Il disagio psichico e l’uomo moderno

Il disagio psichico e l'uomo moderno.Avete presente il nuovo spot della Coca Cola? “Salve, sono Federico, ho 17 anni e sono il nuovo presidente della Coca Cola. Ho deciso di regalarvi un bicchiere di felicità in più”. Una buona idea grafica, una trovata pubblicitaria coinvolgente e simpatica, con l’idea di stapparci un sorriso e avvicinare ancora di più il marchio ai giovani. Dopo l’iniziale sorriso, l’amara riflessione…

Nella notte. In una stanza gotica alta e angusta.
Wagner: “Ma il mondo, la mente? Il cuore dell’uomo?”
Faust: “Amico mio, i secoli andati sono per noi un libro suggellato con sette sigilli, e quello che voi dite lo spirito dei tempi -Zeitgeist- non è in ultimo che lo spirito di alcuni ciarlatori del quale i tempi hanno preso sembianza.”
(Johann Wolfgang von Goethe,
Faust)

Manifesto dela Cola Cola originario del 1890

Manifesto della Coca Cola originario del 1890

Ma davvero un bicchiere in più di una bibita (io ho sempre preferito la Fanta) può corrispondere al desiderio di felicità dell’uomo? Siamo circondati da risposte ma senza aver posto una domanda. La nostra società  non lascia spazio ai nostri quesiti, non permette di porci una domanda di senso. E’ una società basata sul consumo che annega il desiderio dell’uomo, soffoca la sua sete di infinito. La società più violenta che ci sia. Se io non desidero più, cade il mio principio di realtà. Dice Biswanger: ”Il cucciolo d’uomo è l’unico cucciolo di animale che piange alla nascita”. 

C’è un senso di perdita, una rottura, l’abbandono del grembo materno con l’ingresso in un mondo non necessariamente ostile ma sconosciuto, che non ci appartiene. E in un’epoca che vede in crisi le fondamenta della nostra comunità – la famiglia e la scuola non più capaci di educare ma solo di istruire – questa società ci prende con sé, vuole allattarci e custodirci per rispondere al nostro desiderio di abbandono.

Tanti giovani perdono la strada, smarriti nella  società liquida dell’amore di plastica, chimica chimera che attiva solo ormoni e dopamina, disprezzati da una società dove il lavoro spesso è il guscio di una candida conchiglia vuota, dall’odore di una rancida carne di mollusco. Lavoro interinale o subordinato, usa e getta, navigato, soddisfatto e mai rimborsato.

In questo società vince l’alessitimia. Non siamo più capaci di nominare e di esprimere le nostre emozioni. L’individuo moderno non sa più narrarsi, non sa più essere protagonista della sua vita. Il nostro cuore a volte è solo un lento battito, un muscolo ottuso che non sa svelarsi alla magia del mondo e al vento che penetra l’ignoto.

Da qui nasce l’esasperata vitalità del border-line, il cui corpo diventa teatro, oggetto, espressione di un malessere che non sa comunicare, nella ricerca spasmodica dell’affetto e dell’attenzione dell’altro che poi rigetta, per la paura e la sofferenza dell’abbandono. Da qui nasce l’egosintonia dell’anoressica, il suo rifiuto del corpo e ruolo di donna, avvolta nell’insensibile carezza dell’impazzita intimità dell’adolescenza. E anche il narcisismo e le grandi depressioni specchiano la ricerca di un senso dentro o al di fuori di sé.  Secondo alcune stime WHO, ben presto le patologie psichiatriche supereranno quelle cardiovascolari.

Dettaglio dei dipinti rupestri della grotta di Altamira

Dettaglio dei dipinti rupestri della grotta di Altamira

Ci siamo mai chiesti perché da adulti beviamo ancora il latte? Dobbiamo risalire agli albori della storia, precisamente al IV millennio avanti Cristo. Verso il 3500 a.C. si verificò nel centro di Uruk e in altre località minori della Mesopotamia, come Ur, Eridu e Kish un fenomeno che ha trasformato radicalmente la vita degli uomini: la fondazione delle prime città.  Lo sviluppo dell’allevamento specializzato nella città ha permesso un adattamento evolutivo dell’uomo e cioè l’assunzione del latte, per contrastare i casi frequentissimi negli uomini del neolitico di rachitismo e debolezza ossea.

