Counseling e Regola Benedettina: l’attenzione, in quiete…

Counseling e Regola Benedettina: l'attenzione, in quiete...In questo secondo articolo della serie “Counseling e Regola Benedettina” parleremo del secondo dei quattro punti focali: l’attenzione, che, come per l’ascolto, alla luce dalla Regola può essere definita su un piano bivalente, ma allo stesso tempo unico: attenzione per se stessi e attenzione per l’altro. L’obiettivo di Benedetto è sviluppare una capacità di attenzione reciproca, nel monastero, tale per cui la necessità della comunicazione verbale passi in secondo piano.

Infatti l’uso del silenzio (di cui abbiamo già parlato) prevede la limitazione dei colloqui e soprattutto di quelli “futili” che portano al chiacchiericcio e alla dispersione. Il riferimento all’attenzione reciproca è espresso nel cap LXXI dove si dice “Si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore (…) si prestino a gara obbedienza reciproca”. Come si può ottenere un grado così alto di attenzione verso l’altro senza sentirsi schiacciati?

Il monaco applica un processo di tipo “ermeneutico”, impara cioè a interpretare le situazioni nel momento in cui queste accadono, ma separando i fatti dalle opinioni personali. Come per l’ascolto questo processo non è per niente semplice. Infatti, bisogna avere la capacità di venire meno alla critica e al giudizio dell’altro (come di se stesso) in forma negativa e punitiva. A questo va aggiunta la capacità di sospendere ogni pregiudizio o l’essere prevenuto di fronte ad ogni situazione. Cosa è dunque “un fatto” e cosa “un’opinione”?

Un fatto è un dato concreto, tangibile, oggettivo. La sua misurabilità lo dovrebbe porre al di sopra dell’interpretazione, ma non sempre questo si verifica. L’uomo ha una profonda capacità di sintesi nella quale sviluppa il senso del giudizio personale per cui riportando anche “un fatto concreto” riesce sempre a modificarne la realtà aggiungendo o togliendo dettagli che hanno più o meno valore. Questo meccanismo altera il fatto impedendo alla realtà di emergere nella sua completezza, inquinandola con la rappresentazione che ognuno tende a creare del fatto stesso dalla rappresentazione che ognuno ha di questa. L’”opinione” è invece l’idea che si ha del “fatto”, scevra dalle visioni personali.

Separare i fatti dalle opinioni significa perseguire nello sforzo di non interpretare e riportare in modo fedele l’accaduto. In questo i monaci hanno un allenamento millenario attraverso la riscrittura di testi con la forma amanuense, dove l’unica concessione permessa al monaco era abbellire lo scritto con capilettera e miniature lasciando l’interpretazione a teologi e dei filosofi.

Evidentemente questo spirito tramandato nei secoli è riuscito a produrre una certa “neutralità” di fronte agli eventi tale per cui, pur mantenendo il proprio carattere e la propria personalità il monaco sa porsi di fronte all’altro in modo tanto distaccato quanto profondo.
Il distacco è dovuto alla volontà di evitare un’eccessivo coinvolgimento nell’altro. Il monaco, non dimentichiamoci, per accezione del termine è colui che sceglie la vita solitaria. Pertanto sa che deve principalmente lavorare su se stesso in modo continuo.

Ma è vero anche che i monaci sono “cenobiti” condividono cioè la loro solitudine aggregandosi in gruppi sotto la direzione di un abate (il capo della comunità) e adottando uno stile di vita ben preciso (la Regola). Questo porta a sentire costantemente le necessità dell’altro come proprie e a condividerle quotidianamente nel piano di azione necessario per la vita e la normale attività di un monastero.
Tornando al processo interpretativo e all’ermeneutica nasce quindi l’esigenza di interpretare i fatti, farsene un’opinione, ma restarne il più possibile al di sopra.

Nel cap. III, per esempio, “La convocazione dei fratelli a consiglio” è ben visibile come sia importante saper ascoltare e saper modificare le proprie posizioni dopo un processo di dialogo attento e preciso in una collegialità più ampia e per il bene della comunità. In questo piano non esistono più diritti e doveri perché diventano un tutt’uno nella logica di reciprocità di cui vi ho già parlato in precedenza.

Come si sviluppa il processo di attenzione reciproca? Attraverso la gestualità, il linguaggio del corpo e soprattutto la profonda conoscenza dell’altro. In alcuni monasteri è ancora viva l’abitudine della “preghiera del passeggio”. I monaci, a due a due camminando nei chiostri del monastero e pregando insieme e usando alcune forme litaniche imparano a conoscersi meglio.

