Legge professioni: il commento di Ordine Psicologi

Legge professioni: il commento di Ordine Psicologi.E oggi mi invento una professione… Di per sé il decreto 3270 “in materia di professioni non regolamentate in Ordini o collegi” introduce il seme, o se si vuole il germe, di un’iniziativa autonoma in merito alle professioni. E forse, da un certo punto di vista, ci voleva. Serve, nell’intendimento del legislatore, a sanare il caso degli informatici e degli amministratori di condominio, ad oggi privi di regolamentazione, di percorsi formativi e di carte etiche da rispettare.

Dunque, bene? Non proprio tutto.

La definizione naif di professione

Il primo elemento, non indifferente rispetto alle sue conseguenze, è subito dato dalla definizione  eccessivamente sintetica di “professione”, centrata sulla mera “attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi”; tale definzione è talmente ampia da risultare ben poco informativa, e in sostanza semplicistica e naif.

Descrive in sostanza una “notte in cui tutte le vacche sono nere”, e le pseudo-professioni sono a fianco alle professioni, le bufale e i male intenzionati a fianco a persone serissime. Il Colap redige un elenco in cui il cristalloterapeuta e il fiorista di Bach sono a fianco al fisioterapista e al programmatore.

E’ evidente che se avessimo definito “professione” come propone Dal Re “attività lavorativa non generica, altamente qualificata, esercitata da soggetti che hanno acquisito una competenza specialistica attraverso un iter formativo e un tirocinio destinato a tale scopo. La professionalità è collegata alla necessità di assicurare la tutela di alcuni beni fondamentali per la vita personale e sociale” ebbene, ci troveremmo di fronte ad altre tutele e anche ad una maggiore coerenza con l’articolo 33 della nostra Costituzione, che prescrive un esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio professionale, ciò perché si considera il “professionista” un soggetto cui vengono affidati dallo Stato beni di interesse pubblico, come ad esempio la salute dei cittadini.

Se invece la professione è connessa solo all’attività economica, ovvero se è professione in buona sostanza qualunque attività prezzolata, ebbene, ciò non può che rappresentare un’apertura foriera di pericoli di cui solo alcuni intuibili.

Il regolamento dei non regolamentati: bene, certo, ma…

“L’esercizio della professione è libero e fondato sull’autonomia, sulle competenze e sull’indipendenza di giudizio intellettuale e tecnica, nel rispetto dei principi di buona fede, dell’affidamento del pubblico e della clientela, della correttezza, dell’ampliamento e della specializzazione dell’offerta dei servizi, della responsabilità del professionista.” Il principio sancito dall’articolo 1 della legge è talmente condivisibile, talmente lapalissiano che ci si domanda, e non è domanda stupida, come mai non vada sempre tutto per il meglio in materia di professioni.

In effetti se ci si connette al sito dell’UNI si scoprirà che tra i primi a risultare interessati a “regolamentarsi” vi è una curiosa professione, i “patrocinatori stragiudiziali in materia di risarcimento del danno”. Ebbene, forse non sono l’unico a domandarsi se questa non sia materia da avvocati. Come dire che il tema della “sovrapposizione” tra professioni riconosciute e “nuove professioni” si pone e si porrà sempre di più, eccome. Specie in tempo di crisi, quando esercitare una professione, e, ancora più, insegnare ad esercitarla in poco tempo può risultare interessante e lucrativo per molti.

Sarò più esplicito. Nella legge, individuato il problema ci sarebbe già la soluzione, visto che esclude dal suo ambito le attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi, e tutto ciò che riguarda le professioni sanitarie.

Si specificherebbe addirittura che il divieto non si limita solo all’uso dei “nomi” delle professioni normate, ma inibisce “l’esercizio delle attività professionali riservate dalla legge a specifiche categorie di soggetti, salvo il caso in cui dimostrino il possesso dei requisiti previsti dalla legge e l’iscrizione al relativo albo professionale” (art. 2, comma 6). E’ qui evidente l’importanza delle definizioni di “atto tipico” dello Psicologo, e le “tecniche” che lo psicologo apprende in virtù della formazione accademica e specialistica: colloquio, test, ecc.

