L’attualità della Political Warfare

La “Political Warfare” (PW) consiste in un uso massiccio di più strumenti di potere per influenzare il processo politico decisionale di uno Stato. Spesso viene eseguita segretamente ma deve essere intrapresa al di fuori del contesto della guerra convenzionale.

Storicamente è l’applicazione logica della dottrina di Clausewitz in tempo di pace, ma già più di 2.000 anni fa Sun Tzu dichiarò che “soggiogare l’esercito nemico senza combattere è il vero apice dell’eccellenza”.

Probabilmente la battaglia per il futuro sarà nel dominio digitale e in ragione di ciò i decisori politici dovranno affrontare minacce sempre più complesse e imprevedibili; proprio per questo, la PW oggi più che mai rappresenta uno degli strumenti di politica strategica più avanzati.

Abstract

Political warfare consists of a massive use of additional instruments of power in order to influence the political decision making of a State. It is often secretly performed, but it must be executed out from the context of a conventional war.

Historically, this represents the logical application of Clausewitz’s doctrine in time of peace even if, more than 2,000 years ago, Sun Tzu stated that, “subjugating the enemy’s army without fighting is the true pinnacle of excellence.”

Probably, the challenge’s venue of the future will be the digital domain, so that policymakers will have to face increasingly complex and unpredictable threats; for this reason PW, now more than ever, constitutes one of the most advanced strategic political tool.

Key words: Political Warfare, George Kennan, unconventional war, physical domain, information domain, cognitive domain.

1. Premessa

Sono trascorsi 73 anni da quando il politico e diplomatico statunitense George Frost Kennan parlò di guerra politica nel suo noto Policy Planning Staff Memorandum dal titolo “The inauguration of organized political warfare”. Kennan, allora capo dello staff di pianificazione del Dipartimento di Stato aveva esposto il suo concetto derivante da una analisi dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica che, secondo lui, si sviluppavano con caratteristiche del tutto simili ad una vera e propria guerra, di vasta portata, che investiva più ambiti.

Molti storici hanno sollevato obiezioni circa questa visione, partendo da posizioni diverse.

Alcuni hanno sostenuto che già nell’assunto clausewitziano è chiaro che essendo la “guerra una prosecuzione della politica con altri mezzi” ciò implica che la guerra e tutte le sue varianti, sono guerre politiche. Altri hanno sostenuto che se il confronto resta al di sotto delle formali ostilità e senza il ricorso di azioni di forza non può essere considerata “guerra”. Per altri infine il ricorso alla terminologia specifica era derivante dal fatto che Kennan voleva che tale ambito di interesse rimanesse nella sfera di competenza del Dipartimento di Stato e non divenisse appannaggio di militari e comunità di intelligence.

Come accennato, la sua visione andava oltre la semplice distinzione: periodo di guerra (conflitti tradizionali)/periodo di non guerra (assenza di conflitti tradizionali). Riteneva infatti che anche i periodi di non guerra, alla stregua di quelli propriamente si guerra, siano da considerarsi momenti di competizione conflittuale con tanto di strategie sia proattive e sia di difesa, che si sviluppano nel tempo in maniera sempre più incisiva e finalizzata a obiettivi sempre più importanti. Aveva maturato quindi l’idea che con il passare del tempo gli Stati stavano per immettersi in una direttrice di competizione che avrebbe superato il confine tradizionali dei periodi con o senza guerra e in ragione di ciò elaborò il suo concetto di guerra politica.

Negli anni successivi alla guerra fredda è stata una forma di conflitto di gran lunga preferita da attori statati e non, ma è negli ultimi anni che si è giunti ad una sua strutturazione quasi “totale” e, per certi versi speculare ai tempi, in cui modelli e concetti del passato si fondono con elementi tecnologici, esigenze e trasformazioni sociali ed economiche in continua trasformazione.

Si tratta, all’evidenza, di una guerra politica che si estende oltre alle tradizionali guerre per procura e all’uso dissimulato della forza. In essa sono ricomprese: alleanze politiche, varie forme di pressione economica, blocchi o pacchetti di aiuti altamente condizionati e condizionanti (forniti e gestiti secondo precise strategie volte a sottomettere chi li riceve) e un massiccio uso/abuso dell’informazione che assume un valore talmente importante da costituire un ambito di studio a sé stante (guerra cognitiva).

2. L’aspetto semantico

Il termine guerra politica in realtà risale alla seconda guerra mondiale. Nel 1942, il Political Warfare Executive of the British Government compilò un manuale intitolato The Meaning, Techniques and Methods of Political Warfare. Il manuale comprendeva la guerra politica come una componente indispensabile della guerra globale e distingueva tra “divulgazione” come trasmissione di informazioni, “propaganda” come diffusione di informazioni fuorvianti e guerra politica come “processo sistematico” che impiega sia pubblicità che propaganda al fine di “influenzare la volontà e quindi dirigere le azioni dei popoli nei territori nemici e occupati dal nemico, secondo le esigenze di una strategia superiore.

