Il cervello Semantico

Il cervello Semantico.Con l’articolo di Giuseppe Sartori sul “Cervello Semantico” prosegue l’iniziativa di BrainFactor per la Settimana del cervello (12-18/3/2012) “L’Alfabeto del cervello”, patrocinata anche quest’anno da Dana Foundation e realizzata in collaborazione con la Società Italiana di Neurologia (SIN) e con il Dipartimento di Neuroscienze e Tecnologie Biomediche (DNTB) dell’Università di Milano Bicocca.

I Romani avevano chiamavano la giraffa camelopardalis, (da camelus, cammello, e leopardus, leopardo). Mancando di un nome che designasse qualcosa a loro poco conosciuto, usarono un termine che ne rappresentasse le caratteristiche più evidenti e salienti: il collo lungo del cammello e il mantello maculato del leopardo. Ad esempio, il concetto di zebra si può descrivere come segue: <è un mammifero quadrupede, vive in Africa, ha un mantello a strisce bianche e nere, è erbivora, viene cacciata dagli animali feroci, …> e via dicendo.

La Psicologia cognitiva studia come sono organizzati i concetti e tipicamente gran parte dei modelli assumono che il concetto sia costituito da un insieme organizzato di caratteristiche semantiche come nell’esempio della zebra appena sopra menzionato. SOno però gli studi di neuropsicologia che hanno contribuito a isolare le dimensioni principali che stanno alla base della rappresentazione dei concetti nel sistema nervoso. Nella letteratura neuropsicologica, una particolare attenzione è stata rivolta soprattutto a due tipi di attributi, i percettivi e i funzionali. Gli attributi percettivi indicano qualità del concetto che si possono apprezzare attraverso una modalità sensoriale, per cui sono chiamati anche attributi sensoriali (ad esempio forma, colore, tessitura, …); gli attributi funzionali, invece, indicano un’azione propria di quel concetto, o l’uso che se ne può fare (Garrard et al., 2001). Gli attributi percettivi e funzionali sono stati usati per spiegare una fenomenologia patologica definita effetto categoriale.

Il paziente con disturbo semantico categoriale  tipicamente mostra difficoltà in ogni compito che richiede l’utilizzo della conoscenza. Ad esempio disegnare a memoria, riconoscere visivamente, descrivere verbalmente le caratteristiche visive di un oggetto e così via.

Lo studio del deficit categoria-specifico, così come si può osservare come sintomo in una varietà di patologie neurologiche, alimenta, da tempo, il dibattito sulla natura delle rappresentazioni semantiche e dell’organizzazione concettuale all’interno del sistema della memoria semantica. Dalla prima chiara documentazione sull’esistenza del deficit (Warrington e Shallice, 1984), è stata avanzata un’ampia serie di ipotesi per una possibile spiegazione di questa bizzarra fenomenologia. Senza la pretesa di citarle tutte, possiamo considerare che, in linea generale, queste teorie e le loro varianti sono raggruppabili in due gruppi.

Secondo alcuni l’effetto categoria nasce dal aftto che le categorie (esempio animali-oggetti) sono il risultato di una organizzazione nervosa categoriale. Secondo altri, invece, i sintomi semantico-categoriali sono il risultato di “effetti collaterali” e di asimmetrie nei concetti stessi.

La maggior parte dei pazienti con deficit categoriale mostra una capacità di comprensione e denominazione relativamente risparmiata per il dominio dei Non Viventi, e una prestazione di molto inferiore nei Viventi. Questo deficit si riscontra spesso in pazienti che hanno sofferto di HSVE (Herpes Simplex Virus Encephalitis), in pazienti con demenza di Alzheimer, e occasionalmente in casi di demenza semantica e lesioni di tipo vascolare (per una rassegna, si veda Lambon Ralph et al., 1998). La dissociazione opposta, una miglior performance nei Viventi rispetto ai Non Viventi, è documentata più frequentemente in casi con eziologia vascolarew (Warrington e McCarthy, 1983, 1987;  Hillis e Caramazza, 1991).

La documentazione neuroanatomica del deficit semantico categoria-specifico si è basata sullo studio delle correlazioni anatomo-cliniche e delle immagini funzionali di soggetti privi di patologia. I risultati sembrano piuttosto chiari, anche se non definitivi. La maggior parte dei danni selettivi per i Viventi è accompagnata da una lesione del lobo temporale sinistro; in particolare, nei casi di HSVE si riscontra spesso un danno alle strutture temporali mediali e inferiori (Lambon Ralph et al., 1998), esteso anche al lobo temporale destro. Tuttavia, a volte si riscontra un danno anche alle regioni frontali e parietali inferiori (Caramazza e Shelton, 1998; Hillis e Caramazza, 1991; Laiacona et al., 1993). Il deficit dei Non Viventi sembra più spesso associato a lesioni delle aree fronto-parietali (Gainotti et al., 1995).

Giuseppe Sartori
Professore di Neuroscienze Cognitive
Università di Padova

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