Sembra assurdo, ma è proprio nel seguire un ritmo comune nella quiete che si impara a “respirare” l’altro, i suoi ritmi, le sue inflessioni, le sue cadenze. Conoscersi è sempre un processo difficile perché il tentativo è sempre quello di volersi imporre sull’altro e prevalere. L’attenzione nella Regola non è un processo che si genera da solo, ma al quale il monaco viene educato in ogni gesto, dal mangiare, al bere, al pregare insieme e rispettare orari e impegni comunitari.

Nel capitolo 58 Benedetto parlando di chi vuole entrare in monastero dice “ sia accolto nelle stanze riservate ai novizi, ove essi studiano, mangiano e dormono”. Questo perché l’attenzione continua si sviluppa nella quotidianità e nella continuità.

Il senso di attenzione è quello che ci permette di svolgere bene un compito limitando le fatiche o di resistere a un momento particolarmente impegnativo dell’esistenza imparando a gestire il notevole dispendio di energie. Fare tutto e in fretta è un imperativo categorico della nostra società, ma quasi sempre si risolve in lavori mediocri o con scarsi risultati perché il grado di attenzione posto al risultato finale non comprende noi stessi.

Spesso siamo più attratti dagli altri che non riusciamo a concentrare le nostre energie e attenzioni su noi stessi. Essere parte di un processo significa prendervi parte con tutto noi stessi anche se delegare sotto il profilo organizzativo è corretto sempre che teniamo in considerazione la nostra capacità di attenzione che ci permetta di conoscere le reali capacità e attitudini di una persona per realizzare un determinato compito in modo da ottenere un risultato eccellente.

È importante partire sempre da dentro, capirci fino in fondo, esaminando di continuo i nostri punti di forza e di debolezza, come questi variano al variare di cicli stagionali, lavorativi, sentimentali. Tutto influisce su di noi e non possiamo pensare di interagire sul tutto finché non li scopriamo. Solo allora le cose possono cambiare: sappiamo con largo anticipo quello che ci renderà deboli o ci rallenterà nelle decisioni o quello che ci stimolerà a fare meglio. Ma per fare tutto questo dobbiamo essere attenti: i monaci direbbero “vigilanti”.

Su un leggio dell’Abbazia di Monte Uliveto in Toscana è rappresentato un gatto. Il gatto è un animale tipicamente solitario e autonomo, ma che non disdegna lo stare con altri soprattutto per condividere momenti di gioia e calore. Quando dorme è sempre in uno stato di allerta che gli permette di scattare velocemente e salvarsi dal pericolo. La sua vita può svolgersi sia di giorno che di notte, ma la sua tendenza è quella di muoversi all’alba, quando energie e forze sono più alte, e riposarsi in momenti più caldi della giornata, quando ogni movimento è lento e difficile. Questa rappresentazione mette a fuoco molto chiaramente lo stile di vita del monaco e l’attenzione che pone nell’esistenza.

E’ solitario, ma prega, si ciba e prende decisioni in comunità. Dorme poco e anche la sua giornata è sempre equamente divisa tra studio, preghiera e lavoro, in modo che nessuno di questi aspetti possa preludere o prevalere su un altro. Si alza molto presto alla mattina e concentra nelle prime ore quei riti che gli renderanno più semplice la giornata perché avranno predisposto in lui una grande capacità di ricercare la positività.

L’attenzione è quindi un percorso di armonia continua in cui i ritmi personali si sposano con quelli della comunità:

  1. riportare lo sguardo su se stessi non significa essere egoisti perché nello sviluppo personale è possibile imparare a capire le necessità degli altri;
  2. evitare conflitti inutili con noi stessi e staccarsi dai preconcetti o da quella “ruminazione” continua che porta solo a chiusure o autoconvincimenti. Lo stesso vale verso l’altro separando i fatti dalle opinioni esercitandosi sempre ad essere obiettivi e distaccati, anche quando i fatti ci riguardano direttamente;
  3. cercare nell’altro la capacità di rivedere noi stessi e chiedersi sempre “Se fossi lui, io cosa vorrei?”

Solo dopo aver sviluppato la capacità di ascolto e di attenzione si può passare ai due piani più operativi: quello della comunicazione e della relazione.

Articolo di di Paolo G. Bianchi – Secondo di una serie di quattro, dedicati agli insegnamenti della Regola Benedettina nel contesto del counseling… In esclusiva, su BrainFactor (C) 2011

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