Le strategie internazionali di Difesa in Artico

Abstract

I cambiamenti climatici in Artico hanno creato problemi ambientali e creeranno problemi di sovranità e di sicurezza. Lo scioglimento del ghiaccio comporterà problemi per la sicurezza degli Stati artici che dovranno controllare un aumento dei transiti attraverso il loro territorio e che potrebbero entrare in conflitto tra loro a causa di rivendicazioni territoriali, in particolare quelle relative alle risorse naturali. Probabilmente una delle soluzioni è trovare il giusto equilibrio tra deterrenza e difesa e una pragmatica cooperazione che possa essere utile a tutti gli attori che hanno interessi in quell’area.

Key words: Artico, Consiglio Artico, geopolitica, strategie di Difesa, cambiamenti climatici.

Abstract

The climate changes has created environmental problems in the Arctic area, it will also create troubles concerning sovereignty and security. Melting ice will generate security issues for Arctic States, as they will have to regulate the increasing traffic through their territories, might create a conflict with one another over territorial claims, especially those which have valuable resources. Probably, one of the solution is finding the proper balance between deterrence, defense and pragmatic cooperation aimed to help all the States involved with interests in the considered region.

Key words: Arctic, Arctic Council, geopolitics, Defence strategies, climate change.

1. Introduzione

Le previsioni circa il cambiamento climatico nella regione artica hanno determinato, da tempo, una serie di timori per eventuali futuri conflitti nella regione, con inevitabili ripercussioni nella politica di difesa e sicurezza dei Paesi interessati.

L’Artico è un territorio di circa 14 milioni di chilometri quadrati, posto all’intersezione di 3 piattaforme continentali, che con il 13 % delle riserve mondiali di petrolio e il 30% di riserve di gas non ancora sfruttate, costituisce un’area di enorme valore geostrategico. Il suo sfruttamento, anche in termini di rotte commerciali-militari, resta una delle mire delle principali Stati artici: l’apertura della rotta artica, evitando il Canale di Suez, consentirebbe di abbreviare il tempo di viaggio dall’Asia all’Europa con innegabili vantaggi per quei Paesi che, attualmente devono soggiacere al controllo dei flussi energetici operati dalle potenze egemoni.

Molti sono i timori che a vario titolo interessano i diversi attori e che si percepiscono anche dalla strutturazione delle politiche degli Stati artici e di quelli facenti parte del Consiglio Artico, che da diverso tempo hanno adottato politiche caratterizzate da un accento particolare sulla regione artica, rafforzando la loro presenza militare nella regione o, in alcuni casi, ampliando le proprie capacità militari.

Già in uno studio pubblicato nel 2012 presso lo Stockholme International Peace Research Institute, ovvero l’Istituto Internazionale di ricerche per la pace di Stoccolma, a firma del ricercatore Siemon T. Wezeman, dal titolo “military capabilities in the Arctic”, si dava conto delle capacità militari dei Paesi indicati e delle politiche strategiche nelle zone di interesse, portate avanti attraverso esercitazioni congiunte, creazioni di basi, partenariati per la gestione di Comandi militari, elementi che denotavano una particolare attenzione a quel territorio.

Ovviamente i dati di quello studio si discostano da quelli attuali, in ragione di nuovi interventi in politica estera, di diverse dislocazioni di forze militari in campo e di strategie politiche e militari più aderenti alla realtà del momento. Quel che è rimasta immutata è la consapevolezza del delicato ruolo svolto della regione artica e dell’importanza che essa riveste e rivestirà nel futuro, per le considerazioni esposte in premessa e conseguenti ad un cambiamento climatico suscettibile di modificare rotte commerciali, difesa dei confini e sfruttamento del territorio.

2. Attuali strategie internazionali di Difesa

Di seguito, si sintetizzano le principali strategie di Difesa poste in essere dai principali attori internazionali.

Canada

La politica di difesa attuale del Canada è contenuta nel documento denominato “Strong, Secure, Engaged, Canada’s Defence Policy” che a distanza di alcuni anni dalla sua prima versione esprime chiaramente la volontà del governo di migliorare la capacità collettiva nelle operazioni al fine di meglio rispondere alle eccezionali sfide per la sicurezza dell’Artico.

