L’emicrania: una patologia sociale che necessita di cure specialistiche e terapie mirate

L’emicrania è clinicamente definita come una forma di mal di testa che colpisce quindici giorni al mese e, in almeno otto di questi, presenta sintomi come nausea, dolore localizzato, ipersensibilità a luce e rumori.

Si tratta di un disturbo che riguarda, tra Europa e America, circa l’8% degli uomini e il 18% delle donne, con notevoli ripercussioni sulla loro qualità di vita e sul loro stato di salute (sviluppo di patologie associate come obesità, ipertensione, problemi gastro-intestinali e disturbi d’ansia).

A seconda della frequenza degli attacchi, parliamo di emicrania detta “episodica” oppure di patologia “cronica” e, volendo dare altri riferimenti utili a descrivere la sua graduale evoluzione, possiamo dire che questa passa attraverso:

  • un progressivo tasso di disabilità;
  • ricorsi più frequenti ai servizi sanitari (per un insieme di costi tra spese mediche, farmaci e ricoveri che, in Italia, raggiunge i complessivi 3,5 miliardi di euro);
  • difficoltà sempre maggiori nello svolgere la propria attività lavorativa (come riferisce il 72% della popolazione italiana).

Un simile insieme di fattori condiziona fortemente la qualità di vita del paziente, con importanti ricadute sociali. A dimostrazione di questo fatto, abbiamo la testimonianza dei pazienti italiani intervistati all’interno della periodica indagine su diffusione e cura della patologia che viene preparata annualmente in occasione dell’European Headache and Migraine Trust International Congress. Per quanto concerne la loro condizione generale, sostengono di sentirsi:

  • esausti (il 65%);
  • limitati nel loro agire (il 51%);
  • sopraffatti dallo stress (il 43%);
  • frustrati (il 40%);
  • depressi (il 36%).

Gli stati d’animo negativi rivelano il potere invalidante della malattia e quanto una corretta informazione circa la presenza di un percorso di cura specifico e l’introduzione di una visione dell’assistenza più vicina al paziente, rappresentino le scommesse più importanti per il prossimo futuro.

Oltre alle caratteristiche cui facevamo cenno all’inizio, nelle varianti dell’emicrania sono anche coinvolti complessi rapporti causa effetto con altri apparati come la vista o lo scheletro. Un percorso che analizzi in modo approfondito disturbi apparentemente non correlati (dolore agli occhi, postura, problemi ai denti), valuti l’approccio terapeutico più adatto e segua nel tempo l’efficacia delle terapie assegnate (tenendo presente la possibilità di sostituzioni o cambi frequenti), è la chiave di volta per curare nel modo più adeguato l’emicrania.

Le cure principali sono farmacologiche, ma possono prevedere anche un approccio integrato che coinvolga specialisti in abito odontotecnico, ortopedico, oftalmologico e, sempre più spesso, anche la valutazione delle abitudini alimentari del paziente. Alcune semplici accortezze volte a riequilibrare o calibrare l’apporto delle varie sostanze nutritive possono avere, infatti, enormi benefici in termini di frequenza degli attacchi o di efficacia delle terapie.

Non a caso, il senso d’inadeguatezza (stress, depressione, etc.) che emerge dall’indagine cui si faceva riferimento in precedenza, dimostra l’estrema difficoltà di questi individui a vivere la propria condizione, il che, spesso, significa convivenza forzata con la malattia e incapacità di reagire a ciò che si sta vivendo.

Incominciando dall’uso di farmaci, il raggiungimento di un buon livello d’informazione eviterebbe situazioni rischiose in cui le persone seguono una terapia errata basata sull’automedicazione, invece di un approccio che utilizzi i triptani, i principi attivi d’elezione. L’aspetto più delicato, però, è la sempre più frequente correlazione tra il subentrare della vulnerabilità emotiva dei pazienti e la diminuzione dell’’efficacia delle terapie che ha origine, purtroppo, nel loro meccanismo d’azione.

Durante gli attacchi, i pazienti sono molto instabili a causa delle difficoltà che incontrano nel sopportare il dolore. Nel momento in cui gli attacchi diventano frequenti, tendono a fare un uso eccessivo dei farmaci senza prestare attenzione all’aumento progressivo sia delle dosi sia nella frequenza di assunzione di queste sostanze. L’esito è la graduale diminuzione della durata dell’effetto dei farmaci e il sopraggiungere di uno stato di progressiva assuefazione in cui i principi attivi non danno alcun beneficio, se non addirittura complicazioni.

Gli effetti collaterali cui ci riferiamo sono, nello specifico, l’insorgenza di disturbi di tipo psichiatrico quando si fa uso di sostanze che interagiscono con i circuiti neuronali, di problemi cardiovascolari nel caso di quelle che agiscono a livello dei vasi sanguigni, senza contare i danni a livello gastro-intestinale dovute ai processi di metabolismo delle varie formulazioni.

A fronte di quanto constatato sino ad ora, non dovrebbe stupire un quadro della realtà che vede:

  1. la frequenza dei casi di emicrania sia in aumento (ne soffre il 12% della popolazione italiana e un 4% diventa un paziente cronico ogni anno);
  2. un’evoluzione sempre più rapida del disturbo dalla forma episodica a quella cronica;
  3. la crescita della percentuale di pazienti (tra il 50% e l’80%) costretta a recarsi nei centri specializzati uscire da situazioni limite di assuefazione o altre complicazioni;
  4. severe difficoltà nel mantenere un lavoro stabile (problema indicato dal 39% dei pazienti), con un 24% di pazienti interpellati che ha addirittura perso l’occupazione.

