SM, terapia efficace? Lo dice il ferro

SM, terapia efficace? Lo dice il ferro.I ricercatori dell’Università di Alberta, in Canada, hanno messo a punto un nuovo metodo per il monitoraggio della progressione della sclerosi multipla e dell’efficacia delle terapie, utilizzando tecniche di risonanza magnetica potenziata (4,7 Tesla) per tracciare nel tessuto cerebrale i livelli di ferro, implicato in diverse malattie neurodegenerative. Lo studio è pubblicato su Multiple Sclerosis.

Il ferro è un elemento importante per il normale funzionamento del cervello, perché fa parte del metabolismo ossidativo (il processo con il quale l’organismo converte lo zucchero assunto in energia) e partecipa alla sintesi dei neurotrasmettitori e della mielina, importanti nell’attività di comunicazione tra le cellule nervose. Come ogni sostanza assunta o prodotta nell’organismo, anche la quantità di ferro è soggetta al controllo da parte del tessuto nervoso, ed uno sbilanciamento dei livelli di ferro nelle cellule nervose risulta tossico ed associato a diversi disturbi neurodegenerativi, come dimostrato da numerosi studi. Un suo accumulo, in particolare, è associabile all’Alzheimer, al Parkinson, alla neurodegenerazione di tipo I e alla sclerosi multipla (SM).

Marc Lebel e i colleghi del Dipartimento di Ingegneria Biomedica della Facoltà di Medicina e Odontoiatria di Alberta, in Canada, hanno utilizzato una nuova tecnica di risonanza magnetica per misurare la quantità di ferro presente nel cervello di pazienti con una recente diagnosi di SM. Allo studio hanno partecipato 22 pazienti con SM ed altrettanti soggetti sani di controllo. La nuova tecnica di risonanza magnetica utilizza un macchina di potenza 4,7 Tesla (una normale macchina arriva a 1,5 Tesla) in grado di fornire ai medici maggiori dettagli e informazioni riguardo all’accumulo e alla localizzazione di questo elemento. Le aree del cervello osservate appartengono ai nuclei dei gangli della base, talamo e nuclei rossi, che nell’insieme collaborano al controllo dei movimenti (volontari e non) e di alcune importanti funzioni cognitive.

Con la MRI a 4,7 Tesla è stato evidenziato un accumulo di ferro nelle strutture cerebrali sopra elencate, ma in modo significativo nel nucleo sub-pulvinare (posto nella parte posteriore del talamo), associato a deficit dell’attenzione e a patologie che portano alla incapacità di elaborare e percepire stimoli da un lato del corpo. La quantità di ferro accumulata, inoltre, è risultata correlare al grado di disabilità dei pazienti.

“L’uso della nuova tecnica di MRI potrebbe dare ai medici un nuovo strumento per misurare l’efficacia dei trattamenti destinati ai pazienti con SM, osservando l’impatto del farmaco sui livelli di ferro; insomma, osservando una sola molecola si potrebbe ottenere un biomarcatore sia per la progressione della malattia sia per l’efficacia della terapia in atto”, dicono Alan Wilman e Gregg Blevins, coautori dello studio. “La malattia potrebbe progredire, ma ad oggi non ci sono dei marcatori che lo mostrino: noi riteniamo che il biomarker che abbiamo individuato potrebbe essere la risposta; la comunità medica sembra essere molto interessata alla nostra scoperta, perché questo metodo potrebbe rappresentare un nuovo punto di osservazione della malattia”, aggiungono i canadesi, anticipando che il prossimo passo sarà l’introduzione da qui a due anni dell’uso della loro tecnica nella sperimentazione clinica.

Alessandra Gilardini
Biologo, Ph.D. in Neuroscienze

Reference:

Lebel RM, et al. Quantitative high field imaging of sub-cortical gray matter in multiple sclerosis. Mult Scler. 2011.

Be the first to comment on "SM, terapia efficace? Lo dice il ferro"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.