Georgescu-Roegen e il tempo dell’economia

Georgescu-Roegen e il tempo dell'economia.Se, come scrive Ilya Prigogine, “è ormai tempo per nuove alleanze, alleanze da sempre annodate, per tanto tempo misconosciute, tra la storia degli uomini, delle loro società, dei loro saperi e l’avventura esploratrice della natura” [1], è proprio sulla rivoluzione capitale del concetto di tempo che può radicarsi una tale metamorfosi.

Questa sovversione cognitiva si avvia grazie soprattutto alla svolta impressa alla scienza, nel XIX secolo, dal Secondo Principio della Termodinamica. È questo il momento in cui l’irreversibilità irrompe nella scienza, con la consapevolezza che l’energia si degrada sotto forma di calore: non è possibile trasformare integralmente una determinata quantità di calore in lavoro, in quanto se ne disperde sempre una parte [2]. Con l’acquisizione di questo principio esplode una rinnovata attenzione nei confronti del concetto di tempo, che non può più essere considerato lineare e reversibile, secondo la concezione classica: “Il processo di diffusione del calore, quale avviene naturalmente, è irreversibile”, e, con ciò, “entra nella fisica il concetto di direzione privilegiata degli eventi e la reversibilità” [3]. Infatti la fisica si trova costretta a promuovere a legge scientifica l’elementare circostanza che il calore si muove sempre spontaneamente da un corpo più caldo a uno più freddo.

Il concetto di tempo reale e irreversibile si rivela fondamentale nell’evoluzione intellettuale del grande pensatore rumeno, Nicholas Georgescu-Roegen, che per primo ha applicato le leggi del vivente al processo economico, individuando nell’Entropia [4] -“la più economica di tutte le leggi naturali” [5]- il principio cardine di interpretazione della realtà umana, anche sotto il profilo economico [6]. In definitiva, secondo Georgescu-Roegen, occorre prendere atto che “the economic process is not circular, but unidirectional” [7].  E, come ha acutamente precisato Eddington, “vi è solo una legge della Natura – il secondo principio della termodinamica – che riconosce fra passato e futuro una distinzione più profonda della differenza fra più e meno” [8].

Proprio passando attraverso il Secondo Principio della Termodinamica, che introduce l’ineluttabilità della degradazione entropica, Georgescu-Roegen assumerà il concetto di tempo reale  quale  principale leva per scardinare i fondamenti dell’economia ortodossa.  Come egli scrive, infatti, “l’economista standard non può essere accusato, né più né meno di Marx, per voler costruire le sua teoria  sul  modello della società capitalistica. La colpa fondamentale dell’economista standard è di un altro genere: negando la necessità di dare importanza agli aspetti evolutivi del processo economico, egli è necessariamente obbligato a predicare il dogma della validità della sua teoria per tutte le società” [9].

La critica ai fondamenti epistemologici della scienza economica ortodossa, con Georgescu-Roegen, matematico e statistico di formazione, si leva insidiosamente proprio dall’interno dell’economia stessa. Ma il grande intellettuale rumeno si avvale anche dell’apporto di numerosi altri ambiti del sapere, dalla filosofia alle scienze naturali, in cui rivela un’inconsueta competenza. E, in realtà, egli elabora una vera e propria filosofia della conoscenza applicata all’economia [10]: proprio le riflessioni epistemologiche assumono un’importanza fondamentale per la formulazione della sua critica dissidente, in quanto egli ritiene che i limiti intrinsecamente espressi dalle categorie economiche tradizionali siano un portato dell’assunzione nella disciplina economica della fisica meccanicistica quale paradigma scientifico di riferimento.

È evidente, viceversa, che i fenomeni economici possono essere meglio indagati  avvalendosi  dell’affinità con un’altra scienza, la biologia, che introduce un nuovo atteggiamento gnoseologico: la predisposizione a indagare una realtà in continua evoluzione, incomprimibile all’interno di leggi predeterminate e necessarie. In questa prospettiva Georgescu-Roegen riporta l’economia alla sua origine biofisica: “L’approccio roegeniano – che interpreta biologicamente tutti gli aspetti del processo economico – offre una sintesi delle relazioni fra la natura e l’uomo, incentrata sulla legge dell’entropia con il suo irrevocabile mutamento qualitativo” [11]. In relazione a questo punto di vista, Georgescu-Roegen valorizza il contributo di Alfred Marshall [12], famoso economista intrappolato in un’etichetta scolastica che non rivela l’originalità  del suo spostamento di attenzione dall’equilibrio al mutamento, il quale, già nei suoi Principi, aveva espresso questa intuizione: “L’economia, al pari della biologia, tratta di una materia la cui  natura e costituzione interna, al pari della forma esteriore, va costantemente mutando” [13].

In particolare, lo studio dell’economia, proprio in quanto ha a oggetto lo sviluppo, il cambiamento, la crescita, non può essere affrontato con gli strumenti offerti dalla logica aritmomorfica [14], che promuove l’abuso di modelli matematici, sempre uguali a se stessi, e, quindi, costitutivamente inadeguati a interpretare l’evoluzione [15]. Infatti, giusto dall’ “attaccamento indiscriminato al dogma meccanicistico, in forma esplicita o tacita, è derivata la concezione del processo economico come modello meccanico consistente  – proprio come tutti gli analoghi processi meccanici – in un principio di conservazione (trasformazione) e in una regola di massimizzazione. La scienza economica viene così ridotta a una cinematica atemporale” [16].

Viceversa, l’economia non può in realtà in alcun modo emanciparsi  dalla sua strutturale storicità, pertanto  quell’impostazione meccanicistica mutuata dalla fisica classica ne decreta un divorzio dalla storia che la condanna insieme a una difficile, ma inevitabile, convivenza con la stessa [17]. In tal senso, il progetto di tradurre l’economia in un corpus di leggi trans-storiche e immutabili, in una “fisica sociale”, veicolato dalla Modernità con il suo invadente paradigma scientifico meccanicista, rivela una contraddizione insormontabile, insita nella pretesa assurda di disciplinare l’alea degli avvenimenti, la contingenza delle istituzioni, la complessità psicologica degli attori, ontologicamente inerenti alla sfera economica in quanto sociale e umana, con modelli ultra-semplificati che mal si attagliano al fluire della vita reale [18].

Georgescu-Roegen individua pertanto la debolezza epistemologica del meccanicismo classico in quell’egemonia del quantitativo che si traduce in un sonno aritmomorfico, affetta da una totale incapacità di spiegare ogni fenomeno evolutivo, compreso quello del sistema economico. Alcuni concetti non sono, infatti, intelligibili se non attraverso l’accesso al fenomeno del cambiamento qualitativo, in quanto essi appunto non sono, ma divengono [19].

Nel pensiero di Georgescu-Roegen si profila, in questa prospettiva, la centralità del concetto di tempo allo scopo di avviare una svolta paradigmatica. E, in realtà, la concezione moderna di un mondo immobilizzato una volta per tutte all’interno di uno schema matematico onnicomprensivo, in definitiva, non può resistere all’urto provocato, in particolare, dalla formulazione del Secondo Principio della Termodinamica. Questa è, in breve, la genesi della dissidenza di Georgescu-Roegen nei confronti del modello di pensiero occidentale, che  lo porta a concentrare ogni suo sforzo in direzione dell’ indagine sul nesso profondo tra legge di entropia e processo economico. E, come si è visto, tra le principali ragioni del suo interesse alla problematica dell’entropia c’è l’ansia di mostrare la rilevanza e le peculiarità della nozione di tempo storico nell’attività economica [20].
 
