Neuroscienze in Tribunale: la Sentenza di Como

Neuroscienze in Tribunale: la Sentenza di Como.Per la seconda volta in Italia le neuroscienze cognitive e la genetica molecolare fanno ingresso in un’aula di Tribunale, portando a una riduzione di pena in un caso di omicidio sulla base della parziale incapacità di intendere e di volere del “paziente”. Novità: la perizia alla quale il Giudice ha fatto principale riferimento è stata quella “di parte” e non – come a Trieste – quella del perito d’ufficio.

Nella Sentenza si legge che l’imputato (indicato in più di una occasione con il termine di “paziente”), una giovane donna italiana che ha ucciso la sorella, ne ha bruciato il corpo e successivamente è stata colta in flagrante nel tentativo di uccidere anche la madre, possiederebbe “tre alleli sfavorevoli, ovvero alleli che conferiscono un significativo aumento del rischio di sviluppo di comportamento aggressivo impulsivo” e “alterazioni nella densità della sostanza grigia, in alcune zone chiave del cervello, in particolare nel cingolo anteriore, un’area del cervello che ha la funzione di inibire il comportamento automatico e sostituirlo con un altro comportamento e che è coinvolto anche nei processi che regolano la menzogna, oltre che nei processi di suggestionabilità ed autosuggestionabilità e nella regolazione delle azioni aggressive”.

La perizia a cui il Giudice del Tribunale di Como Luisa Lo Gatto fa riferimento è quella messa a punto da una serie di esperti delle università di Torino, Pisa e Padova coordinati dai professori Pietro Pietrini e Giuseppe Sartori, consulenti tecnici della difesa. Ed è stata stata proprio la “completezza degli accertamenti disposti, [che] ha consentito un approfondito esame della perizianda condotto attraverso i tradizionali colloqui clinici, la raccolta dell’anamnesi, la testistica neuropsicologica, nonché, a completamento, gli accertamenti tecnici sulla struttura e la funzionalità cerebrale dell’indagata e sul suo patrimonio genetico” ad avere reso “condivisibile” il “percorso logico argomentativo seguito dai consulenti della difesa”.

Sembra essere piaciuta, e molto, “l’indagine svolta dai consulenti della difesa [che] si è composta di procedure valutative complesse e, a conforto, anche di procedure maggiormente fondate sull’obiettività e sull’evidenza dei dati [corsivo nostro – NdR] perché corroborate dalle risultanze dell’imaging cerebrale e di genetica molecolare e, per ciò stesso, in grado di ridurre la variabilità diagnostica e di offrire risposte meno discrezionali rispetto a quelle ottenibili col solo metodo di indagine tradizionale clinico”.

Ma, se “della perizia psichiatrica il giudice non può fare a meno visto e considerato che l’imputabilità di un soggetto può essere esclusa o grandemente scemata a cagione di una infermità mentale”, allo stesso tempo “le conclusioni psichiatriche costituiscono un parere tecnico che non fornisce verità ma solo conoscenza, comprensione dell’accaduto e, spesso, tentativi di comprensione dell’accaduto e, nella vigenza dell’attuale quadro normativo, esercita una funzione di supporto della decisione giudiziaria che è il prodotto di una valutazione complessiva, logica e coordinata delle emergenze psichiatriche e di quelle processuali”.

Alla fine, “una volta ottenuto l’ausilio della scienza psichiatrica che individua i requisiti bio-psicologici di una eventuale anomalia mentale, resta al giudice il compito di valutare la rilevanza giuridica dei dati forniti dalla scienza ai fini della rimproverabilità dei fatti commessi al suo autore, sulla base del complesso delle risultanze processuali e della valutazione logica e coordinata di tutte le emergenze”.

Inoltre, tiene a precisare il Giudice richiamandosi alle riflessioni del neuroscienziato Michael Gazzaniga, fra i primi della comunità scientifica internazionale a occuparsi di problemi di neuroetica, “non si tratta di introdurre una rivoluzione copernicana in tema di accertamento, valutazione e diagnosi della patologie mentali, né tantomeno di introdurre criteri deterministici [corsivo nostro – NdR] da cui inferire automaticamente che ad una certa alterazione morfologica del cervello conseguono certi comportamenti e non altri, bensì di far tesoro delle condivise acquisizioni in tema di morfologia cerebrale e di assetto genetico, alla ricerca di possibili correlazioni tra le anomalie di certe aree sensibili del cervello ed il rischio, ad esempio, di sviluppare comportamenti aggressivi o di discontrollo dell’impulsività, oppure tra la presenza di determinati alleli di geni ed il rischio di maggiore vulnerabilità allo sviluppo di comportamenti socialmente inaccettabili perché più esposti all’effetto di fattori ambientali stressogeni…”

Fuori strada pertanto chi pensa abbiano giocato un ruolo presunti “criteri deterministici” fra cervello e comportamento? “Tutto questo – dice la Sentenza – consente di concludere, in armonia con quanto rilevato dai consulenti tecnici della difesa, che l’imputata nel periodo in cui ha commesso i crimini, fosse affetta da problemi psichiatrici, e che questi problemi psichiatrici, abbiano, almeno in parte, avuto diretta efficienza causale sui crimini commessi [corsivo nostro – NdR], facendo scemare la capacità critica sui gesti compiuti e inibendo in parte il controllo sul proprio comportamento”. Allora, “sia le emergenze psichiatriche, completate dalle risultanze dell’imaging cerebrale e di genetica molecolare, che quelle processuali consentono di rilevare gravi segni di disfunzionalità psichica, eterogenei ma convergenti nell’indicare un nesso causale tra i disturbi dell’imputata ed i suoi comportamenti illeciti [corsivo nostro – NdR]”.

La Sentenza di Como – come prevedibile – apre il campo a profonde riflessioni, così come lo aveva fatto (e non poco) quella di Trieste del 2009, la prima nel suo genere in Italia (vedere gli articoli e le interviste di BrainFactor sul tema). E, anche in questo caso, è la rivista Nature a stimolare il dibattito a livello internazionale, dando voce a scienziati cognitivi del calibro di Stephan Schleim, che sottolinea come “non esista una relazione ‘one-to-one’ fra una specifica area del cervello e un determinato processo psicologico”, o di Stephen Morse, che, ricordando che “nemmeno il DSM-V [la nuova versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, di prossima pubblicazione – NdR] includerà criteri diagnostici neuroscientifici”, ritiene che proprio “i casi più complicati come quello di Como sono quelli in cui le neuroscienze si rivelano meno informative”.

Nei prossimi giorni su BrainFactor approfondimenti e interviste ai protagonisti.

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Marco Mozzoni
Direttore Responsabile

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