Il cervello Linguistico

Il cervello Linguistico.Con l’articolo di Marco Sarà sul “Cervello Linguistico” si apre la quarta giornata dell’iniziativa di BrainFactor per la Settimana del cervello (12-18/3/2012) “L’Alfabeto del cervello”, patrocinata anche quest’anno da Dana Foundation e realizzata in collaborazione con la Società Italiana di Neurologia (SIN) e con il Dipartimento di Neuroscienze e Tecnologie Biomediche (DNTB) dell’Università di Milano Bicocca.

Linguaggio: l’uomo che esce dal magma della soggettività

Proviamo a rispondere a questa domanda: sono più numerose le parole o i pensieri? Nonostante il fatto che il numero di parole possibili sia pressoché infinito sappiamo che, per ogni individuo, il numero di pensieri e sensazioni (o stati cerebrali soggettivamente percepiti) sia enormemente  maggiore rispetto a quante parole quell’individuo conosca e pertanto sia in grado di esprimere. Prima che il linguaggio emergesse lungo la catena evolutiva dei mammiferi superiori è verosimile ipotizzare che questi stessero correndo verso un vero e proprio “big bang evoluzionistico” dalle certe conseguenze.

L’evoluzione del cervello può essere considerata anche come un progressivo aumento del numero dei suoi neuroni e quindi, esponenzialmente, delle  connessioni reciproche sino al raggiungimento di un vero e proprio punto critico: questi grandi cervelli senza parola erano diventati capaci di una quantità di stati interni possibili enorme; così la probabilità che individui appartenenti alla stessa specie percepissero in modo diverso il medesimo oggetto (appartenete al mondo reale), stava correndo verso quel punto di rottura, di frammentazioni dello stormo, con le conseguenti fughe dal branco,  che avrebbero finito per dimostrarsi perdenti sul piano evolutivo.

L’uomo infatti, un attimo prima di cominciare a parlare aveva un comportamento collegiale diametralmente opposto a quello delle formiche: e cosiì , in questo magma super-soggrttivo, qualunque oggetto, suono, segno, evento condivisibile fra più individui avrebbe rappresentato la salvezza. E’ probabile che tutto abbia avuto inizio proprio come in 2001 odissea nello spazio: da un oggetto, uno strumento indispensabile per la sopravivenza, il cui scopo e significato sarebbe stato subito chiaro per tutti gli altri individui. Da quell’oggetto alla necessità di indicarlo il passaggio è tanto intuitivo quanto breve: si era formata la culla evoluzionistica della capacità simbolica: indicare con un suono, divenuto parola, un determinato oggetto. Prima naturale, quindi artefatto e più su sino alla sua concettualizzazione. Il magma di soggettività esiste ancora ma l’uomo sa indicare dei simboli (le parole) che indicano delle cose “relativamente precise”, l’uomo avverte comunque il sapore della soggettività, ma la pressione evolutiva verso la parola era molto forte, nacque la nostalgia.

Lungo questo percorso abbiamo descritto come la necessità di denominare sia scaturita prima a garanzia della coesione del gruppo e quindi come primo mattone di quello che oggi chiamiamo rappresentazione concettuale. Il vantaggio evolutivo di un simile accadimento è indiscutibile. Il brodo primordiale soggettivo che ha preceduto la nascita del linguaggio è difficilmente traducibile fra culture, punti di vista, credenze e altre forme culturali che, se non diventano arte, sono destinate al macero termodinamico.

Saussure, forse il principale filosofo del linguaggio, lo ha rappresentato come un  triangolo composto di tre elementi fondativi: significato, significante e referente, aggiungendo una laconica notazione riguardo al fatto che il rapporto fra di essi è arbitrario (diverso per ciascuna lingua). Un’ oggetto appartenente al mondo reale, è rappresentato in quello simbolico mediante la parola ed entrambi si riferiscono all’insieme idealizzato di tutti gli oggetti e i simboli riunificabili intorno allo stesso significato. La capacità di indicare e rappresentare il mondo tramite dei simboli non implicava necessariamente che il referente appartenesse di fatto al mondo reale: nacquero così atomo, spirito, essenza, linguaggio: ma questa è un’altra storia.

Come detto il linguaggio ha vinto la race evolutiva perché ha reso possibile: a) la prevenzione delle fughe dal branco b) la manipolazione degli oggetti e dei concetti c) è l’espressione più accurata possibile della coscienza d) contiene l’effetto della soggettività nelle interazioni che necessitano di strutturazione. Soffermiamoci su questo ultimo punto: il linguaggio permette un resoconto completo della coscienza? Sino a che punto possiamo sovrapporli? La coscienza è un argomento che può essere saggiato in modo leggero e riduzionistico oppure tentando di rendere globalmente l’esperienza umana in un unico modello.

In verità non si è arrivati in fondo a nessuna di queste due strade; l’uomo avverte i limiti del linguaggio nel rendicontare la sua esperienza soggettiva, su di sé e quando osserva il mondo che lo circonda. Ed è curioso che a sfuggirci maggiormente sia proprio ciò che ha preceduto la sua “nascita” e persiste comunque: l’esperienza soggettiva, l’insieme vastissimo di stati che il cervello può assumere, è così ampio rispetto al repertorio di parole disponibili che continua a manifestarsi come un inevitabile enigma del sé.  

Marco Sarà, MD, neurologo
Responsabile Centro Risvegli, San Raffaele Cassino

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