Per sottolineare l’incidenza dell’ingresso della legge di entropia nella scienza, in termini di valorizzazione del cambiamento evolutivo attraverso la reintegrazione del tempo storico nella natura, scrive lo stesso Georgescu-Roegen: “Forse nessun’altra legge come quella dell’entropia occupa una posizione così singolare nella scienza. È la sola legge naturale che riconosca che anche l’universo materiale è soggetto a un cambiamento qualitativo irreversibile, a un processo evolutivo, il che ha portato alcuni scienziati e filosofi a supporre che esista un’affinità fra tale legge e i fenomeni riguardanti la vita. Ormai ben pochi negherebbero che l’economia di qualunque processo vitale sia regolata non dalle leggi della meccanica, ma dalle leggi dell’entropia, e questo, come adesso vedremo, è particolarmente evidente nel caso del processo economico” [21].

Probabilmente Georgescu-Roegen contribuisce proprio a rivelare la possibilità di una riconciliazione tra uomo e natura [22]. In verità, infatti, la prospettiva bioeconomica  offerta dal pensatore rumeno costituisce indiscutibilmente “una chiara sfida intellettuale contro la teoria economica dominante che, per il suo fondamento meccanicistico, continua a ignorare tutti quei fenomeni legati al passaggio del tempo come durata” [23], rinnegando in tal modo l’origine biofisica dell’economia, quale emergenza all’interno del fenomeno coevolutivo uomo-natura.

Le sue considerazioni, peraltro, risultano appunto perfettamente coerenti con la temperie culturale in cui egli si trova a operare:  proprio nel corso del XX secolo, alla luce  della rivoluzionaria svolta in direzione storicistica e organicistica nella concezione della natura, dovuta a scienziati come Ilya Prigogine [24] e James Lovelock [25], ci si può affacciare con una ben più ampia e onesta prospettiva intellettuale sulle riflessioni di un autore come Georgescu-Roegen, che, anche su questo tema, è stato protagonista di straordinarie intuizioni.

L’inadeguatezza della concezione meccanica del tempo nel confronto con i fenomeni reali, connessi alla vita [26], è accuratamente affrontata da Georgescu-Roegen avvalendosi   delle intuizioni di due grandi pensatori che hanno “sottolineato le insufficienze dello schema teorico nato dalla scienza del XVII secolo” [27]: Alfred North Whitehead e Henri Bergson [28]. E, in verità, nella prospettiva di  Prigogine, appunto, “Bergson, insieme ad Hegel e Whitehead, costituisce uno dei presupposti filosofici del nuovo modo di considerare la scienza come conoscenza dei fenomeni complessi, in quanto egli ha storicizzato e individuato i limiti della concezione del tempo della scienza classica, la quale riteneva il suo modo di impostare il problema del tempo universale e definitivo” [29].

Inoltre, se Whitehead “ha centrato tutto il suo sistema filosofico sulla differenza essenziale fra il continuo del mondo e quello della matematica”, emerge chiaramente dai suoi scritti che “il tempo costituisce la base migliore per illustrare questo punto” [30]. Egli  ritiene infatti che il compito del pensiero filosofico sia, in breve, l’impegno di conciliare la permanenza col divenire, per accedere all’individualità storica dei singoli enti processuali [31]. Tuttavia, come ci ricorda ancora Georgescu-Roegen, già Aristotele aveva sostenuto che il tempo non è fatto di istanti puntiformi in successione come i punti di una retta [32].

Così, lo stesso Bergson, aveva già intuito la necessità del superamento della posizione riduzionista nell’interpretazione del tempo. Secondo le sue stesse parole, “già nell’ambito stesso della fisica, gli scienziati che spingono più lontano l’approfondimento della loro scienza sono inclini a credere che non si possa ragionare sulle parti come si ragiona sul tutto, che non si possono applicare gli stessi principi all’origine e all’esito di un processo, che né la creazione né l’annientamento siano, per esempio, inammissibili quando si tratta dei corpuscoli costitutivi dell’atomo. In tal modo essi tendono a collocarsi all’interno della durata concreta, la sola in cui ci sia generazione e non soltanto composizione di parti.  

È vero che la creazione e l’annientamento di cui parlano si riferiscono al movimento o all’energia, e non all’imponderabile mezzo attraverso il quale energia e movimento circolerebbero. Ma cosa può restare della materia quando se ne elimina tutto ciò che la determina, ovvero, appunto, l’energia e il movimento? Il filosofo deve spingersi più in là dello scienziato. Dopo aver fatto tabula rasa di ciò che è soltanto un simbolo dell’immaginazione, egli vedrà il mondo naturale dissolversi in un semplice fluire, in uno scorrere continuo, in un divenire. E si preparerà così a ritrovare la durata reale là dove è ancora più utile ritrovarla, nell’ambito della vita e della coscienza” [33].

Per Bergson, dunque, gli istanti aritmomorfi in cui la scienza scompone il tempo, in quanto privi di durata, non sono in grado di spiegare i fenomeni evolutivi [34]: la vita si estrinseca in una continua progressione creativa, della quale  “l’intelligenza può cogliere  soltanto ciò che essa  può  immobilizzare  sotto  forma di  elementi  manipolabili e calcolabili” [35]. Infatti, secondo il filosofo francese, “per l’essere umano il tempo non è un rapporto numerico, dove la reale consistenza dei termini non abbia importanza” [36].

Ne L’evoluzione creatrice, Bergson affronta pertanto in maniera rivoluzionaria il problema del tempo, e infatti specifica: “Quando la scienza positiva parla del tempo, si riferisce al movimento di un certo mobile T lungo la  sua traiettoria. Questo movimento è stato da essa scelto come rappresentativo del tempo, ed è uniforme per definizione. Chiamiamo T1, T2, T3, … ecc. dei punti che dividono la traiettoria del mobile in parti uguali a partire dalla sua origine T0. Si dirà che sono trascorse 1,2,3, …, unità di tempo quando il mobile si troverà nei punti T1, T2, T3, …, della linea che percorre. Quindi, considerare lo stato dell’universo al termine di un tempo t, significa esaminare la situazione in cui si troverà quando il mobile T sarà nel punto T, della sua traiettoria. Ma in questo caso, il fluire stesso del tempo, e a maggior ragione il suo effetto sulla coscienza, sono del tutto fuori questione; vengono infatti qui considerati solo dei punti T1, T2, T3, …, presi sul fluire, ma mai il fluire stesso. Si può ridurre quanto si vuole il tempo considerato, ovvero scomporre a volontà l’intervallo tra due divisioni consecutive Tn e Tn+1, ma avremo sempre a che fare con dei punti, e solo con dei punti” [37].

In realtà, già Bergson aveva in definitiva intuito l’inadeguatezza del concetto di tempo meccanico [38] rispetto alla possibilità di accedere alla realtà del mutamento qualitativo: nella sua accezione di variabile indipendente, secondo l’aspirazione della scienza moderna, infatti, il tempo può essere suddiviso a piacimento in infiniti istanti, tutti equivalenti, senza articolazioni singolari che li qualifichino [39].