Rinnovamenti strutturali sono stati previsti relativamente al “North American Aerospace Defense Command”, il Comando di Difesa Aerospaziale del Nord-America, istituito tra CANADA e U.S.A., con il compito di sorvegliare lo spazio aereo dei due Paesi che ha il suo fulcro nel “North Warning System”, sistema di monitoraggio costituito da una serie di stazioni radar che si estendono dall’Alaska fino al Labrador, nato nel 1954 e modernizzato nel 1980, stante l’esigenza di controllare anche le aree più a nord e avente lo scopo di identificare eventuali attacchi aerei provenienti dall’est Europa, rendendone possibile l’intercettazione; un sistema tuttavia non più aderente alle attuali esigenze strategiche attuali che ne rendono indispensabile una sua sostituzione con uno di tipo più avanzato capace di operare in tutti i domini, compreso quello cyber.

L’ammodernamento interessa anche la Royal Canadian Navy che sostituirà le fregate e i sottomarini con unità della stessa tipologia ma di moderna concezione e l’acquisizione di velivoli a pilotaggio remoto con capacità ISTAR “Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconaissance” per la sorveglianza marittima e terrestre delle vastissime aree del territorio.

Danimarca

La Danimarca rappresenta un unicum tra i paesi artici pertanto anche la visione politica riguardante quell’area è il frutto di una strategia complessiva che tiene conto delle peculiarità delle isole Far Øer e della Groenlandia, territorio quest’ultimo autonomo all’interno del regno.

Il documento Kingdom of Denmark Strategy for the Arctic 2011-2020 ormai in scadenza ha delineato le priorità e la visione politica di un Paese che è certamente consapevole dei risvolti provocati dai cambiamenti climatici aprendo nuove rotte.

Su tali basi è stato concepito il documento di politica militare “new Defence Agreement for 2018–2023” un documento programmatico che prevede per la prima volta un progressivo incremento delle risorse (fino a triplicarle) ritenute indispensabili all’azione di rafforzamento difensivo dei settori che finora sono stati più trascurati ovvero la difesa aerea e marittima e lo sviluppo di capacità antisommergibile della marina.

La sorveglianza dell’area artica di pertinenza è fondamentale per la Danimarca che mantiene il controllo della Groenlandia, regione alla quale ha concesso dal 2009 una parziale autonomia, fatta eccezione per le politiche estere e di difesa, scelte obbligate che consentono di mantenere un suo ruolo di assoluto livello e gestire l’estrazione di risorse naturali fondamentali per l’economia del Paese. In Artico inoltre si giocano importanti partite geopolitiche e di partenariato con gli U.S.A.: l’accordo sulla base di Thule ad esempio prevede una operatività delle forze armate di entrambi i Paesi per esercitazioni congiunte, comprese le operazioni di pattugliamento e quelle di ricerca e salvataggio. Parallelamente, gli accordi garantiscono la fruizione di fondi destinati in parte alla bonifica di installazioni militari statunitensi non più in uso e in parte al mantenimento di strutture operative. La Danimarca è consapevole che non può procedere ad una militarizzazione dell’Artico né operare con competenza esclusiva e in ragione di ciò è indispensabile aprire a partenariati che garantiscano le dovute potenzialità.

Norvegia

La Norvegia risente di limitati investimenti nel settore difesa e l’attuale spesa destinata, pari all’1,6% del Pil, risulta essere inferiore all’obiettivo del 2% stabilito in ambito NATO, e difficilmente potrà crescere nell’immediato (lo dimostra anche la recente riduzione di alcune grandi unità dell’esercito). Il nuovo stanziamento destinato all’ammodernamento dell’intera flotta prevede lo smantellamento di unità non più in grado di svolgere il proprio ruolo, la sostituzione dei sommergibili di vecchia costruzione con analoghe unità di nuova concezione progettate in Germania destinate al rifornimento di carburante e materiali, dotate di hangar per elicotteri.

