Psicopatologia da internet per adolescenti

Psicopatologia da internet per adolescenti

Un prezioso contributo dello psicologo Angelo Giuseppe de' Micheli, Ph.D., specialista in psicoterapia e in criminologia, sul rapporto dei giovani con le nuove tecnologie della comunicazione, che hanno ormai assunto la funzione di "protesi" per adolescenti incompleti, veri e propri prolungamenti tecnologici della propria persona: del corpo e del Sé ormai parte integrante irrinunciabile.

Non invidio questa nuova generazione di adolescenti che nasce e cresce in questi anni perché porta con sé una menomazione congenita non imputabile alla deriva genetica ma al progresso tecnologico. Sono giovani incompleti ai quali è data una protesi  per sostenere la loro esistenza, una protesi rappresentata dalle nuove tecnologie. Di questo fenomeno dobbiamo esserne consapevoli e lo devono essere soprattutto i genitori per capire e gestire le esigenze dei figli e le dinamiche psicologiche che ne derivano. 

Le nuove tecnologie della comunicazione, non sono uno strumento messo a disposizione per entrare in contatto con gli altri ma di fatto sono diventate un prolungamento del corpo degli adolescenti, come degli arti meccanici ed elettronici che fanno parte dell’identità della persona, che ne sono parte assimilata in un assemblaggio biologico/psicologico da cui è difficile se non impossibile staccarsi senza compromettere l’integrità dell’individuo stesso e il suo già precario equilibrio spinto agli estremi dalle forze evoluzionistiche delle pulsioni di vita e di sopravvivenza e di inserimento nel gruppo dei pari. 

Di questi fenomeni sociali, familiari, individuali ma nello stesso tempo collettivi a livello mondiale i genitori ne devono essere interpreti prima di tutto, per poter gestire al meglio questa trasformazione di integrazione uomo macchina, adolescente / tecnologia, relazione individuale e relazione sociale.

Trascurare questi fenomeni familiari e sociali significa compromettere lo sviluppo psicologico, abbandonare il ruolo di educatori e di guide, impoverire la funzione genitoriale, allontanare i figli da quel processo irreversibile che la società sta imponendo all’individuo.

Favorire troppo questo processo significa diventare complici di un fenomeno che non nasce dallo sviluppo della personalità ma dalle forti pulsioni consumistiche del mercato  guidato unicamente dalla spinta economica. Restare testimoni passivi di questo fenomeno significa diventare complici di una realtà che prende sempre più il sopravvento sull’individuo per modellarlo, plasmarlo affinché risponda ai fenomeni sociali sottraendo allo stesso quel margine di scelta, di equilibrio, di individualità e di libero arbitrio che ciascuno dovrebbe e deve avere per mediare il proprio sviluppo individuale e per potenziare l’affermazione dell’ IO e del proprio SE’.

L’osservazione clinica non può estraniarsi o abdicare dall’osservare che le nuove generazioni sono obbligate dal mercato a stabilire un approccio, nel migliore dei casi di dipendenza, fin dalla più giovane età con un fenomeno che in passato mancava; la tecnologia, un fenomeno che di prepotenza si è imposto all’attenzione dell’intera comunità, di prepotenza dico perché filtrando giorno dopo giorno ha creato di fatto un processo di dipendenza irreversibile, o quanto meno difficilmente irreversibile a prezzo di una situazione di marginalità sociale e di marginalità individuale.

Nella pratica il contesto familiare si trova spiazzato a capire il senso, la necessità, l’importanza che tablet o smatphone possono avere per i figli adolescenti: non capire, non assecondare, contrastare questa esigenza sociale può diventare l’occasione per esprimere conflitti, per portare in superficie differenze di mentalità, per trovare un terreno di conflittualità dove esprimere tutte quelle divergenze che lentamente sotto soglia si sono andate strutturando lungo il corso degli anni.

Se nell’adolescenza è già presente quell’esigenza di distacco dal contesto sociale e dai modelli familiari per aderire ai modelli del gruppo dei pari, questa distanza si può facilmente amplificare e diventare un territorio di marginalità e di dichiarato conflitto inter-relazionale.

Una ricerca finanziata dalla Comunità Europea mette in luce come il 53% dei ragazzi europei con età tra i 9 e i 16 anni ha uno smatphone e di questi ben il 48 per cento lo utilizza  quotidianamente per collegarsi ad Internet. Questi dati legittimano l’idea che questi strumenti sono diventati parte del Sé, parti esterne del proprio Sé, ma lo sono a tutti gli effetti; dei veri e propri prolungamenti tecnologici delle propria persona, degli arti tecnologici paragonabili alla mano, alla vista, all’udito, aree posizionate fuori dal corpo ma che del corpo sono ormai parte integrante irrinunciabile.

Non c’è dubbio che questi processi mentali e sociali  si configurano ben distanti da quello che poteva essere in passato il semplice utilizzo del cellulare, i cellulari che potremmo facilmente definire di vecchia e superata generazione che rispondevano a due specifiche esigenze;  telefonare, quindi comunicare, oppure inviare dei messaggi che rientravano sempre nella classificazione del comunicare.

In questo contesto l’individuo esercitava l’uso dello strumento come elemento di scambio, come strumento al proprio servizio, un servizio quindi quello di comunicare facilitato alla tecnologia.