Proprio la difficoltà generata dall’impossibilità della scienza di affrontare adeguatamente il problema del cambiamento innesca, dunque, l’indagine sul concetto di tempo: la sua interpretazione spazializzata, come un succedersi di punti separati su una retta,  come si è visto, compromette infatti ogni possibile accesso al divenire come fenomeno onnipresente nella realtà. Georgescu-Roegen  riflette dettagliatamente sulla durata come concetto dialettico in un lungo e decisivo passaggio: “Il fatto fondamentale della natura, il divenire di Bergson o l’evento di Whitehead, implica una durata come un’estensione temporale. Ma ‘la durata immediata non è delimitata in modo chiaro per la nostra comprensione’. Essa è piuttosto uno ‘spessore ondeggiante’ fra il passato rievocato e il futuro anticipato. Così il tempo nel quale noi comprendiamo la natura non è ‘una semplice serie lineare di istanti  privi di durata come certe proprietà matematiche di continuità seriale (aritmetica)’, ma una seriazione sui generis di durate. Le durate non hanno né un’estensione minima né un’estensione massima. Inoltre esse non si susseguono esternamente, ma si compenetrano l’un l’altra, poiché gli eventi stessi si ‘interfondono’. Nessuna durata è distinta in modo discreto da quella che la precede o la segue, così come nessun evento può essere isolato completamente dagli altri: ‘un evento isolato non è un evento’. Le durate si sovrappongono e gli eventi si sovrappongono in una caratteristica complessità che Whitehead tentò, con relativo successo, di analizzare attraverso il concetto di astrazione estensiva e di classi astrattive. Tuttavia, tutto ciò che egli dice con termini ‘vaghi’ non lascia dubbi che sia la ‘durata’ che ‘l’evento’, nel senso datogli da Whitehead, siano concetti circondati da penombre dialettiche [40], nel nostro senso” [41].
 
Georgescu-Roegen sottolinea, in merito, la contiguità della posizione di Whitehead a quella di Hegel  rispetto all’opposizione fra Cambiamento e struttura aritmomorfica. Egli scrive: “Forse in nessun altro punto Hegel espone più chiaramente il suo pensiero sull’argomento che nel brano seguente: ‘Il numero è quella caratteristica completamente inattiva, inerte e indifferente in cui si estingue ogni movimento e processo relazionale’” [42]. In realtà, continua Georgescu-Roegen, “Hegel non intese provare niente di diverso dalla opinione di Whitehead, cioè che nessuna scienza può ‘pretendere di essere fondata sull’osservazione’ se insiste nel sostenere che i fatti fondamentali della natura ‘devono essere trovati in istanti di tempo privi di durata’” [43]. Del resto,  è stato  giustamente osservato che, ne Il processo e la realtà,  Whitehead matura una vera e propria concezione storicistica [44].

Secondo Georgescu-Roegen, in breve, non si può operare, se non artificiosamente,  una separazione dicotomica fra oggetto ed evento, in quanto il rapporto fra questi due concetti è dialettico. Infatti, egli emblematicamente si domanda: “Ma allora, perché dovremmo distinguere fra oggetto, ossia Essere, e evento, ossia Divenire?” [45]. L’esperienza concreta esibisce invero una tale complessità e articolazione che è impossibile, in definitiva, sottrarsi al confronto con i limiti di un atteggiamento dicotomico. Di conseguenza, “alla fine, noi confermiamo ciò che sapevamo già da tanto, cioè che il dualismo è pieno di intoppi” [46]. Da qui, Georgescu-Roegen si avvia all’inevitabile conclusione: “L’unica via d’uscita è di riconoscere  che la distinzione fra oggetto e evento non è discreta, ma dialettica, e probabilmente questo è anche il messaggio di Whitehead” [47].
   
Com’è noto, la filosofia, in origine, scelse di non affrontare il problema del divenire [48], ma lo aggirò, attribuendo natura reale solo al cambiamento come movimento [49], e riducendo a mera apparenza il cambiamento di natura [50]. Alla luce di un’attenta analisi, la riduzione delle quattro cause aristoteliche dei fenomeni alla sola causa efficiens rappresenta, in effetti, il vero e proprio “atto di nascita” del meccanicismo [51]. Lo stesso Georgescu-Roegen specifica, che “la meccanica distingue solo massa, velocità e posizione, e su di esse basa il concetto di energia cinetica e di energia potenziale, riducendo quindi qualsiasi processo a una locomozione e a un cambiamento della distribuzione dell’energia” [52]. Tuttavia, di recente è stata resa giustizia alla distinzione aristotelica fra cambiamento di luogo e cambiamento di natura, in quanto è emerso che “la qualità è un attributo primario della materia elementare, e non è più possibile ridurla al movimento”: “Le recenti scoperte di una particella intra-atomica dopo l’altra, tutte diverse qualitativamente, hanno spogliato l’atomismo monistico di ogni interesse epistemologico” [53].

Georgescu-Roegen è particolarmente incisivo nell’introdurre questa problematica attraverso una attenta prospettiva storica, con cui si impegna a risalire alle origini del disagio del pensiero occidentale nei confronti del cambiamento: “La filosofia greca cominciò col chiedersi per quali cause le cose cambiano. Ma la considerazione del Cambiamento sollevò presto il problema epistemologico più arduo di tutti. Com’è possibile la conoscenza se le cose cambiano continuamente, se, come affermava Eraclito l’oscuro, ‘non è possibile entrare due volte nello stesso fiume?’. Da allora ci siamo trovati a lottare col problema di che cosa è lo stesso nel fluire del mondo. Che cos’è lo ‘stesso’, per esempio, in un vapore di sodio che, all’aumentare della temperatura, passa dal violetto al giallo acceso, o in un bicchier d’acqua che evapora continuamente? Se a soddisfarci basta l’argomento della continuità  nel tempo della cosa osservata”, conclude provocatoriamente l’autore, “allora dobbiamo necessariamente accettare come perfettamente scientifico il procedimento con cui il Lamaismo decide chi è lo stesso Dalai Lama attraverso la morte e la nascita” [54].

In ogni caso, occultare l’esigenza di confrontarsi con la problematica del divenire non è una soluzione, in quanto, in realtà, le organizzazioni sociali, politiche, economiche, in cui si articola la vita dell’uomo, rappresentano degli organismi in continua evoluzione nello spazio e nel tempo, e, quindi, la loro considerazione esige un’inevitabile attenzione verso il cambiamento.  Invero, ignorare la loro natura dialettica avrebbe significato  di fatto condannare all’estinzione l’intera specie umana [55]: la realtà è infatti  un processo continuo, privo di giunture in corrispondenza delle quali possano individuarsi i confini netti di un oggetto, in quanto separato da un altro.
 
In effetti, un oggetto consiste puramente in un fenomeno ripetibile  solo mediante un’operazione di artificiosa astrazione dal  tempo. Ma bisogna accettare che l’identità in senso assoluto, come riferita alla medesima circostanza, non esiste se non come “faccenda interna a una mente singola”; questo perché, in realtà, i fenomeni naturali non possono essere ridotti a “semplici registrazioni di segnali”, ma va  piuttosto riconosciuto alla mente un ruolo diretto “come strumento d’osservazione indispensabile al pari di qualsiasi strumento fisico” [56]. Poiché non esistono punti di vista assoluti, in qualche modo “l’osservatore sa di portare con sé il ‘peccato originale’ della sua limitatezza. Ma immergersi in essa è l’unico strumento per raggiungere l’intersoggettività” [57]. La sua storicità rappresenta al contempo la sua opportunità gnoseologica.

La considerazione del ruolo assunto dalla storia nelle molteplici declinazioni inerenti alla dimensione umana, evidentemente, imprime una direzione indiscutibilmente evoluzionistica e storicistica alla  epistemologia di Georgescu-Roegen, decretandone il carattere sovversivo rispetto al paradigma meccanicistico classico e al determinismo ancora imperante [58]. La maturazione intellettuale di una simile prospettiva consente dunque a Georgescu-Roegen di individuare, proprio nella termodinamica, come si è visto,  l’apertura gnoseologica contenente lo snodo del problema relativo all’inadeguatezza della scienza classica ad affrontare il dilemma del cambiamento: incidendo rivoluzionariamente giusto sull’ interpretazione del concetto di tempo, essa produsse, infatti,  uno sconvolgente effetto. Ancora una volta Georgescu-Roegen insiste nel  sottolineare il ruolo giocato in tutta questa vicenda dal tempo, e infatti commenta: “Breve com’è, la parola Tempo denota una nozione di estrema complessità” [59], che non può essere definitivamente intrappolata nella schematizzazione aritmomorfica, se non a meri e limitati  fini di efficacia euristica [60].

