Cervello e creatività: BrainFactor intervista Keri Smith

keri smithKeri Smith è canadese ma vive da anni negli USA. E’ una autrice e illustratrice che si riconosce nella corrente artistica chiamata “guerilla art”. Ha scritto diversi libri che analizzano e stimolano la creatività umana, fra cui i più noti sono: “Wreck this Journal” (Pedigree, 2007), “The Guerilla Art Kit” (Princeton Architectural Press, 2007), “Living Out Loud – Activities to Fuel a Creative Life” (Chronicle Books, 2003). Il suo nuovo libro “How to be an Explorer of the World – The Portable Life / Art Museum” è stato appena dato alle stampe per i tipi della Penguin Books. Keri Smith è anche autrice di un popolare blog, Wish Jar, frequentato quotidianamente da più di 10.000 persone. Negli ultimi anni ha tenuto conferenze e workshop sul tema della creatività in tutto il Nord America.

Marco Mozzoni l’ha intervistata sul tema del rapporto fra creatività e cervello. Versione italiana. English version.

Keri Smith, che cos’è la creatività?

A mio giudizio la creatività è la capacità di percepire le cose e il mondo da innumerevoli angolature in una modalità non giudicante. La nostra percezione delle cose può essere alterata semplicemente dalla prospettiva con la quale scegliamo di osservarle. Osservando una cosa come se fosse la prima volta che lo facciamo, possiamo creare interamente nuove idee e nuove associazioni, non circoscritte da confini imposti dalle nostre modalità abituali di percezione del mondo. In questo senso, la creatività è precipuamente un metodo di osservazione, implementabile attraverso l’utilizzo di tutti i sensi di cui disponiamo.

Secondo Lei, la creatività ha radici più nella genetica o nell’ambiente? In altre parole, possiamo imparare a essere creativi o no?

Sicuramente ci sono persone caratterizzate da una maggiore dominanza dell’emisfero destro, altre di quello sinistro. Allo stesso tempo sono convinta che la creatività sia in larga parte influenzata dall’ambiente. La nostra cultura generalmente non ci incoraggia a usare l’emisfero destro. Il mondo è infatti orientato e organizzato per gestire dettagli, è emisfero sinistro dipendente e noi, giorno per giorno, perdiamo la capacità di guardare alle cose con sguardo nuovo. Se invece osserviamo neonati e bambini, scopriamo che ogni cosa è per loro nuova: i bambini non hanno etichette per ogni cosa, ma sono dei veri e propri sperimentatori, girarano e rigirano gli oggetti per osservarli da diverse angolature, li toccano, li annusano, li fanno suonare, li muovono in continuo. A un certo punto, però, viene loro insegnato: “questa è una penna e serve per scrivere”, “questa è una palla e la si fa rimbalzare”. Così nel tempo vengono diasabituati a sperimentare le cose (tranne quelle che ancora non fanno parte dell’umana conoscenza, si intende). Si perde così la capacità di interrogare le cose e il mondo, per ogni cosa viene fissato uno scopo e tutto risulta fissato rigidamente. Ma se nel nostro percorso conoscitivo veniamo incoraggiati a continuare il processo di sperimentazione del mondo – quel guardare le cose da diversi punti di vista di cui si parlava poc’anzi – possiamo riuscire a riequilibrare l’imposizione culturale dell’etichetta, della categorizzazione, dell’organizzazione. Proprio in questo senso è possibile imparare a essere creativi, utilizzando tutti i nostri “muscoli” percettivi – per così dire – addestrandoci al di fuori delle modalità abituali di percezione del mondo. E dunque, come possiamo “riqualificarci”? Sintonizzandoci costantemente con il mondo che ci circonda, dimenticandoci nomi ed etichette, raccogliendo impressioni, mettendo le nostre “collezioni” di oggetti in nuovi contesti, forzandoci in certo modo a guardare alle cose da differenti angolature, implementando il più possibile l’immaginazione.

Mi sembra forte il richiamo alla fenomenologia husserliana della “sospensione del giudizio” (epoké), a Merleau-Ponty, alla ricerca in prima persona…

In effetti ho studiato fenomenologia, in particolare Husserl e Merleau-Ponty… Sono stata introdotta alla fenomenologia da un libro di David Abram, “The Spell of the Sensuous”, che parla di “pianeta animato” ecc. Devo dire che molta della mia ricerca attuale ha origine dai miei interessi fenomenologici. Ma mi rifaccio anche al movimento situazionista, a Guy Debord, a Gaston Bachelard, Georges Perec, Raymond Queneau, alla psicogeografia e al movimento Fluxus. Ma ho anche letto con interesse tutti i lavori di Oliver Sacks…

Nel processo creativo che ruolo hanno l’incertezza, l’errore, il caos, il “rumore”?