Ma l’allevamento insieme allo smaltimento dei primi rifiuti avrà sicuramente portato anche allo sviluppo delle prime zoonosi, infezioni animali-uomo. Cosa significa questo episodio?  Che ogni fenomeno, ogni malattia è figlia del suo tempo, è espressione dello spirito del tempo. Se chiediamo ai nostri nonni, scopriremo che tanti di essi hanno combattuto con la polmonite e la poliomielite o hanno affrontato il fantasma della malaria nelle paludi oggi bonificate.

La guerra, la povertà, la mancanza di mezzi hanno permesso la diffusione delle malattie infettive che sono state sconfitte non tanto dall’introduzione degli antibiotici (prima di tutto i sulfamidici, grazie allo studio di Domagk sul Prontosil) ma soprattutto da migliorate condizioni di vita di larga parte della popolazione: una migliore alimentazione, approvvigionamento idrico e smaltimento rifiuti, veri determinanti della salute di cui oggi abbiamo appreso importanza grazie agli studi di sanità pubblica di Wilkinson e Marnot.

Le patologie cardiovascolari, oggi prima causa di morte al mondo, sono figlie di un mondo nato con il mito del benessere  e della ricchezza che voleva lasciare alle spalle gli orrori della povertà e della guerra. Ma questa paradigma sta cambiando, stiamo entrando in un mondo nuovo, a new world, dove le patologie psichiatriche stanno usurpando questo triste primato.

L’uomo di oggi accetta la dissoluzione della sua unità antropologica, risultato di una sottile visione nichilista e dal retaggio utilitarista ed empirista che ha sostituito la sperimentazione all’esperienza e che oggi ci spinge a chiederci dove sia la vita che abbiamo perduto vivendo. La condizione dell’uomo moderno mi ricorda le bellissime parole scritte da Michel Foucault nella descrizione della Stultifera Navis:

“Prigioniero della nave da cui non si evade, l’uomo è affidato al fiume dalle mille braccia, al mare dalle mille strade, alla grande incertezza esteriore del tutto. Egli è prigioniero in mezzo alla più libera, alla più aperta delle strade, solidamente incatenato all’infinito crocevia. E’ il passeggero per eccellenza e cioè il prigioniero del passaggio. E non si conosce il paese al quale approderà, come quando, messo piede a terra, non si sa da quale provenga. Egli non ha verità né patria se non in quella distesa infeconda fra due terre che non possono appartenergli” (Storia della follia nell’età classica).

Hyeronimus Bosch, La nave dei folli, 1494

Hyeronimus Bosch, La nave dei folli, 1494

Cosa può distinguere la vita degli uomini da una massa di mosche o zanzare che lottano, combattono, si fanno violenza, giocano, copulano , sfogano la loro libidine, nascono, cadono e muoiono, come nella bellissima immagine regalatici da Erasmo da Rotterdam nell’Elogio della Follia?

Il nostro desiderio, la nostra ricerca. In primis il nostro desiderio di felicità e sete di infinito. E’ la ricerca dell’invisibile filo, ineffabile fato che permea gli abissi dell’animo umano. E allora, Uomo, Moderno Prometeo, ritrova la purità dell’affetto e la semplicità dell’intenzione. Desidera, metti le tue passioni in movimento. Guarda la bellezza delle montagne, soffermati di fronte a un quadro di Raffaello, trova il coraggio di baciare la ragazza che ti piace.

Perché un medico solo se ha un desiderio dentro, cura. Altrimenti, può solo fare finta.

Jakob Panzeri
Studente CdL Medicina e Chirurgia
Università degli Studi di Milano Bicocca

L’articolo è una riflessione personale  che riprende alcuni spunti del ciclo di seminari  “Disagio Psichico e Società” svoltosi nella facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Milano Bicocca, tra aprile e maggio del 2013, sotto la supervisione del Prof. Cesare Maria Cornaggia.

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