In  definitiva, come chiarisce ancora Georgescu-Roegen, “l’ammissione apparentemente innocua che il principio secondo cui ‘il calore si muove sempre spontaneamente dal corpo più caldo al più freddo’ è una legge fisica, scatenò una delle più gravi crisi della fisica, che nemmeno oggi è completamente risolta. La crisi nacque dal fatto che la meccanica non può render ragione del movimento unidirezionale del calore, perché secondo la meccanica ogni movimento deve essere reversibile. La terra, per esempio, potrebbe benissimo muoversi nella sua orbita nella direzione opposta senza contraddire nessuna legge meccanica. È ovvio che questa proprietà dei fenomeni meccanici corrisponde al fatto che le equazioni della meccanica sono invarianti rispetto al segno della variabile t, che indica il ‘tempo’. Questo condusse all’idea che in realtà ci siano due Tempi: un Tempo reversibile in cui si svolgono i fenomeni meccanici, e uno irreversibile correlato ai fenomeni termodinamici. Ovviamente questa dualità è assurda. Il Tempo si muove solo in avanti, e tutti i fenomeni si svolgono nello stesso unico Tempo” [61].

Per affrontare questa crisi, “fu necessario creare un nuovo ramo della fisica che si servisse di leggi non meccaniche”, in quanto, appunto, “le leggi della meccanica non possono rendere conto di un movimento unidirezionale” [62]. Infatti, se a causa della differenza di temperatura fra due corpi si genera un flusso spontaneo di calore dal corpo più caldo a quello più freddo, fino al raggiungimento dell’equilibrio termico, una volta prodotto l’effetto, non è più possibile risalire alla causa, come accade nella meccanica classica: quando i due corpi hanno raggiunto la stessa temperatura, si è verificato un evento irreversibile, cioè il processo di diffusione del calore, e, quindi, il concetto di direzione privilegiata degli eventi, di irreversibilità, è subentrato a quello, classico, di reversibilità.
 
A ben vedere, la termodinamica propone, allora, due diverse lezioni: “Quella dell’energia che non si può né creare né distruggere, caratterizzata com’è dalla sua conservazione e quella dell’entropia in continua crescita, che scandisce le ore dell’orologio cosmico ricordando che nelle azioni dell’uomo, oltre all’energia-materia, c’è il tempo e che il futuro è distinto dal passato, caratterizzato com’è da un valore più grande di S” [63]. Georgescu-Roegen, dunque, a partire dalla consapevolezza acquisita grazie all’evidenza fenomenologicamente temporale della degradazione entropica, può coerentemente denunciare l’equivoco insinuato dalla scienza classica in ordine all’interpretazione del concetto di tempo come entità lineare, misurabile e spazializzata, percorribile indifferentemente  in ogni direzione: “Dietro l’idea della dualità del tempo, c’è la confusione fra i concetti che ho indicato con T e t, confusione indotta dalla pratica di usare per entrambi lo stesso termine ‘tempo’. In realtà, T rappresenta il Tempo considerato come il fluire della coscienza, o, se preferite, come una successione continua di momenti, mentre t rappresenta la misura, per mezzo di un orologio meccanico, di un intervallo ( T’, T’’)” [64].

Egli intende allora sottolineare che, per quanto il Tempo sia uno solo, e si muova in modo unidirezionale, tuttavia, la scienza formula, in effetti, le sue leggi avendo riguardo al tempo come fluire della coscienza oppure al tempo come successione indifferenziata di momenti, a seconda del tipo di eventi che intende indagare. E, infatti, “il modo in cui un pendolo si muove o una pietra cade è sempre lo stesso, indipendentemente da quando l’evento si è verificato nel Tempo. Le leggi meccaniche sono funzione soltanto di t, e perciò sono invariabili rispetto al Tempo. In altri termini, i fenomeni meccanici sono a-Temporali” [65], ovvero, nell’emblematica espressione inglese, “are Timeless, but not timeless” [66]. Viceversa, i fenomeni del mondo reale hanno una collocazione univoca rispetto alla nostra percezione cosciente del fluire del tempo. Pertanto, “la ragione della capacità di previsione delle leggi temporali della fisica è il fatto che esse sono funzioni di t, ossia della misura degli intervalli temporali per mezzo di un orologio meccanico” [67].

In un precedente passaggio, l’autore ancora specifica: “L’esigenza di una distinzione fra i due concetti è dovuta alla differenza essenziale fra le leggi temporali che sono funzioni di T e quelle che sono funzioni di t. Se ci capita di vedere un film delle giungle paludose piene di dinosauri, sappiamo che l’evento raffigurato si svolse prima, poniamo, della fondazione di Roma. Il motivo addotto in  questo caso è che la legge che governa simili eventi, ammesso che ce ne sia una, è una funzione di T, come la Legge di Entropia. Al contrario, un film di un fenomeno puramente meccanico non ci aiuta punto a collocarlo nel Tempo” [68].  

Diventa evidente, a questo punto, perché la termodinamica, che si misura con fenomeni reali, non può offrire un potere di previsione dello stesso genere della fisica meccanica; essa può solo affermare che “fra un’ora l’entropia dell’universo sarà maggiore di adesso, ma non di quanto” [69]. A tal proposito, scrive Georgescu-Roegen: “I fenomeni reali si muovono in una direzione precisa e implicano cambiamenti qualitativi. È questa la lezione della termodinamica, una branca della fisica così particolare che i fisici puristi, data la sua struttura antropomorfica, preferiscono non considerarla parte di quella scienza. Anche se è difficile capire come la struttura fondamentale di qualsiasi scienza possa non essere antropomorfica, il caso della termodinamica è unico” [70].

Nella prospettiva fenomenologica, rileva ancora il pensatore rumeno, l’ammissione formulata dalla scienza classica della possibilità di un’inversione della vita mediante l’applicazione di leggi meccaniche è, paradossalmente, del tutto assurda in base all’esperienza comune della mente umana, e provoca, a ben vedere, un certo disagio intellettuale. Secondo le parole dello scienziato stesso, infatti, “alla mente ordinaria la millenaria esperienza che la vita procede sempre in una sola direzione basta a dimostrarne l’irreversibilità, ma non è così per la scienza” [71]. E, invero, l’esistenza di una direzione del tempo è innegabilmente un concetto originario per la mente umana, ma anche un prerequisito connesso a ogni forma di vita, giusta  le parole di Prigogine quando afferma che “non si può dedurre la distinzione fra futuro e passato da leggi orarie reversibili” [72]. In un certo qual modo, allora, la  termodinamica  classica opera una riconciliazione fra la logica scientifica e quella dell’esperienza comune.

La direzione espressa spontaneamente dagli eventi, pertanto, è quella che va dall’ordine al disordine, e l’entropia, quindi, coniuga  insieme disordine e probabilità [73 ]. Se, come è vero, “l’epistemologia della complessità indica all’economia due strade maestre: quella del tempo evolutivo e quella del ruolo della qualità e della bellezza per dare una svolta al concetto stesso di sviluppo” [74], questa breve incursione nell’articolato itinerario intellettuale di Georgescu-Roegen offre sicura testimonianza di come proprio le sue riflessioni interpretino una tappa imprescindibile per l’apertura di un nuovo orizzonte di senso, in direzione dell’ormai inevitabile complessificazione dell’approccio gnoseologico alla disciplina economica.

