Oltre i neuroni, la mente plurale; BrainFactor intervista Gabriella Pravettoni

Oltre i neuroni, la mente plurale; BrainFactor intervista Gabriella Pravettoni.MILANO – “In un momento di grande incertezza, un auspicio: la mente cresce, tu decidi, il mondo cambia”. Questo il messaggio di MINDset, convegno di Università degli Studi di Milano e Fondazione Umberto Veronesi, che si terrà il 1 dicembre in Statale. Che cos’è la “mente plurale”? Ne parliamo con la Prof. Gabriella Pravettoni, ordinario di scienze cognitive e direttore del Centro di ricerca interdipartimentale sui processi decisionali (IRIDe) della stessa università.

Gabriella Pravettoni è professore ordinario di Scienze cognitive all’Università degli Studi di Milano, ove dirige l’Interdisciplinary Research Center on Decision Making Processes (IRIDe); su web www.takeadecision.org. I suoi principali interessi di ricerca vertono sui processi cognitivi, sull’ergonomia cognitiva, sui processi decisionali, sull’empowerment del paziente e sulla psicologia della salute. Fra le sue recenti pubblicazioni scientifiche, la presentazione sulla prestigiosa rivista Nature della “P5 Medicine”, un modello innovativo per migliorare l’approccio personalizzato al paziente oncologico (Alessandra Gorini & Gabriella Pravettoni, “P5 medicine: a plus for a personalized approach to oncology”, Nature Reviews Clinical Oncology, 2011 May 31).

Professoressa Pravettoni, “la mente cresce, tu decidi, il mondo cambia”. Un bel messaggio, in un momento di crisi generale in cui sembra che le menti pensanti abbiano abdicato al loro ruolo a vantaggio di meri indicatori economici “esterni” alle menti…

Un messaggio importante in un momento di grande incertezza, ma anche un auspicio ed un incoraggiamento. Siamo stati abituati a guardare agli indicatori economici, prima attraverso un’idea normativa della mente e quindi considerando l’uomo come un decisore razionale, poi considerando alcune variabili, euristiche e bias, attraverso le quali spiegare i comportamenti. Ora finalmente abbiamo capito che esiste un pensiero obliquo che non guarda a degli indicatori esterni, ma che accoglie degli input per elaborare risposte articolate.

Recentemente molti studiosi stanno in certo modo “riabilitando” processi fino a poco tempo fa “deprecati” da certo razionalismo, come le intuizioni, le metafore, la logica naturale, in pratica gran parte di ciò che avviene prima e al di sotto del livello consapevole…

In realtà moltissimi stimoli vengono elaborati a livello non cosciente, questo é ormai evidente. Ma ovviamente il fatto che non li percepiamo non significa che non abbiano effetto sui nostri comportamenti, sulla nostra emotività, sulle nostre scelte. Intuizioni? Metafore? Sono tutti processi che concorrono allo sviluppo e al funzionamento della mente che non è solo un intricato intreccio di neuroni, ma un insieme di caratteri materiali e immateriali tra loro distinti – infrastrutture neurali, consapevolezza, temporalità, soggettività qualitativa, intenzionalità – da cui nasce, appunto, la mente plurale. Ovviamente questo complica le cose e rende più difficile la formulazione di teorie inconfutabili che ne spieghino il funzionamento. Questa è l’essenza della complessità.

E’ sicura che il progresso della nostra conoscenza sui processi decisionali si tradurrà nella pratica quotidiana in migliori decisioni prese? In altri termini, basta la conoscenza del bene a renderci buoni?

Spiegare le euristiche e i bias, ovvero le scorciatoie cognitive che mettiamo in atto per decidere in modo rapido e senza troppo sforzo cognitivo, e gli errori cognitivi che da esse derivano, è un po’ come svelare un’illusione ottica mostrando ciò che normalmente il nostro occhio non vede. I bias sono delle vere e proprie trappole cognitive, che come le illusioni ottiche, che sono trappole visive, ci fanno analizzare le informazioni che abbiamo a disposizione in modo scorretto portandoci a prendere delle decisioni sbagliate. Approfondire la conoscenza sui processi decisionali è utile per metterci in guardia da scorciatoie e trappole cognitive e per farci prendere decisioni più razionali. Io lavoro molto sulle decisioni in medicina, ambito in cui, ancora di più, è importante prendere decisioni corrette e fare diagnosi adeguate. Istruire i medici (e i pazienti) su questi temi risulta fondamentale per abituarli a non cadere nelle trappole cognitive prendendo in considerazione tutte le opzioni disponibili senza farsi influenzare troppo dalle proprie esperienze passate, dal loro stato emotivo, ecc.