Altri Paesi confinanti

Anche altri paesi confinanti hanno deciso di adeguarsi a politiche di collaborazione che suppliscano in qualche modo ad improponibili investimenti massicci nel settore: è il caso della Finlandia che ha annunciato una implementazione delle proprie forze militari, mentre il governo della Svezia ha fatto sapere di volere ripristinare la leva militare, e di incrementare il numero di effettivi delle forze armate. La recente presenza in Artico di imbarcazioni cinesi per fini asseritamente commerciali o di esplorazione ha determinato il coinvolgimento anche dell’Islanda che ha rimodulato la base militare di Keflavik, che in passato ospitava personale statunitense trasformandolo in centro di addestramento anche per unità militari norvegesi.

Russia

L’interesse della Russia per l’Artico ha radici storiche che vanno indietro nel tempo. In epoca relativamente più recente, nel settembre 2008, è stato adottato il documento “politica di Stato della Federazione Russa nell’ Artico fino al 2020 e oltre”; che sottolinea l’importanza della regione artica come fonte principale delle risorse naturali delineando un piano per sviluppo artico sotto l’egida delle forze armate russe e di altre agenzie governative.

Le linee politiche espresse trovano una naturale collocazione nei contenuti dalla “Nuova Dottrina Navale della Federazione Russa” rielaborata nel 2015 che ha visto la creazione del Comando interforze per l’Artico che ha sede a Severomorsk, una importantissima innovazione nella struttura militare russa che può disporre di due brigate artiche di fanteria motorizzate dislocate a Pechenga e Alakurtti, di una componente aerea formata da 6 reggimenti e uno squadrone di velivoli di varia tipologia, 4 reggimenti missilistici antiaerei, 4 reggimenti EW/SIGINT per la guerra elettronica e di tutto il complesso navale della Flotta del Nord composta da 41 sommergibili e due divisioni navali.

La copertura areale viene inoltre completata dalle dotazioni del “Federal Border Guard Service”, una branca del servizio di sicurezza federale incaricata di sorvegliare la frontiera russa, che gestisce alcune unità pattugliatori rompighiaccio dotati di armamento, e infine da ulteriori 20 navi rompighiaccio civili, tutte operanti in Artico.

Un tale apparato deve necessariamente disporre di infrastrutture adeguate e in tal senso il processo di innovazione tecnologica ha consentito finora di ristrutturare 13 piste di atterraggio e di costruire nuove infrastrutture militari che consentono una presenza costante delle truppe facenti parte della task force artica con sedi nelle porzioni di Mar glaciale artico di Barents, Laptev e Kara.

Altri centri militari sono stati costruiti negli arcipelaghi Novaja Zemlja, Zemlja Aleksandry e Kotelny e costituiscono il complesso strutturale denominato “trifoglio artico” potenzialmente in grado di ospitare centinaia di operatori di varie unità militari, con relative dotazioni di piste di atterraggio e sistemi missilistici.

Per un ottimale funzionamento dei siti è stata costruita la centrale nucleare galleggiante la Akademik Lomonosov che staziona a Pevek nel mare della Siberia orientale.

Stati Uniti d’America

Durante la Presidenza OBAMA vennero presentate la US National Security Strategy (2010) e la US National Military Strategy (2011), entrambe indicanti gli obiettivi di sicurezza e le politiche militari degli Stati Uniti che menzionavano l’Artico solo in maniera casuale; col passare del tempo molti di questi documenti sono stati in parte aggiornati in ragione di situazioni contingenti ma soprattutto per cercare di colmare un gap strategico con gli avversari diretti: Russia e Cina.

Nel mese di agosto 2019, il Presidente Donald Trump ha ridestato le attenzioni internazionali a seguito della dichiarazione con la quale era disposto a valutare l’acquisto della Groenlandia: si trattava di un discorso non casuale e facente parte di una strategia di interesse per l’area sempre presente nella storia statunitense, trasformatasi recentemente, in una nuova veste idonea a contenere il contestuale espansionismo russo-cinese.

