Marilyn o del fallimento della psicoanalisi

“Marilyn è un caso esemplare di fallimento del trattamento psicoanalitico… Suscitò il nostro amore, ma nessuno di noi era disposto a pagarne il prezzo”. Cinquanta anni fa, la mattina del 5 Agosto 1962, il mondo apprese della sua scomparsa. Suicidio, overdose, omicidio, farmaci? Eppure solo poche ore prima “era piena di vita e per nulla incline alla morte”.

Così André Green, già direttore dell’Istituto di Psicoanalisi di Parigi, apre il suo saggio sulle “Illusioni e disillusioni del lavoro psicoanalitico” (Raffaello Cortina Editore, 2011) [1]. Un libro segnato forse da un “eccessivo pessimismo nei confronti del lavoro analitico”, come ammette lo stesso autore, disposto ad affrontare le “mancanze” e le “delusioni” della psicoanalisi per riaffermarne infine il “carattere insostituibile”, perché “non c’è motivo di darsi per vinti, bisogna anzi raddoppiare il coraggio di fronte all’ampiezza del compito che ci attende”.

Marilyn Monroe, al secolo Norma Jean Baker (il cognome del padre “che non conobbe”, Mortensen, non lo porterà mai), era in terapia da Ralph Greenson (altro nome d’arte, aka di Romeo Samuel Greenschpoon), psichiatra e psicoanalista americano che sembrava essersi specializzato in divi e divine dello spettacolo, essendo anche l’analista di Vivien Leigh, Tony Curtis e Frank Sinatra, “amico dei Kennedy e procacciatore di donne per John”. In “Marilyn. Ultimi giorni, ultima notte” (Bompiani, 2007) [2] M. Schneider sviluppa una mappa sconcertante dell’intrico analitico che vede Marilyn come il nodo di una matassa di legami che partono addirittura da Sigmund Freud, analista di Wilhelm Stekel e di Otto Fenichel, a loro volta analisti di Greenson, analista di Sinatra, amante di Marilyn. Seguendo un altro filo più diretto vediamo Freud analista di Marianne Kris, precedente (rispetto a Greenson) analista di Marilyn e… analista di Jacqueline, moglie di John Fitzgerald Kennedy, “amante” di Marilyn.

Considerando poi la ramificazione che da Freud, via Fenichel, porta a Rudolph Loewenstein (analizzando di Fenichel), si scopre che quest’ultimo era l’analista di Arthur Miller, terzo marito di Marilyn. Ma le cose si complicano ancora di più con tale Milton Rudin, avvocato di Marilyn e marito di Elisabeth Greenschpoon, la sorella del “divino” Greenson. Lasciamo agli amanti delle fiction il piacere di seguire il filo che da Sigmund, tramite la figlia Anna, porta alla Kris (analizzanda della Freud)… Insomma, un bel casino. Unico a restarne fuori risulterebbe (il condizionale a questo punto è d’obbligo) Joe Di Maggio, marito in seconde nozze di Marilyn e forse l’unico che l’abbia amata veramente, come molti ammettono. E’ lui che ne organizzerà i funerali, in forma ristrettissima.

Comunque – ci assicura Green – “Marilyn aveva manifestato il desiderio di abbandonare il suo psicoanalista, ma poco si sapeva dei suoi progetti per il futuro”, anche se sembrava allo stesso modo intenzionata a separarsi dai suoi amanti famosi, avendo già dato addio (o avendo avuto solo l’intenzione di farlo) al “Prez”, come amava chiamare JFK: sembra però essere rimasta fino alla fine in contatto con il di lui fratello Bob, “con il quale manteneva una regolare relazione”. Marilyn era stata in terapia con Greenson per 30 mesi (circa due anni e mezzo) ed “era di dominio pubblico che Greenson non si limitava a praticare una psicoanalisi classica: vigilava anche che lei rispettasse gli impegni professionali, che fosse puntuale sul set (sembra con ingaggio da parte degli stessi produttori cinematografici – NdR), ne controllava gli psicofarmaci e aveva assoldato Eunice Murray, un misto di guardia del corpo, infermiera e spia autorizzata, per somministrarle le droghe, sorvegliarla ecc.” (Green, cit.)

