “Psychotherapy in Everyday Life”, Cambridge University Press, 2007

Image credits: Shutterstock

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Marco Mozzoni
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