Le forze armate U.S.A. di stanza in Alaska ricadono sotto il comando del Comando Alaska ALCOM, la cui componente terrestre è l’US Army Alaska U.S.A.RAK, una forza strutturata sul modello delle ordinarie unità di fanteria meccanizzata e truppe aviotrasportate tuttavia non particolarmente caratterizzata per le operazioni artiche. Al contrario, il North Warfare Training Center che si trova a Fort Wainwright, dispone di un ruolo più specifico: si tratta del posto dove sono concentrate tutte le attività di addestramento in condizioni climatiche fredde dell’esercito degli Stati Uniti. In quella zona l’esercito gestisce anche il Cold Regions Research and Engineering Laboratory e il Cold Regions Test Center.

Più specifico il ruolo dei sottomarini nucleari da tempo in grado di operare sotto il ghiaccio artico grazie anche a soluzioni innovative continuamente adottate: la Flotta del Pacifico degli Stati Uniti a tale scopo, ha avviato un laboratorio sottomarino artico appositamente dedicato che è responsabile dello sviluppo e del mantenimento delle capacità artiche sottomarine.

Tra i capitoli di spesa del National Defense Authorization Act del 2020 sono state previste somme per la realizzazione di una task force composta dal capo di Stato Maggiore della Difesa, il Genio e la Guardia Costiera, previo coordinamento con il Segretario alla Difesa che individuino i potenziali siti per la costruzioni di infrastrutture militari navali nelle zone artiche di competenza. Il gap accumulato con la Russia è notevole, probabilmente dovuto al fatto che quest’ultima ha 11 mila chilometri di costa in area artica a differenza degli U.S.A. che ne condividono solo una residua parte; politicamente sono ancora in molti a sostenere che la costruzione di una nuova base in Artico sarebbe un inutile spreco di denaro, propendendo verso una ristrutturazione delle infrastrutture militari già esistenti.

3. Il ruolo della NATO

La NATO, North Atlantic Treaty Organization non ha mai nascosto la sua volontà a candidarsi a un ruolo di primo piano nel panorama artico. Il cinquanta per cento della regione circumpolare è il territorio di suoi Stati membri, e quattro dei cinque Stati costieri fanno parte del patto atlantico. Inoltre, il trattato richiede che tutti i membri “uniscano i loro sforzi in una difesa collettiva, per il mantenimento della pace e sicurezza”. Nella stessa prospettiva viene spesso richiamato l’articolo 5 dell’Alleanza che definisce, nell’ottica di un impegno concreto a salvaguardia dei partecipanti: “un attacco contro uno è un attacco contro tutti”.

Nel corso degli anni ha svolto e continuerà a svolgere un ruolo nella regione artica; i sostenitori attivi di tale prospettiva ritengono che l’Alleanza debba prestare rinnovata attenzione in funzione di difesa collettiva piuttosto che intraprendere ulteriori operazioni fuori area. Ai fini di un bilanciamento delle attività anzidette con le sue missioni, è opportuno che rivolga anche l’attenzione a nord verso l’Artico, pur non tralasciando l’evoluzione geopolitica delle aree a sud e ad est. Questa posizione è in linea con un documento elaborato da gruppo di esperti nel 2010 in base al quale la capacità di difendere gli stati membri e scongiurare qualsiasi minaccia di aggressione esterna, dovrebbe essere riaffermata in termini inequivocabili.

Al momento i rapporti tra l’Alleanza e la RUSSIA sembrano compromessi e contraddistinti da divergenze di vedute notevoli circa l’Ucraina, il Trattato INF sui missili a medio raggio e il fattore Cina; ma è auspicabile che proprio dal Consiglio NATO-RUSSIA possa nascere un meccanismo di dialogo allargato e proficuo dove ogni Paese NATO possa esprimere le proprie idee e visioni politiche (e sappiamo per certo che non sono affatto unanime) confrontandosi con un attore internazionale del quale non si può fare a meno di confrontarsi.

