Facebook piace, anche alla polizia

Facebook piace, anche alla polizia.Interessante seguire ogni tanto le notizie di Cordis, il servizio di informazione della Comunità Europea sulla ricerca. Vi si apprende fra l’altro che “La polizia perlustra i social media”, come recita il titolo di una news forse tradotta maldestramente da non italico funzionario. Ma tant’è, il contenuto c’è tutto, e c’è anche il progetto, finanziato con oltre 6,6 milioni di Euro dal Settimo programma quadro dell’UE (FP7).

“Dalle strade malfamate della città a Facebook – si legge su Cordis News – la polizia sta rispondendo ai continui sviluppi e ha ampliato la propria ronda dalle strade fuori dalle nostre case ai sentieri virtuali dei social media, e nel fare questo, garantisce la sicurezza delle persone e la cattura dei criminali.” (Sì, la traduzione traballa un poco, ma salviamo la sostanza).

Il nuovo rapporto di Composite, che sta per “Comparative police studies in the EU” (questo il nome del progetto finanziato), “Best Practice in Police Social Media Adaptation”, tratta infatti “in maniera dettagliata in che modo i social media possono essere usati per supportare il lavoro della polizia, dalla comunicazione con il grande pubblico alla redazione di profili criminali in base alle loro preferenze”. Profili, profili, ancora profili… Estrapolati – certo con nobile intento questa volta – dal comportamento dei frequentatori dei social media (vedere l’articolo di BrainFactor del 13/3/2013 “Attenti a Facebook, qualcuno può spiarci“).

Il documento si basa su analisi, interviste e discussioni di gruppo con esperti di informatica e funzionari in rappresentanza delle forze di polizia di 13 paesi Europei. “La relazione rivela che, se usati nel modo giusto, i social media possono aiutare a migliorare la fiducia e la comprensione tra le persone in una certa area geografica e la polizia locale”, spiegano i ricercatori, sottolineando che “questa è la seconda relazione di Composite e riunisce in modo efficace le esperienze dei pionieri e dei primi che hanno iniziato a usare i social media tra le forze di polizia europee.”

Nel Regno Unito infatti “molte stazioni di polizia usano attivamente i social media come parte abituale delle loro normali attività: gli ufficiali di polizia fanno da proprio ufficio stampa e usano i social media per tenere la gente del loro distretto informata sulle loro attività, per pubblicare avvisi o mandati di perquisizione.”

“Generalmente il lavoro della polizia e gli incidenti specifici vengono comunque discussi nei social media, quindi la questione non è se i social media siano adatti agli argomenti riguardanti la polizia, ma in che modo le forze di polizia possano partecipare e trarre benefici da ciò. Se la polizia non è attiva, saranno altri a riempire il vuoto. La mancanza di una affidabile presenza della polizia nei social media può quindi fornire terreno fertile per chiacchiere, congetture e fraintendimenti” spiega Sebastian Denef, dell’Istituto Fraunhofer per l’informatica applicata (FIT) e coordinatore del progetto.

Quelli di Composite sono infatti convinti che “le tradizionali piattaforme di comunicazione come giornali, TV e radio non sono canali di comunicazione efficaci con le parti più giovani della popolazione, gruppi che sono molto importanti per molti aspetti del lavoro della polizia. I social media si sono dimostrati anche molto utili in situazioni eccezionali come gli attacchi terroristici o le calamità. In una grave crisi, i social media rappresentano un mezzo di comunicazione collaudato per tenere la gente informata senza dipendere dall’infrastruttura informatica della polizia.”

Il nuovo documento esamina una serie di studi realizzati negli anni recenti, uno dei quali fu condotto proprio sui “riots” del 2011 nel Regno Unito: tale lavoro “ha permesso ai ricercatori di cogliere informazioni utili da una situazione in cui le forze di polizia britanniche hanno usato i social media durante una situazione di crisi: i social media sono i nuovi spazi pubblici, dove la polizia deve essere presente e visibile.”

Altro esempio di efficienza cyberpoliziesca arriva dalla Finlandia, ove la polizia di Helsinki nel 2011 assegnò tre funzionari a tempo pieno al compito di “creare una stazione di polizia virtuale su diverse piattaforme per social media: già nei primi mesi essi ricevettero circa 250 segnalazioni dalla gente”. E sembra che anche i Paesi Bassi abbiano già operative “stazioni di polizia virtuali.”

Non mancano i risvolti normativi di tali operazioni… “Nonostante i potenziali benefici – ammettono i ricercatori – ci sono importanti domande che ancora aspettano risposta: per la Germania ci sono delle questioni legali, mentre in altri paesi, come il Regno Unito o i Paesi Bassi, gli ostacoli legali sembrano essere inferiori.”

Una importante questione legale e procedurale per le forze di polizia è inoltre “la cooperazione con provider come Facebook o Twitter, aziende private con sede all’estero sotto giurisdizione estera: in questo campo le forze di polizia dovranno raccogliere e valutare ulteriori esperienze; tuttavia, questi sforzi sono visti come proficui in rapporto ai possibili benefici dell’uso dei social media da parte della polizia.”

Il rapporto:

Best Practice in Police Social Media Adaptation (pdf)

“I will not be pushed, filed, stamped, indexed, briefed, debriefed, or numbered! My life is my own!” (The Prisoner)

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