La sperimentazione richiede di entrare completamente nel processo del “non conosciuto”, di cui non si è in grado di controllare il risultato (aspirazione costante del nostro emisfero sinistro). Ma indipendentemente da quanto noi vogliamo non controllare il risultato, non è facile non ricadere nelle nostre abitudini di aspettative, etichettamento, categorizzazione. Così, sperimentando l’errore, il caos ecc. veniamo forzati a uscire dalle nostre abituali percezioni, aprendoci ancora una volta a nuove associazioni. Questo è il motivo per cui in ogni tentativo creativo diventa imperativo incorporare qualche tipo di sospensione temporale o di caduta nell’errore. Questo è il punto in cui annulliamo il nostro pensare razionale e accettiamo idee e connessioni provenienti da altri “luoghi”, spesso da contesti originariamente non considerati. Le nuove idee provengono anche da connessioni di due o più concetti apparentemente divergenti o irrilevanti, che mai sono stati messi in relazione prima d’ora. Mi piace l’immagine di concetti spontaneamente in collisione l’uno con l’altro. Il Velcro è stato inventato quando un ingegnere svizzero, George de Mestral, andando a caccia con il proprio cane, tornò a casa coperto di trucioli.

La creatività può essere misurata, in particolare nell’ambito professionale?

Penso che la creatività potrebbe essere misurata in un contesto professionale, ma la mia prima reazione sarebbe: “a che pro”? C’è un vantaggio a determinare quanta creatività esiste? Se determinassimo che la creatività è quantitativamente bassa, che cosa dovrebbe succedere? Quanta creatività è “abbastanza”? La questione più importante dovrebbe essere: come facciamo a implementare quotidianamente la creatività?

A suo giudizio, la creatività dipende esclusivamente dai processi cerebrali o da altri fattori?

Penso che c’è una componente significativa di mistero e di esperienza personale da aggiungere ai processi cerebrali…

La creatività potrebbe (o dovrebbe) avere un ruolo nel tentativo di risoluzione dell’attuale crisi economica mondiale? Quali consigli si sente di dare ai decisori planetari?

Buckminster Fuller ha detto: “Sono convinto che la creatività è un a-priori dell’integrità dell’universo, la vita rigenerativa, la conformità senza significato”. I problemi della nostra società sono filosofici, non economici. Il problema dovrebbe essere affrontato in termini filosofici, non economici, per aspettarci risultati di lungo periodo. Affrontando il problema in termini puramente economici possiamo ottenere soltanto risultati di breve periodo. L’attuale crisi economica rappresenta un ciclo che si ripete e la storia ce lo dimostra. Allo stesso modo di come avviene in ambito speimentale, se continuiamo a fare le stesse cose, otterremo sempre gli stessi risultati. Se persevereremo con l’attuale sistema capitalistico, dovremo inventarci modelli radicalmente nuovi per ottenere risultati diversi. L’attuale crisi energetica è stata prevista molti anni fa dagli scienziati e non dovrebbe sorprendere nessuno… I produttori di automobili hanno avuto anni per trovare nuove soluzioni rispondenti agli attuali bisogni, ma non l’hanno fatto per ragioni di avarizia e profitto. Oggi stanno pagando per quelle scelte. I nuovi modelli dovranno basarsi sulla sostenibilità e sul maggior bene possibile per il pianeta e la società estesa. Ma come possiamo sviluppare questi nuovi modelli? Credo che dobbiamo mettere all’opera l’immaginazione. Stephen Duncombe, nel suo libro “Dream: Re-Imagining Progressive Politics in an Age of Fantasy”, dice che è dell’artista il ruolo di re-immaginare e sognare ciò che il mondo può essere, nonostante noi non lo riteniamo possibile. Specialmente se pensiamo che ciò non è possibile. E’ così che avviene il cambiamento, spingendo noi stessi al di là dei confini della realtà. Così possiamo iniziare con un brainstorming, lasciando scorrere la nostra immaginazione, astenendoci dal giudicare le idee che vengono alla luce. Questo ci aiuterà ad avviarci verso nuove direzioni. Penso che questo è ciò che Einstein intendeva quando ha detto: “L’immaginazione è più importante della conoscenza”. Ciò ci consente di muoverci oltre le nostre usate parole, verso territori inesplorati, questo è ciò per cui i suoi “thought experiments” erano finalizzati. Immaginatevi un mondo al di là del “conosicuto”… Possiamo anche sviluppare nuovi modelli combinando idee attuali in modi innovativi, come il microcredito per piccole imprese in paesi in via di sviluppo, che consentono una distribuzione del benessere nel mondo, adottando generalmente un appoccio olistico a ogni cosa che facciamo. Per concludere con Fuller: “Il nuovo modo di vivere ha bisogno di ispirarsi alla realizzazione che i nuovi vantaggi sono stati acquisiti attraverso grandi brancolamenti al buio dell’ignoto, da sconosciuti esploratori intellettuali”.