Al momento, l’attività principale dell’Alleanza è quella di monitorare e coordinare l’attività militare delle esercitazioni congiunte svolte in quell’area al fine di costruire la fiducia e la cooperazione e migliorare l’interoperabilità tra i vari Paesi. In che modo questo ruolo si evolverà in futuro non è stato ancora chiaramente definito: vi sono delle linee di pensiero che suggeriscono diverse possibilità, dal servizio della NATO come forum per il dialogo e la condivisione delle informazioni, all’istituzione di una cabina di regia per la conduzione di piani di emergenza in caso di catastrofi e di soccorsi aerei e marittimi. Quel che è certo è che nelle mappe di ogni paese, vi sono una serie di inimmaginabili variazioni di quell’area, tali da provocare confusione, divergenze, e, in alcuni casi decisioni ai limiti degli scontri diretti.

Le notevoli capacità della NATO di disporre di immagini satellitari potrebbero contribuire a fornire i dati scientifici necessari per le previsioni meteorologiche, la prevenzione delle catastrofi, e particolari valutazioni di impatto ambientale. L’Alleanza Atlantica potrebbe anche rafforzare il suo ruolo di coordinamento nel caso di catastrofi marittime e la conseguente attività di gestione nell’Artico, coinvolgendo il suo Euro-Atlantic Disaster Response Coordination Centre; questo sforzo potrebbe dare maggiore slancio alle operazioni cercando di massimizzare le capacità di risposta di emergenza e ridurre al minimo i tempi di risposta.

L’esperienza di monitoraggio marittimo che la Russia e la NATO hanno acquisito attraverso le loro operazioni anti-pirateria, potrebbero costituire la base di un sistema di monitoraggio di organismi multinazionali per condividere informazioni, tecnologia e funzionalità, esportabili anche in quei territori. Infine, la NATO potrebbe potenzialmente servire come una risorsa per la formazione congiunta di tipo militare, per i materiali per la difesa, l’acquisizione, e pianificazione di emergenza nella regione artica. L’obiettivo potrebbe essere quello di mantenere una presenza militare sufficiente ad agire come fattore di stabilizzazione in scenari di crisi possibili e immaginabili, evitando escalation di tensione generale. Tuttavia, a causa dell’opposizione russa e della mancanza di consenso tra gli stessi alleati, sembra improbabile, allo stato, che possa assumere un ruolo così attivo.

4. Il ruolo di alcuni Paesi emergenti: Cina, Giappone e Corea del Sud

Mentre gli Stati costieri giocheranno un ruolo dominante nella regione artica, gli Stati non artici, legati comunque ad interessi nell’area (derivanti dagli idrocarburi ivi esistenti o dalle possibilità di usufruire di nuove rotte in spazi di mare non ghiacciati), dovranno studiare nuove strategie e cercare un proprio ruolo.

E’ il caso della Cina, che sta indirizzando notevoli investimenti nella regione artica (sia di tipo finanziario, ma anche di tipo scientifico e politico). Stante l’altissimo livello di esportazioni raggiunte (specialmente marittime) è perfettamente consapevole del fatto che qualsiasi modifica alle rotte marittime mondiali avrà un impatto diretto sulla propria economia e sul potenziale commerciale sia rispetto alle importazioni che alle esportazioni.

La Cina è consapevole che i vantaggi derivanti dalla gestione e dalla fruibilità delle risorse artiche possono modificare i rapporti di forza tra le potenze, specie se la Russia dovesse ipoteticamente un giorno addebitare unilateralmente tasse di servizio esorbitanti per tutte le navi che passano attraverso le sue acque ZEE; proprio per questo è a favore di una forte cooperazione internazionale all’interno di strutture di governo multilaterali. In risposta a future opportunità artiche, la Cina nel 2012 ha costruito la nave rompighiaccio attualmente tra le più grandi al mondo (a propulsione tradizionale, quindi non nucleare) del mondo, la Xuelong (nota anche come Snow Dragon) che ha già completato quattro spedizioni scientifiche al Circolo Polare Artico per condurre indagini oceanografiche e di ricerca scientifica.

Nel settembre 2010 l’Istituto Polare di Cina ha concluso un accordo di cooperazione con l’Istituto Polare Norvegese, con il quale contribuisce alla ricerca attraverso avanzati strumenti e laboratori e costruendo un centro di ricerca nonché una nuova nave da ricerca oceanica. Pechino ha già dato prova dei suoi impegni in Canada nel corso di alcuni incontri bilaterali per affrontare i potenziali problemi circa l’evoluzione climatica, ma è anche desiderosa di costruire altre relazioni con i paesi nordici, nella speranza di instaurare una cooperazione tra le imprese cinesi e norvegesi nell’estrazione di risorse energetiche.

