Chi di scuola ferisce…

Chi di scuola ferisce...Chi di scuola (e di stress) ferisce, di futuro perisce. In Italia è sempre difficile sottrarre al soggettivo quello che è oggettivo. I dati ISTAT pubblicati da pochi giorni richiamano l’attenzione di tutti su ciò che realmente accade nel nostro Paese. Un’occasione scientificamente fondata per fare i conti anche sullo “stress da scuola”. La matematica non è un’opinione solo quando la si trova sui banchi e serve a dare un voto in pagella. Quando i conti si fanno in politica, invece…

Quando i conti si fanno in politica, tutti danno i loro numeri, soprattutto quelli che vanno bene alla propria sopravvivenza bipartisan (o multipartisan) parlamentare. Ovviamente non parlo per opinione personale. E’ quanto si affanna ad affermare, contro la tendenza nazionale al reiterato malcostume dell’illegittimità del mondo delle regole, l’attaccatissimo da Ministri e difensori dello status quo presidente dell’Istat di qualche anno fa, Luigi Biggeri: “I politici utilizzano i dati solo per supportare le loro tesi, se il dato statistico non le sostiene non va più bene”.

Così puntualmente ci troviamo a commentare l’ennesimo risultato dell’incomprensibile sconfitta della ragione civile sotto i colpi dell’indifferente inefficienza della programmazione sociopolitica. E come sempre senza poter avere la soddisfazione di conoscere i nomi e cognomi dei responsabili di scarsa crescita produttiva, aumentata povertà, regressione degli investimenti sulla ricerca, preoccupante latitanza del mercato del lavoro.

In questa riflessione vorrei ricordarvi il mio recente contributo (Calzeroni A., “Scuola, è l’ora della responsabilità”, BrainFactor 3/5/2011), perchè partendo semplicemente dall’empirismo statistico della pratica clinica quotidiana si rivela profetico alla luce di quanto i dati ISTAT confermano con la “crudezza” dei numeri (ISTAT, “Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2010” – Il Rapporto in 30 grafici, 2011).

“Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”, tradotta letteralmente, significa “mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata” (Tito Livio, Storie, XXI, 7). A questo servirebbe la scuola: a dimostrare ai giovani che la creatività e le novità sono belle, ma che anche l’esperienza insegna. Che quello che è vecchio a volte coincide anche col saggio, con la storia che si ripete. Per questo i nonni, che fino ad una generazione fa rimanevano nelle famiglie nucleari come i grandi saggi, erano una fonte infinita di ricchezza per i nipoti.

Dai dati ISTAT abbiamo la conferma che abbiamo già fatto fuori la generazione dei vecchi. La famiglia diviene spesso monoreddito e povera perché un membro (generalmente la donna) smette di lavorare per seguire un parente anziano ‘non più autosufficiente’. Perché lavorare per uno stipendio che poi passerà direttamente nelle mani della badante? Scomparsi il cortile o la casa comune al grande nucleo multifamigliare, che sono stati per secoli un mutuo soccorso naturale intergenerazionale, è lei l’odierna inevitabile e costosa referente per un’età improduttiva ed economicamente insostenibile per i più giovani. Ma a Roma si discute, appunto. Ed intanto un’altra Sagunto brucia…

Avevo parlato del rischio di una generazione lasciata allo sbando dalla scuola. Suggerivo agli insegnanti, per il bene dei loro alunni, di fare propria “l’opportunità, l’onore di conoscere, influenzare, dirigere ed ispirare lo strato più importante della società, la materia prima del futuro stesso della comunità”. Ed ecco ancora la fotografia dei dati ISTAT a portarci in casa l’esatta proporzione del rischio, l’immagine di “una generazione rassegnata alla precarietà che non dà nessun valore all’educazione”. E gli esperti a dirci di  “aprire le aule”, perché “siamo l´unico paese che taglia l’istruzione in tempo di crisi”. Vediamola insieme questa fotografia. Potete vederla grezza direttamente nel link ISTAT già citato, o dare un occhio all’articolo di BrainFactor del 23 maggio dal titolo incisivo “Non studio non lavoro non guardo la TV…“, o leggere la bella analisi di Maria Novella De Luca pubblicata su controlacrisi.org

C´è un numero enorme di giovani (il 18,8%) che in Italia continua ad abbandonare gli studi, prima o subito dopo gli anni dell´obbligo, e che a vent’anni, quando si entra nell´età adulta, si ritrova sperduto, senza nulla in mano. Storie di ragazzi che un giorno hanno detto no. Che una mattina hanno deciso di non entrare più in classe. Di buttare alle ortiche libri, quaderni, interrogazioni, compiti in classe, voti, giudizi. Ma anche le cose belle della scuola, come le gite, gli amici, lo sport. Sono gli esiliati. Gli sfiduciati. In una parola “Neet: not in education, employment or training”.