L’infanzia di Marilyn, si sa, non era stata delle più felici. Con una madre “malata mentale”, passata dall’affidamento all’orfanotrofio, fu costretta a interrompere la scuola prima degli studi secondari per sposarsi per ragioni economiche. Ancora adolescente, posò come modella, si prestò a foto pornografiche, ed “ebbe una sessualità precoce, non per interesse o curiosità personale, ma perché aveva capito ben presto che era ciò che gli uomini si aspettavano da lei”. A Greenson infatti “confesserà di non avere mai avuto un orgasmo, nonostante i numerosi amanti”. Diva del cinema, del cinema aveva paura “perché lì doveva parlare”. Ma aveva grandi ambizioni, fra cui quella di recitare con Laurence Olivier, “che di attrici nevrotiche la sapeva lunga, essendo stato per molto tempo sposato con Vivien Leigh, anch’essa paziente di Greenson”. Ma Olivier la detestava e le dette un unico consiglio: “look sexy”. Alla psicoanalisi si avvicinò attraverso l’Actors Studio, dove il regista e produttore Lee Strasberg la indirizzò prima a Margaret Hohenberg e poi alla Kris, che ne richiese anche il ricovero alla Payne Whitney Clinic di New York. Quando si spostò sulla costa occidentale, fu indirizzata a Greenson, “una celebrità (…) che flirtava con il cinema e aveva il desiderio segreto di diventare regista”.

Stando a Green, sembra che Marilyn “volesse mettere continuamente alla prova la sua sessualità, senza trovarci mai niente che potesse soddisfarla; cedeva senza molte resistenze alle ingiunzioni sessuali degli uomini, a volte degli sconosciuti, e si definiva lei stessa una puttana… Soffriva dell’inguaribile sentimento di essere figlia di una madre infanticida”. Greenson, il cui “controtransfert finirà per porre problemi”, offriva a Marilyn “un focolare dove poter essere adottata, cosa che non poteva che aggravare nella sua paziente la sofferenza per esserne stata privata in passato”, ma che lo lasciò sempre convinto di avere fatto la scelta giusta (forse anche con l’avallo di Anna Freud, a cui era molto legato). E “divenne dipendente da Marilyn”. Secondo Green “Marilyn aveva capito che cos’era l’analisi, aveva cioè capito il ruolo fondamentale delle associazioni, ma aveva riconosciuto la propria incapacità a farne durante le sedute”. E’ per questo che registrerà una serie di nastri magnetici, che faceva pervenire regolarmente all’analista. In certo modo “non aveva più paura delle parole, ma non riusciva a collegarle al suo oggetto di transfert”. Greenson arriverà a chiamare Marilyn “la mia bambina, il mio dolore, la mia follia”…

Green, al termine di “Marilyn Monroe, morte di un’icona”, capitolo con cui apre il suo ultimo lavoro (cit.), non può che ammettere che “Marilyn era forse, anzi senza dubbio, al di sopra delle risorse della psicoanalisi. Aveva conosciuto traumi troppo precoci, troppo profondi, troppo incurabili per sopportare le frustrazioni implicite nella cura… Non aveva conosciuto l’amore e soprattutto non si era autorizzata a essere madre, essendo troppo ambivalente con la propria. Aveva paura di ripetere quello che aveva subito. La sua bellezza aveva fatto di lei una preda, invece di essere un pegno d’amore. In definitiva, era proprio un’orfana alla ricerca dei suoi genitori sconosciuti o folli”. Riposino in pace.

Marco Mozzoni

Per approfondire:

  1. Green A., “Illusioni e disillusioni del lavoro psicoanalitico”, Raffaello Cortina Editore, 2011
  2. Schneider M., “Marilyn. Ultimi giorni, ultima notte”, Bompiani, 2007
  3. Anticipazione: “Marilyn, i nastri segreti”, in onda su RAI 2, trasmissione La Storia Siamo Noi, 12 Agosto 2012, ore 23:30 http://rumors.blog.rai.it/2010/08/11/i-nastri-segreti-di-marilyn-monroe-in-tv

MM (Life)

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Marco Mozzoni
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1 Comment on "Marilyn o del fallimento della psicoanalisi"

  1. Spanda Rei | 26/01/2015 at 21:36 | Rispondi

    A Green non è venuto in mente che forse Marilyn fosse forse, anzi senza ogni dubbio, al di sopra delle risorse del suo psicanalista? Dopo anni di esperienza personale e di quella di persone conosciute, e di letture, risulta sempre più persistente la costante incapacità o il costante rifiuto di questa categoria professionale di ammettere un fallimento. Allora facciamo di Marylin un caso che trascende l’umana possibilità, sempre meglio che guardare in faccia i propri limiti professionali o ipropri eventuali errori. Esistono persone con infanzie sventrate, che ce la fanno grazie all’analisi. Errare o fallire è umano, spesso mi sembra che gli psicanalisti pensino di poter trascendere questa legge.

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