Cervello e invecchiamento, siamo tutti vulnerabili all’Alzheimer?

Cervello e invecchiamento, siamo tutti vulnerabili all'Alzheimer?L’accumulo extracellulare del peptide ß-amiloide nel cervello è generalmente accettato come “causa” dell’Alzheimer. Una review in pubblicazione su Neurobiology of Aging collocherebbe questo assunto in una nuova prospettiva, consentendo una comprensione “più profonda” del complesso processo patogenetico alla base della malattia (Bartzokis G, Alzheimer’s disease as homeostatic responses to age-related myelin breakdown, NoA, 2009 in press).

La prospettiva in questione è quella del cosiddetto “modello mielinico del cervello umano”, secondo il quale – spiega George Bartzokis della University of California Los Angeles, autore dello studio – la guaina mielinica che riveste i neuroni e che rappresenta il 25% del volume del cervello adulto dell’uomo, svolge un ruolo essenziale nelle funzioni cerebrali, accelerando, ad esempio, la velocità di trasmissione sinaptica, ma i cui processi di produzione, mantenimento e riparazione sono, allo stesso tempo, la causa della caratteristica vulnerabilità della specie umana a disordini neurpsichiatrici legati al progredire dell’età.

L’invecchiamento, infatti, causa un progressivo danneggiamento fisiologico della guaina e innesca una serie di processi biologici omeostatici finalizzati a contenere tale danneggiamento. Il modello presentato mette in luce come, in molti casi, tali processi riparativi impieghino gli stessi meccanismi molecolari coinvolti nella produzione delle “lesioni proteiche” alla base di patologie come l’Alzheimer e il Parkinson.

L’attività della molecola neuregolina 1, ad esempio, coinvolta nella regolazione dello spessore della guaina mielinica e quindi della velocità di trasmissione degli impulsi nervosi, è modulata dagli stessi enzimi (BACE1, ß-secretasi) che controllano la produzione del peptide ß-amiloide dalla proteina progenitrice dell’amiloide (APP).

A conferma della relazione tra processi riparativi scatenati dall’invecchiamento e insorgenza della malattia, gli autori ricordano come, già da diversi anni, sia noto che l’avanzamento delle lesioni cerebrali macroscopiche causate dall’Alzheimer, ripercorra “al contrario” le vie seguite dal processo di mielinizzazione: i neuroni delle regioni corticali rivestite di mielina in una fase più avanzata dello sviluppo (la cui guaina è biologicamente più vulnerabile alle lesioni), sono più suscettibili ad un danneggiamento della mielina e quindi degenerano per primi nella malattia, al contrario di quelli mielinizzati in una fase più precoce.

La forma di Alzheimer a insorgenza tardiva (LOAD) rappresenta più del 95% dei casi di Alzheimer e affligge più del 50% della popolazione oltre gli 85 anni.

Tutto ciò, concludono gli autori, porta a interpretare la malattia quasi come un evento fisiologico legato all’invecchiamento e la sovraproduzione di specie molecolari tossiche come la ß-amiloide solo come l’ultima manifestazione della sua insorgenza, cioè come un prodotto secondario dei processi omeostatici di riparazione della mielina, piuttosto che come la “causa ultima” con cui spiegarne l’eziologia.

Quanto osservato inquadra la ricerca sull’Alzheimer in una prospettiva del tutto nuova, quella dell’indiuviduazione di nuovi geni e fattori coinvolti nella malattia, collocati funzionalmente “a monte” di quelli sino ad ora studiati e legati proprio a quei processi  molecolari omeostatici sopra citati. Tali fattori consentirebbero la contestuale scoperta di nuovi potenziali bersagli terapeutici e di tasselli essenziali a una migliore comprensione di un processo patogenetico tanto complesso come quello dell’Alzheimer.

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