Per migliorare la propria posizione politica ed economica sta realizzando investimenti a lungo termine e sta costruendo la più grande ambasciata straniera a Reykjavik nella prospettiva che l’Islanda possa diventare uno snodo commerciale di eccellente livello; tutti questi sforzi riflettono una più ampia strategia cinese per assicurare che la Cina non sarà esclusa dall’accesso all’Artico.

La Cina ha già ottenuto la concessione di alcune importanti miniere come quella di Kvanefjeld, vicino a Narsaq (la più grande miniera di uranio a cielo aperto al mondo) e la miniera di zinco di Citronefjord, nell’estremo nord dell’isola e non nasconde un certo interesse per la Polar Silk Road, un progetto ambizioso, probabilmente meno pubblicizzato rispetto alla Belt and Road Initiative ma che consente lo sviluppo di una rete infrastrutturale per collegare la Cina all’Europa attraverso l’Oceano Artico. Per fare ciò Pechino ha intrapreso una formidabile partnership con la Russia che le consente di mantenere un flessibile multilateralismo basato sull’immediata efficacia degli investimenti economici finalizzato a una maggiore influenza politica nella regione.

In tale contesto si inquadrano delle mirate campagne di investimento nell’area e i tentativi di portare a definizione diversi progetti di costruzione di aeroporti in Groenlandia avviati negli ultimi anni.

Altri Paesi non costieri hanno intrapreso con altrettanto impegno il loro interesso per l’evoluzione politico-economica dell’Artico. L’India, ad esempio, che si vede come uno stakeholder nella regione, in virtù della firma del trattato delle Svalbard nel 1920, ha istituito una stazione di ricerca scientifica, denominata Himadri, a Ny-Ålesund, in Norvegia nel 2007 e da allora ha intrapreso sette spedizioni in Artico e inaugurato specifiche imbarcazioni da trasporto per le spedizioni polari.

La Cina, il Giappone e la Corea del Sud hanno istituito stazioni di ricerca scientifica nella citata area di Ny-Ålesund, in Norvegia (rispettivamente nel 2004, 1990 e 2002), esprimendo contestualmente, un certo interesse per i programmi ambientali e di trasporto, non tralasciando di aspirare a ricoprire un ruolo nell’ambito del Consiglio Artico, presso il quale hanno fatto istanza quali osservatori.

Tutti e tre i Paesi supportano la ricerca artica attraverso apposite istituzioni (il Japanese National Institute of Polar Research, il Korea Polar Research Institute, e il Chinese Arctic and Antarctic Administration che è affiliato con lo State Oceanic Administration of China) ma soprattutto dispongono di proprie unità navali rompighiaccio e non mancano, costantemente, di sottolineare il carattere internazionale della regione artica, considerando l’area quale patrimonio comune, prospettiva che mal si concilia con quella degli Stati costieri e di istituzioni quali il Consiglio Artico che, al contrario, sono concordi nel circoscrivere la governante dell’area ai cinque Stati costieri, più Finlandia, Islanda e Svezia.

5. Il ruolo del Consiglio Artico

Pur non trattando tematiche legate alla Difesa, il Consiglio Artico offre la dimostrazione di come una cooperazione su base settoriale possa essere funzionale all’elaborazione di strategie volte allo sviluppo e ad assicurare la necessaria partecipazione delle popolazioni locali e della Comunità Internazionale su temi condivisi e specifici come, ad esempio, le operazioni di salvataggio e di ricerca in mare; accordi in tale senso sono già stati condivisi da tutti i Paesi membri.

Il Consiglio Artico è un forum intergovernativo nato nel 1996 nel solco della Arctic Environmental Protection Strategy e della Dichiarazione di Ottawa di cui fanno parte Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Federazione Russa, Svezia e Stati Uniti che aveva inizialmente lo scopo di promuovere riunioni cicliche tra i rappresentanti per migliorare le politiche in materia di protezione ambientale e tutela della biodiversità. Successivamente, gli ambiti di discussione si sono estesi sino a trattare tematiche di rilevanza politica: il riconoscimento dei reciproci interessi marittimi e la difesa dei diritti dei popoli artici.

