Danno esistenziale: queste strane occasioni…

“Simplicity is the ultimate sophistication”. Si trova in giro, citata qua e là e sempre in inglese, una frase attribuita a Leonardo da Vinci. «La semplicità è l’estrema perfezione». Così ne abbiamo parlato noi di recente. In effetti questa del significato da attribuire nel passare dall’inglese al significato dell’espressione italiana Leonardesca, data la statura del personaggio ha comunque un che di arbitrario. Dunque la nostra scelta merita una qualche spiegazione.

Se il senso dell’eredità di Leonardo sta nella convinzione che Lui ha scritto anche per noi -“la natura è piena di infinite ragioni che non furono mai in esperienza” – ecco che la domanda si apre sul futuro dell’uomo. L’energia, l’esperienza, la curiosità inverano la volontà di “andare oltre” perché esistendo vi saranno sempre nuove ragioni venute alla nostra esperienza di umani.

E l’esistenziale quotidiano imporrebbe di chinarsi sulle “piccole cose” ma :

“tu che vivi di sogni ti piace più le ragion sofistiche e barerie de’ parlari nelle cose grandi e incerte che delle piccole”.

Eccolo il linguaggio di Leonardo suggestivo e tagliente ancora oggi nell’esprimere con forza ed ironia la necessità di arrivare alle cause nel teatro tangibile dell’esperienza unico ad offrire una garanzia di conoscenza. Non era solo uno “sperimentatore” il grande da Vinci. Ed ancora: “O mirabile e stupenda necessità tu costringi con la tua legge tutti li effetti, per brevissima via, a partecipare delle lor cause”. Naturalmente “per brevissime vie” per dirla con le sue parole appassionate egli arrivò a concepire la responsabilità dell’uomo di scienza. La mise in atto non divulgando quelle certezze scientifiche che, se diffuse malamente, potevano danneggiare uomo e natura. Queste rilevazioni “a margine” sono suggerite a chi scrive qui, da una attenta e ripetuta lettura della raccolta “Leonardo. L’uomo e la natura” (a cura di Mario de Micheli Univ. econ. Feltrinelli seconda edizione giugno 1982 ).

L’attualità del pensiero di Leonardo si riconferma oggi più che mai per l’uso talora indiscriminato di scienze e tecnologie per gli effetti che si prefigurano (perché no?) in quel teatro tangibile dell’esperienza del quale si è detto sopra e che scienza e tecnologie talora disertano. E chi non diserta, chi alla responsabilità della scienza ed ai limiti dell’esperienza “la natura è piena di infinite ragioni che non furono mai in esperienza” leonardescamente ci pensa? Ricorre, intanto, ad un approccio integrazionale per le diverse discipline:

[…] stiamo assistendo, grazie alla diffusione dell’information technology, ad una proliferazione di saperi ed una loro diffusione in ambiti prima estranei alle tematiche del mentale (vedi l’economia, la politica, il marketing, la filosofia), ad una atomizzazione degli approcci e ad una settorializzazione degli studi che, pur consentendo un avanzamento delle conoscenze negli ambiti specifici, possono comportare una dispersione della comunità scientifica e tecnica di chi del mentale si occupa. Integrare nella nostra visione significa sforzarsi di ottimizzare i percorsi di collaborazione e cooperazione tra studiosi di differenti comunità. Fondamentalmente la facilitazione dello scambio di dati, il che è condizione imprescindibile perché la ricerca rimanga tale (lavoro di validazione / falsificazione / generazione di ipotesi) e non assurga, più o meno apoditticamente, al ruolo di scienza esatta, dando luogo a posizioni di scientismo che storicamente si sono sempre dimostrate molto pericolose su tutti i fronti, incluso quello sociale. Il rischio di passare dall’approccio scientifico allo scientismo (assunzione di ruolo di produzione di verità) è sempre molto elevato, soprattutto in periodi di crisi economica e sociale […] (Verso la mente integrazionale – per Rivista scientifica BrainFactor Giovedì 10 Maggio 2012 – Laura Faravelli intervista il Dott. Ambrogio Pennati).

Organizzare percorsi di collaborazione, ovvero interagire

La gente comune specularmente a quanto letto sopra dovrebbe semplicemente interagire se per sua ventura o sventura a seconda dell’ottica adoprata va incontro a delle strane occasioni. Perché la necessità di conoscere in una nuova esperienza esistenziale “costringe per brevissima via tutti li effetti a partecipare alle lor cause” e questi effetti si devono affrontare. Restando sul terreno dell’interazione fra persone e dell’integrazione disciplinare della quale si è parlato ci imbattiamo nell’ l’Alzheimer una “priorità in fatto di salute pubblica europea”.

Viene spontanea la domanda: quanti sia come malati che come familiari si sono imbattuti in questi anni nella necessità di occuparsi di questa malattia? Non viene in mente ? Neppure se ci occupiamo abitualmente di “fragili”? Sì che dovrebbe venire non fosse altro perché:

[…] Nella seduta odierna il Parlamento Europeo ha deliberato di chiedere al Consiglio, alla Commissione e ai governi degli Stati membri di considerare l’Alzheimer una “priorità in fatto di salute pubblica europea” e di definire a breve un “piano d’azione europeo finalizzato a: promuovere la ricerca paneuropea sulle cause, la prevenzione e la cura dell’Alzheimer; migliorare la diagnosi precoce; semplificare per i malati e coloro che se ne fanno carico i passi da compiere e migliorare la loro qualità di vita; promuovere il ruolo delle associazioni e accordare loro un sostegno regolare”, come riporta un comunicato stampa europarlamentare. Prima di procedere alle votazioni – prosegue il comunicato – il Presidente di seduta, Diana Wallis, ha annunciato che più della maggioranza dei deputati ha sottoscritto una dichiarazione scritta sulla lotta all’Alzheimer. Il testo, una volta pubblicato sul processo verbale, diventerà una posizione ufficiale del Parlamento Europeo.Nella dichiarazione, i deputati osservano anzitutto che “l’Alzheimer interessa attualmente 6,1 milioni di europei” e che “tale cifra è destinata a raddoppiare o a triplicarsi entro il 2050 con l’invecchiamento delle popolazioni”. Notano inoltre che questa malattia “rappresenta la prima causa di dipendenza” e che è quindi fondamentale “assumere un impegno politico nei settori della ricerca, della prevenzione e della protezione sociale […]  (Febbraio 2009, Marco Mozzoni in BrainFactor).