A quel tempo, il governo britannico identificò diversi strumenti di guerra politica, comprese le trasmissioni radiofoniche; il ricondizionamento dei prigionieri di guerra; la propaganda in prima linea tramite altoparlanti e la diffusione aerea di volantini; la gestione della stampa e la presa in consegna di stazioni radio durante la rioccupazione di territori controllati dal nemico; l’uso di idee e narrazioni che rispondessero ai bisogni fondamentali di sicurezza, dignità e libertà della popolazione.

Esperti politologi e strateghi militari, nel tempo, hanno spesso provato a fornire una migliore comprensione del termine. In tale contesto si è passato da definizioni simili e interscambiabili di “guerra ideologica, guerra delle idee, comunicazione politica e altro ancora” (Lord, 1989), fino a giungere ad equiparazioni del tipo “la guerra rivoluzionaria è una guerra politica”, laddove l’azione politica si trasforma fino a diventare “uno strumento attivo di operazione” (Galula, 1964).

Un tentativo di neologia terminologica è stato operato usando il termine “guerra sovversiva” quasi allo stesso modo usato da Kennan, per descrivere “un sistema ad incastro di azioni politiche, economiche, psicologiche, militari, che mira al rovesciamento dell’autorità istituita in un Paese e la sua sostituzione con un altro regime” (Trinquier, 1964); mentre uno dei manuali della CIA elaborato negli anni 80 dichiarava che la “guerriglia è essenzialmente una forma di guerra politica”(Tayacán, 1985).

In alcuni casi il termine è stato associato alla guerra psicologica nell’ambito della quale “i mezzi politici possono essere combinati con la violenza, con la pressione economica, con la sovversione e la diplomazia, ma il suo aspetto principale è l’uso di parole, immagini e idee” (Smith, 1989).

Di analoga portata può essere considerata una definizione più sintetica secondo la quale: “La guerra politica è lo smistamento di sostegno o di contrasto politico, al fine di ottenere la vittoria in una guerra o in conflitti, incruenti, paragonabili alla guerra” (Codevilla, 1989). In questo caso il termine è stato usato come una macro area che include diversi aspetti come l’azione politica, la diplomazia coercitiva e la guerra politica segreta, tutte definizioni che portano a individuare la guerra politica come una gamma di tecniche e metodi – fatta eccezione per la guerra – per raggiungere gli obiettivi strategici nazionali.

In altri casi, l’uso della guerra politica, più che influenzare l’opinione pubblica attraverso un’abile uso delle attività dei media può essere più efficacemente indirizzato come “diretto intervento nel processo elettorale dei governi sovrani” (Karalekas, 2006)

In tempi più recenti, si è pensato che il termine “guerra ibrida” possa essere quello che meglio di ogni altro descriva il concetto di guerra politica (Hoffmann, 2014), tuttavia i limiti di questo assunto sono insiti nel fatto che la guerra ibrida notoriamente connota una combinazione di attività non propriamente di tipo militare, con altre portate avanti con tattiche militari irregolari, per il tramite di mezzi militari convenzionali e comunque, in maniera più complessiva, con una abile combinazione di strumenti militari e civili per conseguire obiettivi strategici.

3. Diversi approcci: modelli ed evoluzioni

Gli approcci alla guerra politica sono molteplici, stante la complessità delle situazioni e la mutevolezza degli scenari di riferimento. Una interessante tesi di ricerca pubblicata presso la US Naval Postgraduate School (Stewart, 2015), incentrata sulle attività di political warfare negli Stati Uniti ma concettualmente applicabili anche ad altri Paesi che ne fanno regolarmente uso, indica che le principali attività di PW possono essere ricomprese in uno schema suddiviso in quattro quadranti con una principale classificazione tassonomica che distingue operazioni dirette o indirette, palesi o segrete; tale distinzione è solo di tipo indicativo e non esclude che le attività in esame possano essere portate a termine attraverso una o più azioni, che si intersecano tra loro.

Ci sono operazioni dirette e palesi, finalizzate cioè all’acquisizione di un determinato obiettivo. Rientrano spesso in tale ambito le iniziative basate sulla “propaganda bianca” ovvero quella che proviene da una fonte chiaramente identificabile; esempi possono essere le alleanze strategiche tra vari Paesi, le attività di consulenza e di formazione militare, le restrizioni commerciali e gli accordi diplomatici, l’uso costante di annunci finalizzati a politiche di interesse socio-economico.