Il forum accoglie alcuni osservatori permanenti: Cina, Corea del Sud, Giappone, India, Italia, Singapore e Svizzera, nonché altri osservatori (non permanenti): Francia, Germania, paesi bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna e Unione Europea.

L’Italia riveste il ruolo di membro osservatore permanente dal 2013 grazie soprattutto al mantenimento, nelle isole Svalbard, della base artica “Dirigibile Italia” e della base “Amundsen-Nobile Climate Change Tower”, vere e proprie eccellenze nella ricerca scientifica.

Nutrita anche la presenza di attori non governativi: Federazione internazionale della Croce rossa, Consiglio nordico, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, International Union for Conservation of Nature, Association of World Reindeer Herders, University of the Arctic e World Wide Fund for Nature Arctic Programme.

Il Consiglio si articola, inoltre, in sei gruppi di lavoro: il Sustainable Development Programe; l’Arctic and Assessment Program; il Conservation of Arctic Flora and Fauna; l’Emergency Prevention, Preparedness and Response; il Protection of the Arctic Marine Environment e l’Arctic Contaminants Action Program.

6. Conclusioni

I dati contenuti in un rapporto del Gruppo intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (Intergovernmental Panel on Climate Change), pubblicato nel 2018 danno per scontato stante gli attuali ritmi, entro il 2030 l’aumento della temperatura globale sarà superiore agli 1,5 °C ritenuti la soglia massima di sicurezza per avere effetti contenuti e gestibili, seppure con grandi spese di denaro e risorse.

Le comunità scientifiche concordano nel definire epocale il cambiamento climatico e le proiezioni elaborate grazie anche ad una notevole mole di dati satellitari tra cui quelli raccolti attraverso Cryosat, il programma di monitoraggio dei ghiacci promosso dall’Agenzia spaziale europea (European Space Agency, Esa) portano a ritenere che tra il 2040 e il 2050 le acque artiche potrebbero essere navigabili per l’intero anno.

L’Artico navigabile significa soprattutto accorciare del 40 per cento il percorso di viaggio via mare dall’Europa all’Asia: tre mila miglia nautiche in meno senza dover passare da Suez o da Panama, con il vantaggio di navigare in acque più profonde con navi più grandi, con innegabili vantaggi anche sotto il profilo ecologico stante un risparmio nell’emissione di anidride carbonica di parecchie tonnellate.

Altro effetto conseguente allo scioglimento dei ghiacci è la maggiore accessibilità alle risorse minerarie della regione; attualmente il 10 per cento del petrolio e il 25 per cento del gas naturale mondiale (in massima parte off-shore) proviene dall’Artico, percentuali sicuramente destinate a moltiplicarsi stante la creazione di sempre nuovi impianti estrattivi.

Uno dei luoghi più inospitali del pianeta è interessato da stravolgimenti climatici e caratterizzato da un’alterazione degli equilibri geopolitici; gli stessi concetti di sovranità, delimitazioni degli spazi marini e terrestri, diritto della navigazione rappresentano probabilmente una nuova frontiera del diritto internazionale e non trovano, almeno per il momento una facile interpretazione.

La militarizzazione da parte di chi ha più questioni da rivendicare, gli sforzi da parte dei restanti Stati Artici nella Difesa, le aggressive politiche economiche poste in essere da altri Paesi emergenti sono solo parte di complesse dinamiche che ruotano attorno ad un insieme di terre, acque e ghiacciai che circondano il Polo Nord.

L’Artico non ha un regime giuridico ad hoc, né al momento appare possibile mutuarne uno ripreso da modelli esistenti; occorrerà lavorare intensamente su tutte le problematiche emergenti ed individuare una giusta strategia di equilibrio tra deterrenza e difesa parallelamente ad una pragmatica cooperazione su questioni di ordine economico, sociale e ambientale, per una governance artica multilivello.

Pietro Lucania

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