Appare conseguente che in “Persona e Danno” sia stato pubblicato di recente un articolo che rende conto di una esperienza vissuta. Una esperienza di corpi ma non solo. Questo squarcio di realtà, questo teatro tangibile di esperienza e conoscenza, è scandito da tre tempi (abbastanza lunghi per chi li ha vissuti) titolati nel racconto che se ne fa: “Queste strane occasioni. Fare: interscambi nei corpi del lavoro di cura. Pianura proibita.”

Si sarebbe invece dovuto in nome della semplicità (non polemica che non è più semplicità) titolare il terzo paragrafo “Corpi malati” perché questi sono gli effetti del Care Giver. Stare accanto al familiare debole. “Una causa” buona. Ma esperienza nuova sia per gli uomini sia per le donne che lavorano fuori casa e che amano il loro lavoro. Eppure ancora oggi lasciato (come in effetti avviene) alle “donne”. Il Care fa ammalare anche molto gravemente talora chi lo affronta in solitudine e senza sostegni economici, sociali, culturali.

E’ una di quelle esperienze che prima o poi invece riguarderà tutti per le mutate condizioni sociali delle famiglie. Ed è il momento di una breve citazione:

<<Dal 2004 in poi si è presentata per me una strana occasione, una occasione per il “cambio di passo”, non posso definirla con altro sostantivo. Ho cercato nella mia casa, nel luogo della mia vita, del mio riposo e della mia quiete (Eliot) l’inveramento di quello che so e che dico da anni nelle relazioni, nelle pubblicazioni. Ma cambiar passo comporta uno spogliarsi, come uno svuotarsi. Per essere sufficientemente sensibili (disponibili). Si deve essere in grado di lasciare andare quello stato di tensione che compare ad ogni istante in una forma o in un’altra, sia questa un eccesso di volontà, il desiderio di risultato, o un qualunque tipo di paura. Solo allora si avrà, come in una danza, “il cambio di passo”. Per dirla ancora con Eliot “ogni impresa / è un nuovo inizio, un’incursione nel vago / con strumenti logori che sempre si deteriorano / nella generale confusione di sentimenti imprecisi irrompono / indisciplinate squadre di emozioni>>. (Ved. 11/06/2014 Danno esistenziale: queste strane occasioni” di Giulia Tornesello – Prima parte).

Come è vero. E come è faticoso straniante se condotto in solitudine. L’agenda di vita sconvolta. Come un marchio. (g.t.)

E chi non diserta?

E’ una esperienza alle porte e bisogna parlarne nonostante l’A.D.S. quello che avete letto sin qui, alle radici del danno esistenziale, lo esige.

Ed ora come un momento su cui riflettere il contributo di un Collega (Paolo Russo, “La Cassazione ed il danno esistenziale: viva la semplicità”, Persona e Danno) in materia di semplicità e danno esistenziale:

[…] In ogni caso, il dato innegabile, che emerge in questi ultimi tempi, è che la tesi del danno non patrimoniale come categoria unica non regge proprio più, e nemmeno i più accaniti detrattori riescono a “difendere l’indifendibile”, nonostante fragili e sterili tentativi di, per così dire, “salvare il fortino”.

Ma siamo proprio alle ultime cartucce: non si vedono più (grazie a Dio) sentenze che affermano che le figure del “danno esistenziale” e del “danno morale” non esistono, e dunque non sono risarcibili, ma se ne vedono ancora, purtroppo, alcune (come quella in argomento) le quali, riconoscendone necessariamente l’esistenza, ricorrono, pur di non utilizzare il termine: “categoria autonoma”, a definizioni sempre più fantasiose.

Alcune sentenze dicono, ad esempio, che danno esistenziale e danno morale non sono “categorie”, bensì “voci” del danno non patrimoniale (qualcuno finalmente ci spiegherà, prima o poi, cosa cambia nella sostanza…); questa, invece, usa, per parlare del danno esistenziale, una espressione ancor più, diciamo così, originale: esso rappresenterebbe non una categoria, non una voce, bensì una “peculiare modalità di atteggiarsi del danno non patrimoniale”, di cui il giudice ha l’obbligo di tenere conto nel singolo caso.

Commento conclusivo: ci è stato insegnato che “parla come mangi” è un modo di dire che si utilizza nei confronti di chi parla difficile quando non è necessario; significa che si deve parlare in modo semplice, semplice come è semplice il nostro modo di mangiare.

Bene, questo è il sommesso invito che questo Autore porge a coloro che si ostinano a rifuggire dal termine (da sempre esaustivo, preciso e chiaro): “danno esistenziale” e ad utilizzare, immotivatamente, espressioni che sono l’esatto contrario della semplicità, della chiarezza e della linearità: e ciò solo per il fatto di essere amanti dell’indifendibile […]

Avv. Giulia Tornesello

Image credits: Shutterstock

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