In un anno oltre 134 mila giovani in più espulsi o autoespulsi dal mondo produttivo. Sono i ragazzi che corrono il rischio di essere considerati pazzi da genitori disperati, impreparati ed impotenti di fronte alla rinuncia e alla rassegnazione dei loro figli. Una lacerazione famigliare difficile da rimarginare. Dolorosa prima ancora della prospettiva di una dipendenza economica per gli uni e per la fatica degli altri nel dover pensare di assicurare un sostegno a tempo indeterminato.

Ancora gli esperti: «La scuola ha perso completamente di significato, la spiegazione non si trova soltanto nei dati economici, nella mancanza di cultura delle famiglie d´origine, è che i giovani non capiscono più il senso di passare tanto tempo tra i banchi, tra professori che utilizzano un linguaggio anni luce lontano dal loro, in una società che anno dopo anno svaluta sempre di più il ruolo della cultura». Qualcuno cita i progetti attuati all’estero nelle altre società industriali che conoscono da anni e prima di noi questo fenomeno (dropout o abbandono scolastico). «Ci hanno provato in Finlandia e il tasso di dispersione è drasticamente crollato. Perché non possiamo provarci noi?» Appunto, pare semplice nell’economia del mondo globale, eppure stiamo facendo fuori una generazione di giovani. Ma ancora una volta a Roma si discute…

E intanto la scuola viene espugnata. Privata o pubblica poco cambia per il momento. I settori della sanità e dell’istruzione pubblica hanno molte analogie. Entrambi giudicati irrinunciabili e da potenziare ‘per lo sviluppo ed il bene della nazione’, ma poi entrambi lasciati a se stessi. Saccheggiati dai tagli, assediati da tutti gli altri bisogni della società, affamati dagli scarni finanziamenti, affogati dalla burocratizzazione (compresa quella di posti di lavoro decisi senza programmazione al solo fine clientelare o di ammortizzazione sociale), soffocati nel rilancio delle professionalità. Il risultato finale negli ospedali e negli ambulatori è stata la “medicina difensiva” (Parravicini MC, Medicina difensiva. Bollettino dell’Ordine Provinciale dei medici e odontoiatri di Milano, 2, 7-13, 2011).

Una tendenza criticabile, così come la medicina della “obbedienza giurisprudenziale”, verso cui la medicina delle evidenze e delle scelte sembra stia declinando. Una recente indagine nazionale sulla medicina difensiva ha evidenziato che il 78,2% dei medici si sente più a rischio di denuncia del passato, il 68,9% pensa di avere almeno o più del 30%  di probabilità di essere denunciato, il 65,4% per questo motivo si sente sotto pressione nella pratica clinica quotidiana. Quanto all’agire medico, 85,5% dei medici afferma di attenersi nella prescrizione di esami e terapie a eventuali linee guida, protocolli o standard. 30% dei medici sono abbastanza o molto influenzati nella scelta dai costi economici della prescrizione.

In particolare, si dichiara di agire a solo titolo difensivo nelle prescrizioni del 73% di visite specialistiche, nel 75,6% di esami strumentali, nel 49% dei ricoveri. In generale si ritiene  pari al 10,5% l’incidenza della medicina difensiva generata da tutti i medici pubblici e privati sul SSN. Ciò si rifletterebbe  sulla spesa sanitaria totale per un valore di circa 11,8%. In assenza di una programmazione serena e consapevole ‘gestita dall’alto’ (remunerazioni adeguate, incentivi all’aggiornamento professionale, programmazione prestazionale, supporto organizzativo, snellimento burocratico, deontologia nelle relazioni professionali e umane) rimane al singolo medico superare i timori di incorrere in potenziali conflitti o denunce e avere come obiettivo prioritario la tutela della salute dei pazienti che a lui per scelta si affidano o che gli siano involontariamente affidati.

Se non vogliamo far fuori anche la scuola e le prossime generazioni di insegnanti occorrerà evitare la deriva senza ritorno della nostra scuola. Dalla scuola che dovrebbe avere come obiettivo primario la tutela della cultura e dell’insegnare a vivere verso la scuola difensiva. Occorrerà che anche il corpo degli insegnanti superi il disorientamento e la paura. A partire dall’ora di insegnamento più importante. L’ora del fermarsi a riflettere per poi agire in scienza e coscienza. Individualmente o collettivamente, per difendere e tutelare il diritto all’istruzione sapendo di poter contare su un potenziale umano ed intellettuale inestimabile. Vale davvero la pena di sacrificare e martirizzare tutto questo alla burocrazia, al passato, alla frustrazione, ad un sistema troppo rigido per premiare l’individualità?

Alessandro Calzeroni, MD
Psichiatra, psicoterapeuta

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