Maria Laura Giacobello
Dipartimento di Filosofia
Università di Messina

Note e bibliografia:

  1. I. Prigogine e I. Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza [1979], a cura di P. D. Napolitani, Einaudi, Torino 1999, p. 288. Si veda anche G. Giordano, La filosofia di Ilya Prigogine, Armando Siciliano, Messina 2005.  
  2. Per una ricostruzione completa delle origini della termodinamica  si veda, in particolare, I. Prigogine – I. Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, cit., pp. 109 e ss. Non a caso Prigogine individua come momento simbolico della nascita della  nuova scienza della complessità il 1811, anno in cui il barone Fourier formula la sua legge sulla diffusione del calore: il flusso del calore fra due corpi è proporzionale al gradiente della temperatura fra essi. Questo fenomeno sfugge infatti a ogni possibile spiegazione accessibile alle leggi newtoniane. Si tratta di una legge universale, che offre la stessa cogenza della legge di gravitazione di Newton, perché, come ogni corpo ha una massa, è nello stesso tempo capace di trasmettere e ricevere calore. Fourier, in sostanza, eleva il calore al rango di scienza, e introduce una legge indipendente e incompatibile con quella di gravità, in quanto  evidenzia una direzione privilegiata dei fenomeni, posto che il flusso di calore si muove sempre da un corpo più caldo a uno più freddo. Sul ruolo giocato da Fourier nello studio della propagazione del calore  si veda  G. Gembillo, Le polilogiche della complessità,  pp. 94 ss.; Id., Neostoricismo complesso, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1999, pp. 45 ss., pp. 72 ss., pp. 104 ss. e anche Id., Fuoco! La chimica “fonte” della complessità, in “Complessità”, 1-2 2009, pp. 65-79.
  3. G. Gembillo, Le polilogiche della complessità. Metamorfosi della ragione da Aristotele a Morin, Le Lettere, Firenze 2008, p. 97.G. Gembillo, Le polilogiche della complessità. Metamorfosi della ragione da Aristotele a Morin, Le Lettere, Firenze 2008,  p. 97.
  4. Il suo lavoro più famoso, mai tradotto in italiano, si intitola, infatti, The Entropy Law and the Economic Process, Harvard University Press, Cambridge, Massachussetts 1971, “consistente nell’estensione del primo saggio raccolto nel precedente libro di grande rilievo, Analytical Economics” (G. C. Dragàn – M. C. Demetrescu, Entropia e bioeconomia. Il nuovo paradigma di Nicholas Georgescu-Roegen, Nagard, Milano 1996, p. 23). Esso contiene l’articolazione dell’argomentazione che pone la legge di entropia alla base dell’analisi del processo economico  e che rappresenta il fondamento di quella rivoluzionaria  teoria bioeconomica la paternità della quale  viene attribuita a Georgescu-Roegen. Come ci ricorda Romano Molesti, The Entropy Law and the Economic Process “a detta di molti costituisce la più importante opera economica della seconda metà del XX secolo” (R. Molesti, La rivoluzione della scienza e la bioeconomia, in Id. (a cura di), Economia dell’ambiente e bioeconomia, Franco Angeli, Milano 2003, p. 7).
  5. N. Georgescu-Roegen, Energia e miti economici, in Id., Energia e miti economici, introduzione di S. Zamagni,  trad. di P.L. Cecioni,  Boringhieri, Torino 1982, p. 31.
  6. Cfr. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia, in Id., Analisi economica e processo economico, presentazione di G. Becattini, trad. di M. Dardi,  Sansoni, Firenze 1973 (parziale traduzione della raccolta Analytical Economics: Issues and Problems, Harvard University Press, Cambridge, Massachussetts 1966),  pp. 111 ss., dove  egli scrive, a proposito della nascita della termodinamica: “Il risultato più importante di questa rivoluzione è la memoria di Sadi Carnot sull’efficienza delle macchine termiche, di cui ho parlato sopra. A una considerazione retrospettiva appare ovvio che il problema che interessava Carnot è di natura economica: determinare le condizioni che permettano di ottenere il più elevato output di lavoro meccanico da un dato input di calore libero. Pertanto, possiamo benissimo salutare Carnot come il primo economometrico. Ma il fatto che la sua memoria, che fu il primo lavoro preparatorio della termodinamica, avesse un’intelaiatura economica non è  completamente casuale. Tutti gli sviluppi successivi della termodinamica hanno aggiunto nuove prove del legame esistente fra processo economico e principi termodinamici. Anche se prima facie può sembrare una tesi stravagante, la termodinamica è indubbiamente una fisica del valore economico, così come Carnot inconsapevolmente l’aveva impostata”.
  7. N. Georgescu-Roegen, The Entropy Law and the Economic Process, cit., p. 281.
  8. A. S. Eddington, La natura del mondo fisico[1928], trad. di C. Cortese de Bosis e L. Gialanella, revisione della traduzione e nota storico-critica di M. Mamiani, Laterza, Roma-Bari 1987, p. 66. Sempre a Eddington appartiene la famosa espressione “freccia del tempo”. Egli scrive: “Adopererò la frase ‘freccia del tempo’ per esprimere questa proprietà del tempo di avere una sola direzione, che non ha l’analoga nello spazio” (Ivi, pp. 67-68).
  9. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia, cit.,  p. 133.
  10. Le riflessioni epistemologiche alla base della bioeconomia sono prevalentemente contenute nel saggio Prospettive e orientamenti in economia, cit., in cui l’autore manifesta la convergenza delle sue riflessioni in direzione di una visione evolutiva del processo economico nel suo complesso.
  11. M. C. Demetrescu, L’associazione europea di studi bioeconomici e l’opera di N. Georgescu-Roegen, in “Il pensiero economico moderno”, anno XI – Gennaio-Marzo 1991, n. 1, pp. 89-92, p. 90.
  12. Su ciò, si veda, in particolare, N. Georgescu-Roegen, L’economia politica come estensione della biologia, in Id., Bioeconomia. Verso un’altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile, a cura di M. Bonaiuti, trad. di G. Ferrara degli Uberti, P. L. Cecioni, L. Maletti, G. Ricoveri, M. Messori, M. Bonaiuti, Bollati-Boringhieri, Torino 2003, cit., pp. 65 ss.    
  13. A. Marshall, Principi di economia  [1890], a cura di A. Campolongo,  UTET, Torino 1972, p. 1012. A. Marshall, Principi di economia  [1890], a cura di A. Campolongo, UTET, Torino 1972, p. 1012.  
  14. Sul concetto di aritmomorfismo, inteso come abuso indiscriminato dell’ impiego di formule di tipo matematico quale strumento esaustivo di ogni valida  conoscenza, si veda  N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia, cit., in particolare il capitolo   Concetti, numeri e qualità, pp. 20 ss. Su ciò si veda, per esempio,  M.L. Giacobello, Georgescu-Roegen tra economia e filosofia. La riforma metodologica in economia e il problema della razionalità scientifica, in AA.VV., “Bollettino della Società Filosofica Italiana”, n. 202, gennaio\aprile 2011, Società Filosofica Italiana, Roma 2011 , pp. 35-44.
  15. Cfr. S. Zamberlan, Il pensiero di Nicholas Georgescu-Roegen: un nuovo fondamento epistemologico per la scienza bioeconomica, in “Il pensiero economico moderno”, anno XXV, n. 3-4 – Luglio-Dicembre 2005, p. 56.
  16. N. Georgescu-Roegen, Energia e miti economici, in Id., Energia e miti economici, cit., p. 24.
  17. In merito all’impossibilità di emancipare l’economia dalla sua ontologica dimensione storico-evolutiva si veda, per esempio,  S. Latouche, L’invenzione dell’Economia [2005], trad. di F. Grinzelloni, Bollati Boringhieri, Torino 2010, pp. 91 ss. e anche C. M. Cipolla, La storia economica, Il Mulino, Bologna 2005, secondo il quale il grado di complessità del mondo socio-economico non può essere esaustivamente penetrato neanche dal  “potente” strumento logico-matematico.