Siamo quindi a posto così? Sono convinto del contrario, perché il nostro è un Paese in cui nelle corsie riservate ai mezzi pubblici circola sempre qualche furbo, specie quando mancano le telecamere. Le telecamere, già. Questo è il vero problema: il principio è buono, ma chi lo farà rispettare? Chi dirà se il patrocinatore esperto in danni debba essere di fatto un avvocato o il counselor sia di fatto un nuovo professionista o se invece, nascendo dalla psicologia, essendo formato da psicologi su tecniche psicologiche non sia sempre stato perfettamente descritto dalla legge 56 come “uno psicologo” e di questo debba avere la formazione, a tutela della pubblica fede e della salute dei cittadini?

Il primo problema: chi controlla il controllore delle professioni non ordinate?

La vera novità della legge è tuttavia una e una sola, la creazione di un nuovo soggetto giuridico, le “associazioni professionali di natura privatistica”. Queste dovrebbero  verificare l'”indipendenza” della propria disciplina e la “buona fede e affidamento del pubblico” alle cure dei priori associati. E’ possibile che siano solo questi neonati Ordinini privati a definire cosa sia una professione nuova e coma essa si debba gestire?

Il mio parere è che sia tremendamente pericoloso che manchi un “terzo” che controlla, ovvero il ruolo dello Stato. I soggetti privati agiscono infatti secondo interessi e profitti personali, svincolati dalle regole e dalle tutele del sistema pubblico e dalla formazione accademica e valuteranno l’esistenza di una nuova professione e le relative regole di accesso e di condotta solo in base ad esigenze del mercato e talora a ragioni personali.

Sintetizza così il presidente nazionale degli Psicologi Giuseppe Palma il principale pericolo di questa legge: “delegare completamente ad associazioni private l’individuazione dei requisiti necessari allo svolgimento di attività che potrebbero non avere alcun carattere professionale autonomo disegnando un sistema interamente autoreferenziale. L’applicazione di questo principio anche nell’ambito della salute significa che lo Stato abdica alla fondamentale funzione di responsabile della salute dei cittadini”.

Il secondo problema: il controllo dei requisiti di accesso e il pericolo di trust sui costi della formazione

Oggi le professioni “non normate” sono ovviamente meno libere. E’ improbabile che l’informatico possa mantenere la stessa libertà di esercizio professionale. I percorsi per le autorizzazioni diventeranno più lunghi, costosi e spesso non giustificati dato l’ampio ricorso prevedibile a organizzazioni private di formazione e a meccanismi di cartello (trust).

Il business del momento: mi invento una professione e mi faccio l’associazione professionale (e la relativa scuola di formazione)

Lo consiglio come business del momento. Troviamo una professione non ordinata priva di rappresentanza, diciamo ad esempio le baby sitter. Se non la troviamo, possiamo sempre inventarne una o scippare un pezzo di una professione riconosciuta.

A quel punto ci servono due amici. Uno aprirà un’associazione professionale che chiamerà in maniera altisonante Coordinamento Nazionale Baby Sitter, o AssoBabySitter, o qualcosa del genere. L’altro aprirà l’Alta Scuola di Formazione per Baby Sitter, con un sito accattivante e un bel logo professionale.

Il primo amico stabilirà che tra le regole per entrare nella sua associazione professionale ed essere riconosciute come baby sitter oltre a versare una congrua tassa annuale bisognerà avere frequentato la scuola triennale del secondo amico, che prevederà tirocini presso asili nido di proprietà di altri amici….

Conclusione

La legge che è passata introduce elementi di tipo anglosassone, liberisti in una società complessa e un pò furbacchiona e ruspante come quella italiana. Il pericolo dell’autoreferenzialità in tema di salute pubblica è certo presente e preoccupante. Tuttavia letteralmente la legge conterrebbe anche in sè tutti gli anticorpi necessari a sconfiggere le malattie sociali che potrebbe creare.

Tutto sta alla serietà con cui si valuterà la sovrapposizione delle nuove professioni con le professioni esistenti e ordinate, e la tutela della fede e della pubblica salute. La figura del “terzo garante” (lo Stato) si rivelerà indispensabile nel regolare il traffico delle associazioni e delle sedicenti professioni, perché questa legge non diventi una gigantesca istigazione a delinquere e dia origine a un’ondata di esercizio abusivo di tutte le professioni possibili senza precedenti. Di questi tempi, non ci sarebbe di che stupirsi.  

Dott. Mauro Vittorio Grimoldi
Presidente Ordine Psicologi della Lombardia (Opl)
Coordinatore del gruppo CNOP Tutela e Qualità della Formazione in Psicoterapia

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