Perché invita la gente a comprare un suo libro per poi distruggerlo?

L’atto della distruzione è di per sé un atto creativo. E’ un prcesso che comprende il riarrangiamento dei materiali in una nuova configurazione, consentendo a nuovi processi di emergere. A livello basilare, la distruzione può essere intesa come traformazione dell’oggetto. A un livello più alto, la distruzione è un esperimento finalizzato a “vedere cosa accadrà”. Cosa accadrà se io rovescio del caffè su questa pagina? Che forma prenderà al macchia? Cosa accade quando incorporiamo l’indeterminatezza, consentendo l’impatto di forze esterne (errore, gravità, tempo, velocità, altri esseri umani)? Cosa accade quando peridamo definitivamente il controllo? Da artista, queste sono le domande alle quali mi sono aperta con “Wreck this Journal”. Approcciando un oggetto quotidiano in un modo diverso da quello che ci hanno insegnato, apriamo noi stessi a una nuova esperienza dell’oggetto, ancora una volta consentendo a una nuova idea di venire all’emergenza. Questo ci aiuta nondimeno a superare le nostre paure iniziali e i nostri giudizi sul buono o cattivo risultato (i giudizi di buono o cattivo intralciano il processo creativo o lo fermano interamente). Dunque, questo libro è uno spazio per le idee e per processi in via di esistenza scevri da giudizi di sorta. Loro soltanto “sono”.

Ha dichiarato di essersi ispirata in più occasioni ad autori e filosofi italiani. Quali sono gli spunti di questi autori che ha fatto propri?

Sono interessata a quello che Umberto Eco ha chiamato “open work”, lavori artistici che chiamano a completare o realizzare l’opera performer, lettori, osservatori, ascoltatori. Mi piace l’idea di creare un lavoro in cui il lettore diventa partecipe dell’esperienza (in opposizione alla testimonianza passiva). Ciò che mi affascina di più di questo modo di procedere è che possono esservi migliaia di possibili soluzioni al problema, cioè il “libro” ha numerose diverse “vite” o permutazioni e cambierà in funzione della percezione dei suoi fruitori. Per tanti anni sono stata influenzata dal lavoro del designer italiano Bruno Munari, interessato a implementare l’immaginazione nella vita quotidiana attraverso i sensi. E’ qualcosa che sto cercando di fare con i miei libri. Mi piacerebbe che la gente avesse esperienza diretta del mondo esterno, quale opposizione al nascondimento che avviene alla visione di schermi. Come dobbiamo prenderci cura del pianeta e della natura, se nemmeno li notiamo? Sono anche profondamente influenzata dai lavori di Italo Calvino, che combina due approcci, implementare l’immaginazione e consentire al lettore di farsi la propria esperienza del “lavoro”. Oltre a questi, vi è il lavoro di Guido Quarzo, uno scrittore per bambini che nel libro “Tales of stone and more” ha usato immagini di artisti italiani contemporanei per racocntare le sue storie di fantasia.

Creatività e cervello: Semir Zeki, docente all’University College di Londra (UCL) e direttore dell’Istituto di Neuroestetica dell’omonima città britannica, studia le “basi neurali” della fruizione e della produzione artistica, supportando le proprie ipotesi con evidenze di risonanza magnetica funzionale (fMRI). Che cosa pensa dell’approccio neuroscientifico all’arte e alla creatività umana in generale?

Qualsiasi indagine o studio in quest’area non può che aiutarci nella comprensione dei processi cerebrali e beneficiare la società umana tutta. Ma ci aiuterà a diventare più creativi di quello che siamo? Penso che ciò dipenderà dalla strada esplorativa che si sceglie per “esplorare” l’individuo.

In una parola: spiritualità o neuroni? Mente o cervello? Quale sceglie come “fattore creativo” princiale?

La mia ipotesi è che la creatività debba intendersi come una combinazione di tutti questi fattori. A livello personale mi piace pensare al “mistero del come”. J. Robert Oppenheimer ha detto: “La vita è sempre al confine con il mistero, al confine con l’ignoto”.

L’intervista è stata realizzata da Marco Mozzoni il 5/12/2008.

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Marco Mozzoni
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