  18. A tal proposito, vale la pena citare le autorevoli parole di Prigogine: “Storia e complessità: due dimensioni parimenti assenti dal mondo che il demone di Laplace contempla. La dinamica classica suppone una natura nello stesso tempo amnesiaca, senza storia  e completamente determinata  dal suo passato; una natura indifferente in cui ogni stato è equivalente, una natura senza ombre e luci, piatta ed omogenea, quasi l’incubo di un universale non-senso. Il tempo di questa fisica è il tempo del dispiegarsi progressivo di una legge eterna, segnata una volta per tutte, e completamente espressa da un qualsiasi stato del mondo” (I. Prigogine-I. Stengers, La nuova alleanza, cit., p. 80).
  19. Su ciò, cfr. R. Molesti, I fondamenti epistemologici del pensiero di Nicholas Georgescu-Roegen, in Id., I fondamenti della bioeconomia. La nuova economia ecologica, prefazione di N. Georgescu-Roegen, FrancoAngeli, Milano 2006, p. 158. In merito alla possibilità di percorrere una via conoscitiva razionale, ma non riduzionista, scrive Giuseppe Gembillo: “Tale via parte […] dal riconoscimento della struttura del reale come storica e complessa e dalla convinzione che tale struttura sia comprensibile grazie a una Ragione anch’essa storica e complessa. Riconoscimento che, fino a quando la fisica classica ha dominato anche in ambito metodologico ed epistemologico, è emerso soltanto, e naturalmente con tutte le resistenze del caso, in un particolare ambito filosofico, soprattutto attraverso le figure di Vico ed Hegel. Tale riconoscimento, tuttavia, continua a restare minoritario perché le due correnti, razionalista ed intuizionista, sono rimaste […] ancora oggi, largamente dominanti. Rispetto a queste prospettive, una svolta decisiva e radicale si è avuta quando il ruolo del tempo e della storia è stato riconosciuto anche in ambito scientifico” (G. Gembillo, Le polilogiche della complessità. Metamorfosi della ragione da Aristotele a Morin, cit., p. 15).
  20. Cfr. S. Zamagni, Introduzione, in N. Georgescu-Roegen,  Energia e miti economici, cit.,  p. 9.
  21. N. Georgescu-Roegen,  Energia e miti economici,  in Id., Energia e miti economici,  cit., p. 31.
  22. Peraltro, come ha chiarito in modo esemplare Eddington, soltanto unificando il tempo della scienza e quello della vita si può gettare un ponte tra le due realtà: “Tutte le volte che si cerca di gettare un ponte tra i due aspetti della nostra natura, l’esperienza fisica e quella spirituale, il Tempo costituisce la chiave di volta”  (A. S. Eddington, La natura del mondo fisico, cit., p. 85. Cfr. in merito  anche  G. Giordano, Tra Einstein e Eddington. La filosofia degli scienziati contemporanei, Armando Siciliano, Messina 2000).
  23. S. Zamagni, Introduzione, in N. Georgescu- Roegen,  Energia e miti economici, cit., p. 21.
  24. Sulla base di una puntuale ricostruzione del percorso storico della ragione occidentale, che porta dalla genesi della scienza moderna fino alla sua evoluzione più recente, Prigogine si fa interprete di una svolta in direzione storicistica della concezione della natura: egli  illustra le tappe della graduale presa di coscienza della storicità di tutto ciò che esiste e su questa consapevolezza radica l’ontologica temporalità costitutiva di uomo e natura, che li coinvolge in una costante interazione. Cfr. ancora, in particolare, I. Prigogine e I. Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, cit.
  25. La seconda tappa del processo di ricongiunzione con la natura trova un efficace interprete in James Lovelock, che promuove la svolta organicistica della concezione della natura. Negli anni Settanta del Novecento, Lovelock perviene alla formulazione di una teoria ai confini della scienza: si tratta dell’ipotesi che la Terra, complessivamente considerata, sia un organismo vivente, che chiama Gaia, recuperando il nome dato dagli antichi Greci alla dea Terra. Cfr., in particolare, J. Lovelock, Gaia. Nuove idee sull’ecologia [1979], trad. di V. Bassan Landucci, Bollati Borimghieri, Torino 1996; Id., Le nuove età di Gaia [1988], trad. di R. Valla, Bollati Boringhieri, Torino 1991, e anche G. Gembillo, A. Anselmo, G. Giordano, Complessità e formazione, ENEA, Roma 2008.
  26. Come scrive Enzo Tiezzi, “andare nella direzione di una visione evolutiva della fisica significa andare anche nella direzione di unificare le due culture, la scientifica e l’umanistica. La scienza ha dato troppo spazio allo spazio, ignorando il tempo! Nella storia, nelle cose umane, in ecologia il ruolo del tempo è invece fondamentale” (E. Tiezzi, Fermare il tempo. Un’interpretazione estetico-scientifica della natura, prefazione di Ilya Prigogine, Cortina, Milano 1996, p. 123).
  27. I. Prigogine – I. Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, cit., p. 99.
  28. Su ciò cfr. M Bonaiuti, La teoria bioeconomica. La “nuova economia” di Nicholas Georgescu-Roegen, Carocci, Roma 2001,  pp. 71 ss. Il debito intellettuale contratto da Georgescu-Roegen con Bergson in merito al concetto di tempo come durata è analizzato anche in  S. Zamagni, Georgescu-Roegen. I fondamenti della teoria del consumatore, Etas, Milano 1979, cit., pp. 89 ss.
  29. G. Giordano, Tra Einstein ed Eddington. La filosofia degli scienziati contemporanei, cit., pp. 177-178.
  30. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia,  cit., p. 40.
  31. Cfr. I. Prigogine – I. Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, cit., p. 101.
  32. Cfr. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia,  cit.,  p. 40. Nondimeno – anche se non può essere avvertito che dall’anima – pure per Aristotele (Fisica, IV, 11, 219b) il tempo è connesso al movimento. Egli dice: “In effetti il tempo è questo: il numero del movimento secondo ‘prima’ e ‘poi’” (Aristotele, Fisica, saggio introduttivo, traduzione, note e apparati di L. Ruggiu, Rusconi, Milano 1995, p. 215).
  33. H. Bergson, L’evoluzione creatrice [1907], trad. di F. Polidori,  Raffaello Cortina, Milano 2002, cit., pp. 299-300.
  34. Sia Bergson sia Whitehead, infatti, “sostengono che il Cambiamento è il fatto fondamentale della natura. Il Cambiamento, oppure il ‘fatto’, l’ ‘evento’, o il ‘processo’, se preferiamo usare queste parole, richiede tempo per verificarsi o per essere compreso. La natura in un dato istante, o lo stato di un cambiamento in un dato istante, sono astrazioni estremamente ostiche” (N. Georgescu-Roegen,  Prospettive e orientamenti in economia,  cit., p. 41).
  35. I. Prigogine – I. Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, cit., p. 97.
  36. S. Zamagni, Georgescu-Roegen. I fondamenti della teoria del consumatore, cit., p. 90.
  37. H. Bergson, L’evoluzione creatrice, cit., pp. 274-275. Vale la pena riportare, sia pure in nota, un altro passaggio fondamentale in cui Bergson definisce l’inadeguatezza del concetto di tempo meccanico rispetto alla coscienza reale: “Ciò che interessa al fisico è il numero di unità di durata che il processo occupa: non deve preoccuparsi delle unità come tali, e questo spiega perché gli stati successivi del mondo potrebbero dispiegarsi tutti insieme nello spazio senza che la sua scienza ne venga modificata e senza che lui debba cessare di parlare del tempo. Ma per noi, esseri coscienti, sono le unità a essere importanti, perché non teniamo conto delle estremità dell’intervallo ma sentiamo e viviamo gli intervalli stessi” (Ivi,  p. 276).