Un mondo lontano da quello dei moderni dispositivi tecnologici che consentono di chattare, in pratica di restare costantemente in relazione con gli altri, di sentirli, vederli, assecondarli e relazionare ogni proprio comportamento con la collettività, poter sentire e scaricare musica, altrettanto poter partecipare a giochi, e gestire   le tante applicazioni che ogni giorno sono rese disponibili dal mercato è diventato il territorio di confronto e di relazione dove il telefonare si colloca all’ultimo posto fra le funzioni storiche dello strumento.

I nuovi prodotti servono anche a telefonare ma questa funzione è l’ultima fortemente preceduta da tante altre che si sono imposte e che caratterizzano e monopolizzano la relazione interpersonale. Il restare costantemente in contatto con tutti, l’essere in relazione con gli altri si può dire facilmente giorno è notte è diventata una dimensione “religiosa” di una forma tecnologica id identità che richiama in sé la figura inconscia della mamma buona che provvede generosamente ai suoi figli, restarne esclusi significa diventare orfani di una mamma tecnologica che ha sostituito per generosità e disponibilità temporale la mamma vera. Quest’ultima si è persa dietro le esigenze professionali, familiari, lavorative e di ruolo.

La mamma vera è morta come ideale quando l’adolescente si sente abbandonato o la percepisce distante dalle proprie esigenze. La mamma buona di Internet lo accoglie ed è sufficiente premere qualche tasto inserire qualche password perché un mondo intero si schiuda e ci accorga nella grande famiglia di Internet o dei suoi rami complementari. La mamma muore, la mamma rinasce più gloriosa più disponibile, più generosa e soprattutto senza quel ruolo di controllo o di Super Io che in quella corporea e fisica era comunque presente.

Questa mamma tecnologica permette di allargare senza limiti la dimensione sociale e quindi pubblica della propria persona, che assume una struttura di “falso Sé, un Falso sé che consente agli adolescenti di abbandonare più facilmente la dimensione privata del proprio Io e di assumerne una pubblica, tutto è portato nel pubblico, tutto è trasferito sotto gli occhi curiosi della collettività, anche l’intimità perde le storiche riserve e viene pubblicato il privato, il personale e quindi anche l’intimo, l’intimo risponde alla collettività e perde la sua aureola per diventare forzatamente di tutti e per tutti.

Sui social media e nelle chat  si scende a lavare  i propri panni, a mettere in pubblico le proprie debolezze, si abbattono i tabù, si trasforma l’eccezionale in abituale, il personale in collettivo si frantuma il proprio Sé per condividere e diventare parte di un oceano infinito gestito  dalle forze  di una carica sociale che non conosce barriere o limiti.  

Dover rinunciare a questa extrapolazione del proprio Sé genera in molti adolescenti fenomeni di ribellione, di rabbia verso quelle figure familiari che sembrano o vogliono non capire, non adeguarsi non facilitare questa disgregazione del proprio Sé e questa presunta emancipazione nella condivisione di un Sé di gruppo, di un Sé di massa che invece l’adolescente vorrebbe. Castigare un figlio privandolo di del suo smartphone diventa una violenza assoluta, diventa un attentato alla propria persona, e viene vissuto come il tentativo di frenare, distruggere abbattere quel Sé ideale che l’altro aveva costruito giorno dopo giorno e tutto ciò porta a gravi situazioni di incomprensione all’interno del contesto familiare. Togliere ad un figlio l’utilizzo dello strumento tecnologico assume il significato di amputare una parte del suo Sé, di impedire il suo rapporto con il gruppo, di esercitare una castrazione sull’Io dell’adolescente.

Appare  quindi difficile e complesso il ruolo dei genitori che devono tener conto di questo fenomeno sociale, che caratterizza gli adolescenti ma che ne mostra anche i loro limiti perché la costruzione di un Sé sociale non determina di fatto la rinuncia al Sé familiare, gli adolescenti sono più che consapevoli che la mamma Internet  non sostituisce in assoluto la mamma biologica o il papà biologico, gli adolescenti sanno che da soli il mondo resta ostile e quindi mantengono o cercano di mantenere i legami con la realtà familiare; un equilibrio difficile ai quali i genitori devono saper rispondere con grande attenzione per non compromettere la loro funzione e per non generare persona complessate o escluse dalla dimensione del sociale cosi come viene oggi rappresentata; la dipendenza dalle tecnologie è di fatto una nuova psicopatologia che deve essere capita, inquadrata e gestita senza per questo doverla classificare al DSM 5 o trattare farmacologicamente, anche se questo possiamo aspettarcelo in un prossimo futuro.

In USA un comportamento diventa patologia per alzata di mano per gli autori del DSM 5. Per il momento possiamo restare alla finestra del tempo e guardare, annotare e partecipare a questa trasformazione della collettività nei suoi componenti base che la costituiscono: gli adolescenti e la loro famiglia.

Angelo Giuseppe de' Micheli, Ph.D.

1 Comment on "Psicopatologia da internet per adolescenti"

  1. stefania vagge | 07/10/2014 at 9:26 | Rispondi

    e’ bene comunque che le strutture direi le scolastiche rendano consapevoli i genitori dei rischi e diffondano modelli di comportamento per i genitori che si trovano ad affrontare questa nuova realtà cosi come e necessario che si informino i genitori sullla pericolosità dell’assunzione di droghe e di’alcool anche perche tra molti genitori sta prendendo campo l’idea che sia ormai una consuetudine necessaria alla coesione sociale se assunta con con moderazione non causi effetti dannosi al snc.

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