Il centro di ricerca interdisciplinare Iride che lei dirige ha fra i suoi obiettivi principali quello di studiare i processi decisionali umani tenendo in considerazione gli aspetti biologici, cognitivi e psicologici della questione. Altre “dimensioni” umane, come quella spirituale ad esempio, potranno in futuro costituire ulteriori territori d’esplorazione?

Da scienziati cognitivi sappiamo bene che molti fattori interagiscono in modo complementare per sviluppare conoscenze e produrre saperi. Proprio per questa ragione non escludo che, per esempio, la dimensione spirituale sia fra questi, ma non essendo un’esperta in materia mi devo fermare qui.

Un esempio applicativo, di come e quanto si possano tradurre nella pratica gli avanzamenti della vostra ricerca sui processi decisionali, è sicuramente il contesto medico sanitario. Come il miglioramento del modo in cui le persone prendono decisioni può promuovere una migliore salute?

Lavorare sui processi decisionali in ambito medico può essere utile sia per il medico che per il paziente. Dalla parte del medico è fondamentale poiché la medicina è un ambito in cui si fa molto uso delle scorciatoie cognitive che rischiano di indurre in errore. Prendiamo per esempio un oncologo che ogni giorno ha a che fare con diagnosi e pazienti oncologici. Per l’euristica della disponibilità egli tenderà, ogni volta che incontra sintomi ‘anomali’ a dar loro un significato oncologico poiché questo è il più ‘disponibile’ nella sua memoria. Naturalmente questo può portare a una mancata diagnosi della patologia rara in questione e quindi ad un errore che ha ripercussioni sulla vita del paziente. Anche dal punto di vista del paziente è  importante lavorare sui processi decisionali, soprattutto oggi che la decisione in ambito medico è una decisione sempre più condivisa tra medico e paziente, cosicché anche il paziente sappia affrontare il processo decisionale senza cadere nelle trappole decisionali.

Quest’anno avete presentato sulla prestigiosa rivista Nature la “P5 Medicine”, un modello innovativo per migliorare l’approccio personalizzato al paziente oncologico. Di che cosa si tratta?

Si parla molto di medicina personalizzata, intesa come medicina basata sulle caratteristiche genetiche del singolo paziente. In particolare, è stato recentemente pubblicato un articolo, sempre su Nature, in cui si discuteva l’efficacia della medicina delle 4P (personalizzata, predittiva, preventiva e partecipatoria). Ciò che ci ha colpito è che l’approccio personalizzato è esclusivamente basato sugli aspetti genetici e non prevede in nessun modo di prendere in considerazione gli aspetti psicologici e cognitivi implicati nelle decisioni terapeutiche, nelle scelte del paziente, e nel modo in cui si modifica la sua qualità di vita. Abbiamo quindi proposto una medicina delle 5P, in cui la quinta P rappresenta appunto gli aspetti psico-cognitivi che vanno tenuti in considerazione per proporre un vero trattamento personalizzato che tenga presente i bisogni, le necessità, le credenze e le aspettative del paziente.

Al convegno del 1 dicembre si parlerà nello specifico della “mente plurale, mente e menti in cui esperienze diverse generano saperi complessi, credenze, valori, ideali che cooperano e competono generando il cambiamento individuale e sociale e garantendone il futuro e il benessere”. Praticamente, in che modo ciò sarà possibile?

La mente plurale, o meglio ancora, la pluralità della mente, è per l’individuo la sola possibilità di adattarsi all’ambiente, di produrre, di interagire con il resto del mondo. La mente plurale è pensiero, ma anche credenze, emozioni, valori, ideali che si adattano all’ambiente, al contesto, alla cultura. E se la biologia, la medicina, la filosofia sono “singolari”, le scienze cognitive, che hanno come oggetto proprio lo studio della mente, sono plurali. Plurali nel senso di multidisciplinari; esse raccolgono saperi diversi che cooperano e competono per cercare di spiegare i fenomeni complessi che sottendono al funzionamento della mente e del pensiero. E multidisciplinare vuole essere questa giornata che vedrà confrontarsi personalità scientifiche di spicco provenienti da discipline diverse, ma solo apparentemente disgiunte: psicologia, logica, biologia, linguistica, intelligenza artificiale, neurofisiologia, medicina. Tutti parleranno della mente, di una mente, per l’appunto, plurale.

Intervista realizzata da Marco Mozzoni il 28/11/2011 (C) BRAINFACTOR Tutti i diritti riservati

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Marco Mozzoni
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