Le operazioni dirette e segrete sono invece quelle portate avanti attraverso metodologie tali da non implicare il diretto coinvolgimento dell’attore principale. Rientrano in questo ambito gran parte delle attività di “propaganda nera”, che fingendo di provenire da fonte amica o dall’interno di un paese, sono invece strutturate in contesti geografici e politici diversi e con caratteristiche tali da essere attribuite ad attori terzi. Presupposto fondamentale in questi casi è il livello di disponibilità del destinatario di accettare la credibilità della fonte e, d’altra parte, la capacità da parte dei creatori delle operazioni, di comprendere il livello del pubblico che deve accettare la propaganda, adeguandola alla capacità critica di quest’ultimo. I governi possono programmare tali interventi per offuscare il loro coinvolgimento in attività che, se palesate, potrebbero rivelarsi dannose per le politiche avanzate; mascherare un coinvolgimento diretto in affari che non possono essere divulgati.

Un diverso posto è occupato dalle operazioni indirette e segrete. Tra le caratteristiche di questo ambito, la presenza di un intermediario che consapevolmente o inconsapevolmente, agisce per conto del paese promotore. Rientrano in questo ambito i finanziamenti a uno o più partiti politici stranieri che, all’occorrenza possono utilizzare società private per incanalare i propri fondi. Il destinatario finale non ha quindi la percezione che i fondi possano arrivare da agenzie governative e la società in questo caso funge da intermediario. Analoga collocazione possono trovare alcune operazioni di guerra non convenzionale in uno scenario di guerra limitata; in questo caso il ruolo di intermediario può essere svolto dalle forze di resistenza che, opportunamente finanziate e coordinate, se non eterodirette, operano in vista di obiettivi programmati dal paese finanziatore.

Esistono poi le operazioni indirette e palesi. In questo ambito trovano posto tutte quelle operazioni anche di influenza politica poste in essere attraverso altri attori statali che fungono da intermediari in ragione del fatto che l’intervento statale diretto potrebbe compromettere in tutto o in parte l’esito delle operazioni. Ci sono anche le operazioni di guerra non convenzionale portate avanti in scenari di guerra generale come ad esempio l’uso di eserciti terzi nella lotta contro con avversario statuale, tipiche di un approccio indiretto ma palese.

4. Le operazioni in Italia nel primo dopoguerra

Un esempio concreto di applicazione di gran parte di queste tecniche si palesò alla fine della seconda guerra mondiale e fu proprio il nostro Paese, nel periodo individuato tra il 1946 e il 1949, ad essere interessato “sperimentalmente” ad una massiccia campagna di azioni da parte del governo USA, che decise di testare le nuove strategie per combattere l’espansione e l’influenza dell’ideologia comunista (Miller, 1983).

In quel periodo gli Stati Uniti seguivano l’evoluzione politica italiana e cominciarono a guardare con apprensione alla instabilità della coalizione formatasi nel 1946 che impediva lo sviluppo delle principali attività di ricostruzione del Paese. Furono questi i principali presupposti che diedero origine alle operazioni di guerra politica: nel gennaio del 1947 vennero organizzati incontri ufficiali dei nostri rappresentanti di governo negli USA, a seguito dei quali furono concessi sovvenzioni e prestiti della “Export-Import Bank” pari a 100 milioni di dollari, dimostratisi non sufficienti e pertanto integrati da altre coperture. Inizialmente si registrarono operazioni di tipo diretto ed evidente: sovvenzioni e prestiti vennero incrementati così come la pubblicizzazione dei pacchetti economici che avrebbero contribuito a far rinascere il nostro Paese.

Il Segretario di Stato George Marshall suggerì una serie di riforme che avrebbero consentito, in tempi rapidi, di ristabilire un equilibrio politico favorevole. Nel mese di maggio del 1947 a seguito della caduta del governo per le dimissioni del premier, si formò un nuovo governo con una coalizione subito appoggiata da Washington che, il 2 giugno successivo propose all’Italia di partecipare al programma di ricostruzione europea denominato European Recovery Program Act più comunemente noto come Piano Marshall.

La situazione cominciò ad incrinarsi non appena i precedenti partiti furono esclusi da questa nuova coalizione; il timore di rivolte interne determinò la creazione di una rete clandestina organizzata come una forza di resistenza da mobilitare in caso di invasione o di rivolte interne. L’esercito USA incrementò i rifornimenti militari alle forze armate italiane, proponendo anche la mobilitazione di truppe polacche in funzione di anti-insurrezione, come alternativa ad un loro intervento diretto (con evidente incremento di livello trattandosi di operazione di tipo segreto e indiretto ma anche di correlate operazioni di tipo segreto e indiretto). Vennero date indicazioni di includere nel governo altri partiti che pur appartenendo alla sinistra non sposavano apertamente le tesi più estreme.

Nel 1948 tuttavia la potenziale costituzione di un governo a guida comunista portò il Dipartimento della Difesa a incrementare azioni dirette con conseguente incremento di reparti militari, nell’asserito intento di rafforzare le forze navali del Mediterraneo.

