Workaholics, i malati di lavoro

Workaholics, i malati di lavoro.

In Italia, tra gli psicologi, il “workaholism” è più noto come “ergomania”, una compulsione a lavorare oltre misura, ad essere sempre indaffarati e a farlo notare continuamente agli altri. I workaholics sentono la necessità di lavorare in modo irrefrenabile senza mai staccare, annientando la propria personalità e trovando realizzazione solo in ciò che producono. 

Partendo dal presupposto che tutti (a meno di essere figli di ereditieri) dobbiamo lavorare per necessità, le persone che sono colpite da questa sindrome sono spinte da motivazioni irrazionali che non sono strettamente legate al sostentamento o al reddito. 
Questa dipendenza risulta meno evidente ed è più tollerata a livello sociale rispetto a tabacco, alcool o droghe; anzi, in certe fasce di dirigenti, è vista addirittura come una dote indispensabile per fare carriera. 
In realtà, chi è colpito da “ergomania” non si misura più con le sue ambizioni personali, ma con la paura di fallire o di deludere i suoi capi; per questa ragione non può allentare i ritmi, deve continuamente presidiare le situazioni, sovrintendere l’operato del team, essere sempre ben in vista. 
Il primo ad occuparsi di questa dipendenza è stato W.E. Oates a seguito di studi compiuti su casi ossessivi-compulsivi tanto che le sue ricerche hanno portato nel 2007 la Psycological Association a riconoscere e descrivere questa nuova dipendenza nel “Dizionario dei termini psicologici”. 
Al giorno d’oggi, sia uomini che donne, possono essere “malati di lavoro” poiché ad entrambi sono spesso richieste prestazioni oltre misura. Inoltre, in tempi di crisi la necessità di raggiungere risultati in breve e di proteggere il posto di lavoro ha contribuito enormemente all’aumento di ansia, stress, difficoltà nelle relazioni interpersonali, disturbi d’identità oltre a patologie legate alla sfera della psicosomatica. 
In molti casi l’eccesso di dipendenza dal lavoro ha portato anche all’uso incontrollato di psicofarmaci o di droghe. Per questa ragione si incomincia anche a parlare di “nevrosi organizzate”. Le ragioni che spingono a tali eccessi spesso nascondono insoddisfazione coniugale o familiare, stati di competizione con gli altri, senso di inferiorità o eccesso di timidezza, mancanza di identità, immaturità.
Cosa può fare il Counseling in tutto questo? Quando la sindrome è conclamata poco o niente perché chi ne è colpito va trattato attraverso la psicoterapia soprattutto perché il “workaholic” tendenzialmente difende con determinazione il suo stile di vita. Quello che può fare il Counselor è un importante lavoro di prevenzione soprattutto quando il rapporto tra vita personale, familiare, lavorativa incomincia a essere disarmonico: lo scopo è quello di limitare i danni cercando di strutturare un percorso di ricerca ermeneutica e maieutica in cui ricostruire il sistema di credenze personali. 
Il fattore preponderante è aiutare la persona a ritrovare un centro nel tempo libero, nei passatempi o nelle pratiche sportive dove è possibile ricaricarsi facendo qualcosa per se stessi senza doversi necessariamente misurare con obiettivi, spesso non condivisi, ma imposti.
Infatti, soltanto riscoprendo il proprio sé più profondo,  riconsiderando il valore delle relazioni familiari, dei propri sentimenti, delle amicizie e anche di una sana solitudine, la persona può verificare l’importanza del “saper staccare” soprattutto quando sembra che nessuno lo faccia. 
References:
  • Castello D’Antonio A. (2010): Malati di lavoro. Cos’è e come si manifesta il workaholism, Ed. Cooper – Roma
  • Castello D’Antonio A. (2001): Psicopatologia del management. Una diagnosi in profondità dei disturbi e delle patologie del comportamento organizzativo, Franco Angeli – Milano 
  • Oates W.E.: Confessione of a workaholic: the facts about work addiction, Ed. World Publishing, NY
  • American Psycologycal Association (2007): Dictionary of Psychology 
 

1 Comment on "Workaholics, i malati di lavoro"

  1. Interessante… un aspetto che avevo poco considerato. Grazie Paolo

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