  38. Infatti, come ha detto bene Prigogine,  “in particolare, sappiamo oggi che il tempo-movimento criticato da Bergson è in effetti sufficiente soltanto per descrivere una ristretta classe di sistemi dinamici semplici. Ma non siamo arrivati a questa conclusione  abbandonando il procedimento scientifico, né il pensiero astratto, ma attraverso la scoperta delle limitazioni intrinseche  dei concetti adoperati dalla scienza classica” (I. Prigogine – I. Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, cit., p. 98). In realtà, il tempo rappresenta un concetto chiave anche per comprendere il pensiero dello scienziato russo-belga: “La discrasia fra il tempo reversibile della  scienza classica e il tempo irreversibile del vivere umano, storico, costituisce il fulcro dal quale si snoda quella che vogliamo definire  rivoluzione prigogineana. Il tempo vissuto non  può essere un’illusione; se fosse vero soltanto il tempo della scienza newtoniana, la storia stessa con tutti i suoi eventi tragici e non, rischierebbe di essere, appunto, un’illusione”(G. Giordano, La filosofia di Ilya Prigogine, cit., pp. 69-70).
  39. E, infatti, scriveva: “Per un Keplero o un Galilei, invece, il tempo non è diviso oggettivamente, in un modo o nell’altro, in base alla materia che lo riempie. Non ha articolazioni naturali, e noi possiamo, dobbiamo suddividerlo come ci pare. Tutti gli istanti si equivalgono e nessuno di essi ha la prerogativa di ergersi a istante rappresentativo al di sopra degli altri. Di conseguenza, siamo in grado di conoscere un cambiamento solo quando sappiamo determinarlo in uno qualsiasi dei suoi momenti” (H. Bergson, L’evoluzione creatrice, cit., p. 270). Nonostante il debito fondamentale contratto da Georgescu-Roegen con Bergson sul tema per lui determinante della differenza fra tempo reale e tempo dell’orologio, egli ne affronta la lettura con un’ottica  pearsoniana, che lo emancipa dal rischio “di seguire il filosofo francese su posizioni di netto irrazionalismo” (S. Zamagni, Georgescu-Roegen. I fondamenti della teoria del consumatore, cit., p. 94). Karl Pearson è uno dei maestri: statistico positivista di formazione machiana, in The grammar of science, riflette in modo originale sullo scopo e sul metodo dell’ impresa scientifica. Le sue considerazioni di filosofia della scienza avrebbero in verità notevolmente influenzato la formazione di Georgescu-Roegen, anche, e in particolare, in merito al rifiuto di trattare il fenomeno dell’evoluzione applicando uno schema meccanicistico. Cfr. K. Pearson, The grammar of science [1892], Thoemmes Press, Bristol 1991. Su questo tema si veda anche S. Zamagni, Georgescu-Roegen. I fondamenti della teoria del consumatore, cit., p. 83.
  40. Secondo Georgescu-Roegen, in realtà, i confini degli oggetti  e degli eventi sono penombre  dialettiche. E anche gli ambiti disciplinari non possiedono frontiere fissate e rigidamente  tracciate con la massima precisione: ciò vale più che mai per l’economia,  che rivela una penombra dialettica molto più ampia di quella di qualsiasi scienza naturale (Cfr. N. Georgescu-Roegen,  Prospettive e orientamenti in economia, in Id., Analisi economica e processo economico, cit., p. 123). La penombra definisce il particolare modo di rapportarsi tra di loro dei concetti dialettici, che sono distinti ma non discreti, diversamente dai concetti matematici o aritmomorfici,  in quanto i loro contorni non sono definiti, ma fluidi (Ivi, pp. 20 ss.). A tal proposito si può vedere, per esempio, M.L. Giacobello, L’economia della Complessità di Nicholas Georgescu-Roegen, Le Lettere, Firenze 2012.
  41. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia, cit., pp. 41-42.  
  42. Ivi, p. 43. Cfr. G. W. F. Hegel, Fenomenologia dello spirito [1807], trad. di E. De Negri, La Nuova Italia, Firenze 1988, p. 238, dove  crive Hegel: “Infatti il numero è appunto la determinatezza totalmente quieta, morta e indifferente nella quale è estinto ogni movimento e ogni rapporto, e che ha rotto i ponti con la vitalità degli impulsi, con le abitudini e con ogni altra esistenza sensibile”.
  43. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia, cit., p. 43.
  44. Su ciò, cfr. in particolare G. Gembillo, Le polilogiche della complessità, cit., pp. 159-160, dove si legge: “Whithead è colui che partendo dai Principia Mathematica è giunto alla posizione storicistica e organicistica che caratterizza Il processo e la realtà, testo nel quale la visione storicistica e organicistica  sono state sviluppate fino al punto di riecheggiare, come vedremo, il concetto di universale concreto di Hegel e di richiamare alla memoria la caratterizzazione che di esso ha dato Croce, quando lo ha inteso nel senso di concetto ‘ultra’ e ‘onni’ rappresentativo”. Cfr. anche A. N. Whithead, Il processo e la realtà. Saggio di cosmologia Saggio di cosmologia [1929], trad. e introd. di N. Bosco, Valentino Bompiani, Milano 1965.
  45. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia, cit., p. 46.
  46. Ibidem.
  47. Ibidem.
  48. Per Platone infatti, il tempo è “immagine mobile dell’eternità”: “La natura del Vivente è eterna, e questa non era possibile adattarla perfettamente a ciò che è generato. Pertanto Egli pensò di produrre un’immagine mobile dell’eternità e, mentre costituisce l’ordine del cielo, dell’eternità che permane nell’unità, fa un’immagine eterna che procede secondo il numero che è appunto quella che noi abbiamo chiamato tempo” (Platone, Timeo, introduzione, traduzione, note, apparati e appendice iconografica di G. Reale, appendice bibliografica di C. Marcellino, Rusconi, Milano 1994, p. 107; 37d.).
  49. A proposito del riduzionismo delle cause scrive Giuseppe Giordano: “La tradizione antica, aristotelica, aveva individuato quattro tipologie di causa: materiale, formale, finale ed efficiente. La scienza dell’età moderna si ‘contenta’ della sola causa efficiente (l’unica esterna ai fenomeni), che giustifica il meccanicismo (trasformabile in determinismo) che connota tutta la tradizione scientifica classica. In diretto collegamento con la riduzione delle cause all’unica meccanica è quella forma di riduzionismo che fa concentrare l’interesse scientifico non più sul mutamento (problema centrale, ad esempio, in Aristotele), ma sul solo movimento: la scienza di Galileo e di Newton è una scienza che descrive il movimento dei corpi (a loro volta ridotti a punti) lungo traiettorie” (G. Giordano, Dalla scienza “estranea” alla “scienza responsabile”. Per una ricostruzione dei fondamenti storico-filosofici e scientifici del pensiero eco-etico, in Id., Da Einstein a Morin. Filosofia e scienza tra due paradigmi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, pp. 95-132, p. 97).
  50. Vale la pena riportare interamente il lungo passaggio proposto in merito  da Georgescu-Roegen: “Il nodo fu tagliato, ma non sciolto, con la distinzione, introdotta abbastanza presto, fra cambiamento di natura e cambiamento di luogo. E poiché, secondo la chiarissima immagine di Aristotele, ‘il luogo non è né una parte né una qualità delle cose’, la distinzione servì da espediente per arrivare alla conclusione che ogni Cambiamento è movimento, mentre il cambiamento di natura non è che apparenza. Per evitare qualsiasi riferimento alla qualità, l’antica dottrina atomistica di Leucippo affermava che il Cambiamento è dato unicamente dal movimento di particelle atomiche di una materia uniforme e  eterna. La prima critica sistematica dell’atomismo monistico venne da Aristotele, che gli contrappose la dottrina della materia e della forma. Questo lo condusse a distinguere nel Cambiamento un cambiamento (1) di luogo, (2) di quantità (correlato al cambiamento per generazione o  annientamento) e (3) di qualità. Benché da allora non ci siamo mai sostanzialmente distaccati dai fondamenti di questa analisi, tuttavia l’atteggiamento della scienza nei confronti del cambiamento ha avuto una storia estremamente agitata. Per cominciare, l’atomismo subì un’eclissi totale per circa duemila anni, finché Dalton non lo resuscitò all’inizio del secolo scorso. Da allora, cominciò gradualmente a prevalere su quasi ogni capitolo della fisica” (N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia, cit., p. 36).
