Alzheimer, diagnosi da esame sangue su asintomatici

VARESE – Di diagnosi precoce dell’Alzheimer se ne parla da tempo, per riuscire a tamponare la progressione della malattia prima che i sintomi compaiano, preservando il più a lungo possibile una adeguata qualità di vita del paziente. Almeno, fino a quando verrà trovata una cura.

In questi giorni un team di ricercatori dell’Università dell’Insubria guidato da Luciano Piubelli, Silvia Sacchi e Loredano Pollegioni, in collaborazione con ASST Sette Laghi nell’ambito del progetto The Protein Factory 2.0, ha pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Translational Psychiatry uno studio sperimentale focalizzato sull’individuazione di “indicatori” della patologia attraverso un semplice esame del sangue.

Nell’esperimento è stata usata la tecnica della cromatografia liquida ad elevata prestazione (HPLC, dall’inglese High Performance Liquid Chromatography), procedura molto sensibile e accurata che consente di dosare quantità minuscole di aminoacidi di interesse presenti nel campione, distinguendo molecole di pari composizione ma con proprietà specifica diversa, la “chiralità”.

“È noto – spiega Piubelli, associato al Dipartimento di biotecnologie e scienze della vita (DBSV) – che nella malattia di Alzheimer viene alterata la neurotrasmissione, cioè lo scambio di molecole tra cellule del cervello, mediata dalla D-serina, un aminoacido i cui livelli sono differenti in particolari zone del cervello dei pazienti rispetto agli individui sani”.

“I risultati di questo studio – prosegue il professore di Varese – confermano che anche nel siero dei pazienti affetti da Alzheimer i livelli di questo aminoacido sono maggiori già ad uno stadio di demenza lieve o moderata e possono quindi costituire un valido indicatore facilmente rilevabile per la diagnosi di questa malattia; inoltre, l’incremento dei livelli di D-serina è maggiore negli stadi più avanzati della malattia”.

I prossimi passi?

“Il prossimo obiettivo – conferma Pollegioni, professore ordinario al DBSV – sarà verificare se l’alterazione dei livelli serici di D-serina sia già riscontrabile in stadi in cui la diagnosi è ancora dubbia e se questa alterazione sia effettivamente un tratto distintivo dell’Alzheimer rispetto ad altri tipi di demenza senile; quest’ultimo aspetto sarebbe d’aiuto nell’effettuare una diagnosi differenziale dei diversi tipi di demenza e nel comprenderne i differenti meccanismi patologici”.

“L’individuazione di marcatori nel sangue era una possibilità che avevamo indagato più di dieci anni fa in una ricerca sistematica confluita nel nostro libro Alzheimer, come diagnosticarlo precocemente con le reti neurali artificiali, pubblicato con grande intuito e lungimiranza da Franco Angeli Editore nel 2010. Fa piacere che piano piano si vada concretizzando come opzione clinica tra le altre, finché non troveremo una cura efficace”, commenta Marco Mozzoni, autore del libro e direttore di Brainfactor Research.

Lo studio:

Piubelli L., Pollegioni L., Rabattoni V., Mauri M., Princiotta-Cariddi L., Versino M., Sacchi S. Serum D-serine levels are altered in early phases of Alzheimer’s disease: towards a precocious biomarker. Transl. Psych. (2021) 11:77

Nell’immagine, da sinistra: Loredano Pollegioni, Luciano Piubelli, Silvia Sacchi e Valentina Rabattoni con il cromatografo HPLC usato per la ricerca

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