Davanti ad una simile situazione, è opportuno analizzare meglio gli approcci utilizzati sino ad ora in ogni fase, dalla diagnosi alla scelta della terapia sino al suo monitoraggio, per riuscire a comprendere le cause per cui non si è stati in grado di affrontare la patologia e contenerne il potere invalidante.

Il primo ostacolo da affrontare è la difficoltà nell’individuare correttamente e tempestivamente la malattia. Alla comparsa dei primi sintomi, infatti, non se ne identificano di specifici e si tende ad attribuire il dolore a diversi disturbi. Il pericolo principale cui si va incontro, quindi, è un’incorretta interpretazione da parte dei pazienti e il serio rischio che essi ricorrano alle cure fai da te.

Spesso e volentieri quando la patologia si presenta in forma lieve ed episodica, anche l’eccessiva semplificazione portata da un utilizzo scorretto del termine “mal di testa” quale sinonimo di emicrania, cefalea o dei comuni fastidi di origine muscolo-tensiva, è una delle motivazioni per cui il pubblico (pazienti così come le persone che ne vivono a contatto) risulta confuso e scarsamente consapevole di poter ricevere le cure adeguate.

Quest’ultimo potrà sembrar un elemento poco importante, ma sottovalutare il disturbo in questa fase è dannoso e rappresenta per i pazienti un notevole fattore di dispersione: con essa intendiamo dal ritardo alla mancata comprensione della propria condizione, siano al rischio di non ricevere la corretta terapia.

Una parte della responsabilità per quest’ultimo risultato è da attribuirsi ai professionisti della salute (sia farmacisti sia medici di medicina generale) che dovrebbero monitorare i pazienti per capire se gli episodi di generico “mal di testa”si verifichino a una precisa frequenza, in quali contesti e in relazione a quali comportamenti/abitudini. Nei casi in cui non si riscontri l’effetto lenitivo di analgesici o antidolorifici somministrati per un periodo sufficiente a garantirlo, i pazienti dovrebbero essere anche sconsigliati dal proseguire con la cura generica e invitati a recarsi da uno specialista.

Il secondo ostacolo è un aspetto che si trova ancora più a monte delle fasi di diagnosi e trattamento dell’emicrania, ma si rivela fondamentale se si vuole aumentare la possibilità di riconoscerne la presenza quando si manifesta nella forma episodica. Parliamo della necessità di migliorare la comunicazione tra i protagonisti naturali di un rapporto di cura: medico e paziente. Queste due realtà appaiono come delle entità unicamente accomunate dall’elemento patologia, entrambe scarsamente consapevoli di quanto un confronto aperto sia importante ai fini di un esito positivo del percorso di cura.

Affinché quest’obiettivo si concretizzi credo che il primo passo lo debbano fare specialisti, medici di famiglia e farmacisti uscendo più allo scoperto e avendo un approccio meno distante e più comprensivo verso chi soffre di un disturbo così complesso e invalidante. Nei momenti in cui c’è da comprendere lo stato di salute di chi si ha di fronte, formulare una diagnosi precisa e assegnare una terapia, attenersi troppo a evidenze cliniche e statistiche, porta a tralasciare una componente sostanziale quale l’esperienza diretta di ogni paziente, la quale permette di evitare il peggioramento dell’emicrania e restituire alle persone una quotidianità più serena.

Un esempio pratico. Il razionale secondo cui i pazienti gravi o cronici dovrebbero utilizzare i farmaci solamente in corrispondenza di due o tre attacchi la settimana e senza superare le due dosi per singolo attacco di cefalea, risulta abbastanza difficile da applicare in una realtà in cui questi soggetti sono difficilmente in grado di resistere all’intenso dolore rischiando di ottenere l’effetto opposto e a doversi disintossicare.

Molto emblematico e istruttivo in quest’ottica, è il focus delle recenti (2012) linee guida nazionali di riferimento per la prevenzione e la terapia delle cefalee dell’AGE.NA.S, le quali estendono il quadro delle possibili terapie evidenziando l’esistenza di oltre venticinque sostanze (tra di esse vi sono principi attivi di origine farmacologica come la tossina botulinica e nutrienti come vitamina B2, Coenzima Q10, Magnesio, acido tioctico e sostanze vegetali come la petasina e il partenio) che hanno l’emicrania quale indicazione terapeutica, ma sono in grado di prevenirne gli attacchi (la posologia utile a rendere il trattamento efficace è di una dose al giorno per almeno quattro mesi).

In conclusione, arrivare a essere visitato da un medico specializzato per avere una diagnosi accurata può non essere così immediato e maggiori sforzi congiunti in questo senso devono essere fatti da tutti i professionisti della salute (farmacisti e medici di medicina generale più di ogni altro dato il loro ruolo di referenti di prima linea) nel prendere coscienza di quanto la cosa sia importante.

Nei prossimi articoli avrò il piacere di approfondire molti degli aspetti critici di cui ho parlato in questo articolo partendo dalle esperienze dirette di due pazienti che gentilmente hanno condiviso la loro storia di malattia. Risvolti familiari intensi faranno emergere le difficoltà nel convivere con la malattia, così come le tante indagini sperimentali, i vari tentativi di approntare la giusta terapia e la necessità di non tralasciare lo stile di vita del paziente, aiutano a capire la complessità cui si trova davanti il clinico.

Andrea Robotti 

Image credits: Shutterstock

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