  51. Cfr. G. Gembillo, Neostoricismo complesso, cit., p. 16.  
  52. N. Georgescu-Roegen, Energia e miti economici, in  Id., Energia e miti economici, cit., pp. 27-28. Già Hegel, precedente critico della meccanica classica, ne aveva denunciato il carattere riduzionista insito proprio nel semplificare il cambiamento risolvendolo in movimento dei corpi all’interno di uno spazio e di un tempo neutrali. Cfr. G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio [1817], trad. di B. Croce, Laterza, Roma-Bari 1989, in particolare pp. 229-240.
  53. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia, cit., p. 36. In ogni caso, è più che mai ovvio, a questo punto, il motivo che costrinse Platone a escludere dal suo mondo di idee aritmomorfiche ogni cambiamento qualitativo. Lo stesso Platone, in proposito, dice: “Penso infatti che ognuno, in ogni occasione, solo che abbia anche un minimo di intelligenza, ritiene di gran lunga la più vera delle scienze quella relativa a ciò che è, ciò che è realmente e che per natura è sempre identico a se stesso” (Platone, Filebo, Laterza, Roma-Bari 1982, p. 126, 58a). Cfr. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia, cit., p. 38.
  54. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia,  cit., p. 35.
  55. Infatti, per esempio, “ciò che rende dialettico il concetto di ‘bisogno’ è il fatto che i mezzi per la soddisfazione del bisogno possono cambiare nel tempo e nello spazio: la specie umana si sarebbe estinta già da un pezzo se i nostri bisogni fossero rigidi come un numero” (Ivi, p. 38).
  56. Ivi, pp. 45.
  57. M. Ceruti, Il vincolo e la possibilità, presentazione di H. von Foerster,  Feltrinelli, Milano 1986, p. 11.
  58. Anche  Bergson, riflettendo sul concetto di tempo reale,  si immette naturalmente in una prospettiva evoluzionistica straordinariamente coerente col punto di vista assunto da Georgescu-Roegen: “Per quale motivo”, egli si domanda, “la totalità non è data tutta in una volta, come sulla pellicola del cinematografo? Più approfondisco questo punto e più mi risulta chiaro che, se il futuro è condannato a succedere al presente  anziché essere dato insieme, ciò significa che esso attualmente non è affatto determinato; e se il tempo occupato da questa successione  è altro da un numero, se per la coscienza che lo abita ha un valore e una realtà assoluta, ciò significa che vi si crea in continuazione – e non certo in questo o quel sistema isolato, come un bicchiere d’acqua zuccherato, ma nella totalità del concreto in cui tale sistema è incorporato – qualcosa di imprevedibile e di nuovo” ( H. Bergson, L’evoluzione creatrice, cit.,  pp. 276-277).
  59. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia,  cit., p. 82.
  60. L’enigma evocato da questa parola suscita già le riflessioni di  Sant’Agostino, che, nelle Confessioni, scriveva: “Cos’è il tempo? Chi saprebbe spiegarlo in forma piena e breve? Chi saprebbe formarsene anche solo il concetto nella mente, per poi esprimerlo a parole? Eppure quale parola più familiare e nota del tempo ritorna nelle nostre conversazioni? Quando siamo noi a parlarne, certo intendiamo, e intendiamo anche quando ne udiamo parlare. Cos’è dunque il tempo? Se nessuno mi interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so” (Agostino, Confessioni, a cura di C. Carena, Mondadori, Milano 1995, p. 326) .
  61. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia, cit., p. 84.
  62. Ivi, p. 81.
  63. E. Tiezzi, Tempi storici e tempi biologici. La Terra o la morte: i problemi della ‘nuova ecologia’, Garzanti, Milano 1986, pp. 51-52.  A p. 49 Tiezzi specifica che di solito si indica con S la funzione termodinamica di entropia crescente.
  64. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia, cit., p. 85. Sull’unicità del tempo come orizzonte comune ai fenomeni storici e naturali cfr. ancora I. Prigogine e I. Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, cit.
  65. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia, cit., p. 85.   
  66. N. Georgescu-Roegen, The Entropy Law and the Economic Process, cit., p. 136.
  67. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia, cit.,  p. 86.
  68. Ivi,  p. 85.  
  69. Ivi,  p. 87.
  70. N. Georgescu- Roegen, Energia e miti economici, cit., p. 29.
  71. N. Georgescu-Roegen, Prospettive e orientamenti in economia,  cit.,  p. 100. A dire di Prigogine, proprio nel momento in cui si è riconosciuto l’orientamento del tempo dal passato verso il futuro, “gli scienziati hanno semplicemente smesso di negare ciò che, per così dire, tutti sapevano” (I. Prigogine e I. Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, cit., p. 274). Peraltro,  anche secondo le parole di Enzo Tiezzi, “la tendenza alla degradazione  dell’energia, alla sua dispersione nell’ambiente è evidente nei fenomeni della vita quotidiana: l’evoluzione dei rimbalzi di una palla sul pavimento va nella direzione di rimbalzi sempre più bassi e di dispersione di calore ceduto all’ambiente; la brocca che cade a terra si rompe in vari frammenti (dispersione) e il processo inverso che si può vedere proiettando all’incontrario il film della caduta, non avviene in natura; il profumo esce dalla bottiglia e si spande nella stanza e non ci è dato osservare il riempimento spontaneo della bottiglia vuota. Tendenza alla forma  calore allora, ma anche alla dispersione. La funzione termodinamica entropia  (che di solito si indica con S) misura questo grado di dispersione dell’energia: le trasformazioni tendono a verificarsi spontaneamente in direzione dell’entropia crescente, del massimo grado di dispersione. È insita nel concetto di entropia l’idea del tempo che scorre, della direzione della trasformazione. Il termine, coniato da Clausius, deriva da tropé (trasformazione) o da entropé (conversione, mutazione o anche confusione)” (E. Tiezzi, Tempi storici e tempi biologici, cit., pp. 48-49).
  72. I. Prigogine e I. Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, cit., p. 254. È evidente, allora, perché “prima ancora di mettersi a studiare il moto ‘reversibile’ del pendolo ideale o i processi irreversibili della conduzione del calore, uno scienziato deve già avere una percezione della differenza fra passato e futuro. Altrimenti come sarebbe in grado di esprimere la reale differenza fra processi reversibili e irreversibili? La differenza fra passato e futuro è un concetto prescientifico” (Ivi, pp. 254-255).
  73. In particolare, “la termodinamica dei sistemi aperti, delle strutture dissipative ci dice che avviene sempre l’evento più probabile. Ora il punto è se l’azione deve andare nella direzione di favorire lo sviluppo delle strutture dissipative, e quindi l’evoluzione biologica e quindi l’aumento drammatico di entropia nell’ambiente oppure no, senza per questo venire meno alla sua fede evoluzionista o termodinamica” (E. Tiezzi, Tempi storici e tempi biologici, cit., p. 53).
  74. E. Tiezzi – N. Marchettini, Che cos’è lo sviluppo sostenibile? Le basi scientifiche della sostenibilità e i guasti del pensiero unico, Donzelli, Roma 1999,  p. 23.

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