Particolare interesse in tal senso assumono i documenti NSC – “National Security Council: The position of the United States with respect to Italy”. Si tratta di tre documenti dove viene stabilita la linea politica e la strategia da adottare in caso di vittoria dei partiti di sinistra nelle elezioni italiane del 1948, l’ultimo dei quali venne aggiornato proprio nel mese di marzo 1948. In essi è rimarcata la necessità di ampliare le opzioni di guerra politica e incrementare il coinvolgimento del Dipartimento di Stato, del Dipartimento della Difesa e della CIA.

Venne deciso l’aumento degli aiuti economici, la spedizione di equipaggiamenti e, parallelamente, avviata una massiccia attività di propaganda per mostrare lo sforzo di aiuti al nostro Paese, con un imperativo costituito dall’indicazione che l’adesione all’European Recovery Program Act fosse formalizzata prima delle elezioni.

Si trattò nel complesso di una delle più vaste operazioni di influenza politica che ha prodotto importanti processi di cambiamento nei settori più diversi: organizzazione politica, difesa, economia, organizzazione sociale.

1.5 La capacità di adeguamento

Come indicato in premessa, oggi la guerra politica è probabilmente una delle forme di conflitto preferite sia dagli attori statali e sia da quelli non statali. Stati Uniti, Russia, Cina, Iran e altri Paesi ne fanno largo uso, a diversi livelli con innegabili vantaggi derivanti dalla promozione dei loro interessi nazionali pur senza scatenare conflitti di tipo tradizionale.

La guerra politica si adatta ai tempi e pur trasformandosi mantiene ancora connotazioni tipiche. Tra le caratteristiche sempre presenti, ci sono le tradizionali forme di pressione economica quali pacchetti di aiuti e meccanismi finanziari altamente condizionati, spesso contraddistinti da nomi accattivanti e impattanti sotto il profilo emozionale forniti e gestiti secondo precise strategie volte a sottomettere chi li riceve.

Si tratta di forme di pressione economica che possono essere applicate secondo diverse intensità, ad esempio facendo in modo da essere “invocate” dall’opinione pubblica tramite ossessionanti campagne di disinformazione o imposte direttamente, laddove si sia riusciti a superare la fase della discussione pubblica.

Altre caratteristiche sono costituite dall’impiego di diversi strumenti di potere di tipo non prettamente militare; forze e mezzi non direttamente riconducibili ad essi; controllo dell’informazione affinché supporti una realtà ancorché solamente percepita; uso di tecniche di informazione/disinformazione per amplificare, offuscare o persuadere; uso massiccio di sistemi informatici e di tecnologia avanzata, per accelerare e aumentare la complessità degli effetti; sfruttamento sia di legami etnico-religiosi condivisi e sia di divisioni sociali e culturali; uso massiccio di intelligence.

1.6 Conclusioni

Si assiste oggi a una trasformazione epocale che riguarda tutti gli aspetti della nostra vita, nonostante ciò la Political Warfare continua a essere attuale e lo è ancor più in questo momento in cui la strutturazione politica e le sue teorie segnano una cesura rispetto al passato: le élites private hanno preso il sopravvento rispetto a quelle tradizionali, in una sorta di neo-elitismo corporativo che amplifica gli effetti fenomenologici in disamina stante il potere da esse raggiunto in tutti i settori strategici (e tra questi l’economia e l’informazione).

Si giunge in tal modo alla configurazione di una nuova classe che si sostituisce alla tradizionale politica, capace di detenere saldamente il potere economico-finanziario e in grado, contestualmente, di esercitare il controllo pressoché totale delle informazioni, riuscendo in tale modo a produrre alterazioni significative non solo alle politiche ma anche alle comuni percezioni.

Per molti ricercatori, la guerra politica riempie lo spazio che separa la guerra dalla pace: agisce e si interseca quale forma di concorrenza internazionale senza sfociare in un conflitto armato. É tuttavia plausibile ritenere che i limiti di queste due aree sono non certamente ben definibili e per ciò stesso la pervasività della guerra politica può essere devastante, specie se concepita e attuata in momenti storici come questo in cui lo stereotipo di “ordine internazionale” ormai superato, ha mutato la sua conformazione.

Il pericolo potrebbe consistere proprio nel non riuscire più a distinguere i due ambiti appena citati e questa incapacità potrebbe comportare rischi molto alti derivanti principalmente da una deriva costituita dall’impegno in una sorta di conflitto continuo, magari con caratteristiche inizialmente non convenzionali; un “disordine strutturato”, nelle mani dei nuovi decisori.

Pietro Lucania

Bibliografia

Libri

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Codici, Riviste o Periodici, Ricerche

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Documenti:

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