Stato di natura e neuroscienze: Hobbes o Locke?

Molti grandi pensatori del passato si sono interrogati sulle caratteristiche della natura umana in uno stato presociale, ossia in quella particolare ed ipotetica condizione primordiale antecedente alla nascita della società civile che, nella tradizione contrattualistica, viene chiamata “stato di natura”. L’essere umano è naturalmente predisposto alla collaborazione con i propri simili o persegue solo i propri scopi personali? L’uomo, insomma, è un animale sociale o egoista?

È noto come, nella sua teoria antropologica e politica, Thomas Hobbes concepisca pessimisticamente l’essere umano: secondo il filosofo inglese, l’individuo è intrinsecamente egoista, non incline a cooperare ed è, anzi, naturalmente portato a competere con gli altri al fine di assicurarsi i beni necessari per la propria sopravvivenza sempre minacciata da uno stato di guerra perenne. Da qui, la nascita dello Stato non come naturale prolungamento della natura sociale dell’essere umano, ma come frutto della necessaria alienazione del diritto naturale di ogni uomo al possesso di ogni cosa in favore del sovrano che si erge a garante della “nuda vita” di tutti.

Decisamente più ottimistica è la visione antropologica del connazionale John Locke, secondo cui gli uomini sono animali naturalmente sociali in quanto possiedono un intrinseco senso di giustizia che li porta a non nuocersi a vicenda, una concezione della natura umana molto simile a quella aristotelica in virtù della quale l’uomo è essenzialmente un animale politico. La società, in questo senso, precederebbe (non cronologicamente, ma logicamente) i singoli individui che, nella filosofia hobbesiana, sono invece gli attori primari e originari di una realtà sociale da loro stessi artificiosamente creata per l’utilità di ciascuno.

Il contrattualismo moderno, in sostanza, ruota intorno a questo problema di fondo, il problema dell’origine della società civile e del suo rapporto con i singoli individui: è nato prima l’individuo o la società? Le teorie sullo stato di natura e il contrattualismo moderno si affermano nel corso del Seicento e del Settecento, ma l’indagine sulla natura umana quale fondamento di norme di comportamento universalmente valide continua a destare interesse, tanto che oggi anche le neuroscienze stanno tentando di fornire un importante contributo all’etica descrittiva, dando apparentemente ragione a Locke: alcune caratteristiche neurofisiologiche e psicologiche dell’uomo renderebbero estremamente probabile l’ipotesi di una sua originaria natura sociale.

La famosa scoperta italiana dei neuroni specchio, ossia di quei neuroni motori che si attivano inconsapevolmente sia quando il soggetto compie un’azione che quando lo stesso soggetto osserva tale azione eseguita da un altro individuo, ha dimostrato che l’essere umano è empatico per natura, dal momento che esiste una base neurofisiologica che predispone gli individui a percepire le sensazioni degli altri come se le stessero vivendo in prima persona.

Anche la cosiddetta “Cooperative Eye Hypothesis”, proposta nel 2001 da H. Kobayashi e S. Kohshima, ha evidenziato come la peculiare conformazione dell’occhio umano (elevato contrasto tra pigmentazione del volto, della sclera e dell’iride) favorirebbe la capacità di monitorare la direzione dello sguardo altrui, capacità che, nell’essere umano, risulterebbe particolarmente sofisticata.

La tesi secondo cui l’uomo è un animale sociale, parrebbe essere confermata anche da studi che rivelano come la naturale tendenza a punire i trasgressori delle norme sociali, al fine di garantire il benessere della collettività nel lungo termine, sembra ben radicata nella psicologia umana, tanto che tale propensione a punire i criminali pare manifestarsi anche quando la punizione risulti particolarmente costosa per il punitore.

In base a queste scoperte neuroscientifiche, si potrebbe ipotizzare che l’uomo sia in qualche modo biologicamente programmato per essere cooperativo ed altruista, per vivere all’interno di un gruppo, ma le modalità attraverso cui queste caratteristiche prosociali si sono selezionate e sviluppate nella specie umana non sono ancora attualmente oggetto di un modello interpretativo universalmente valido.

Tuttavia, nonostante le diverse interpretazioni dei dati neuroscientifici attualmente a disposizione degli studiosi, pare farsi strada l’idea di un parziale ridimensionamento del carattere pessimistico dell’antropologia hobbesiana. L’homo homini lupus non sembra insomma la descrizione più accurata del comportamento umano nella sua ipotetica condizione ancestrale, e la società civile parrebbe sempre più il necessario prolungamento di quell’innata socievolezza umana che Locke aveva già ipotizzato.

Molti sono ancora gli interrogativi da porsi: tendiamo a cooperare perché la cooperazione si è rivelata la strategia vincente per sopravvivere o questa è sempre stata il modus vivendi della nostra specie, che solo accidentalmente – ma non per un’intrinseca dinamica evolutiva – si è rivelata la più felice? Le caratteristiche neurofisiologiche che generalmente sembrano inclinare a favore dell’ipotesi di una natura cooperativa degli esseri umani, sono davvero da intendersi sempre come il frutto di un percorso evolutivo che premia i comportamenti prosociali e i loro correlati psichici? Gli individui antisociali mancano della capacità di aderire al contratto sociale?

Non si tratta solamente di questioni teoretiche, ma anche di quesiti che si muovono nella direzione della valutazione di un corretto bilanciamento, all’interno della sfera giuridico-penale e politica, tra diritti individuali e diritti collettivi, a partire da una più dettagliata conoscenza della loro genesi ed evoluzione storica. In sostanza, l’indagine neuroscientifica potrebbe chiarire per quale motivo, se è vero che gli esseri umani hanno “imparato” ad essere cooperativi, lo sono diventati, e per quale motivo, se è vero che la predisposizione alla cooperazione è inscritta nei nostri geni come risultato dell’evoluzione della nostra specie, alcuni individui sembrano esserne sprovvisti.

Flavia Corso

Bibliografia

  1. Hauert, C., et al. (2007). Via freedom to coercion: the emergence of costly punishment. Science, 316(5833), 1905-1907.
  2. Henrich, J., & Boyd, R. (2001). Why people punish defectors: Weak conformist transmission can stabilize costly enforcement of norms in cooperative dilemmas. Journal of theoretical biology, 208(1), 79-89.
  3. Hobbes, T. (1651). Leviathan; ristampa Penguim Books, London 1968; trad. it. Il Leviatano, Laterza, Roma-Bari 1992.
  4. Kobayashi, H., & Kohshima, S. (1997). Unique morphology of the human eye. Nature, 387(6635), 767-768.
  5. Locke, J. (1690). Two Treatises of Government; trad. it. Due trattati sul governo. Torino: UTET, 2010.
  6. Rizzolatti, G., & Sinigaglia, C. (2006). So quel che fai: il cervello che agisce e i neuroni specchio. Milano: Raffaello Cortina.

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