Cervelli e neuro-sessismo, BrainFactor intervista Raffaella Rumiati

Raffaella RumiatiUno spettro s’aggira per l’Europa – lo spettro del… “neuro-sessismo”. Sono tanto diversi i cervelli dei maschi rispetto a quelli delle femmine? Quanto “pesano” geni e ambiente nella differenziazione dei sessi, nell’identità di genere, nell’orientamento sessuale? L’omosessualità è una condizione naturale o una libera scelta? Ne parliamo con Raffaella Rumiati, docente di psicobiologia alla Sissa di Trieste, autore del libro “Donne e uomini” (Il Mulino 2010).

Raffaella Rumiati è professore associato di psicobiologia presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati in Trieste (Italia). Studia il rapporto tra mente e cervello, nei pazienti cerebrolesi e in individui sani servendosi di tecniche di neuroimmagine. Ha pubblicato 65 lavori scientifici su riviste internazionali, una decina di articoli divulgativi e un libro (Donne e uomini, Il Mulino 2010). Nel 2003 ha ricevuto il Bessel Prize (von Humboldt Stiftung) e nel 2006 il Women in Cognitive Science Mentorship Award per il suo sostegno alla carriera di giovani ricercatrici. Presiede il comitato scientifico del centro di neuroimmagine del FVG. E’ nel board editoriale di Brain and Cognition e di Cognitive Neuropsychology e fa parte di diverse società scientifiche. Svolge attività di valutatore per diverse riviste internazionali di settore e per agenzie nazionali e internazionali che finanziano la ricerca.

Ascolta l’intervista audio registrata a Milano il 16/9/2010:

Convinta che troppo spesso “la scienza venga utilizzata a sproposito, in particolare su questi temi”,  Raffaella Rumiati ha condotto una “analisi critica” della letteratura in materia, dalla quale ha preso vita il suo nuovo libro, dedicato alle differenze fra i sessi.

Dopo aver chiarito che il termine “sesso” rimanda principalmente a differenze di origine biologica mentre “genere” a differenze che originano da esperienza e cultura, ci spiega che “la componente genetica è fondamentale soprattuto all’inizio del processo di differenziazione sessuale, mentre il contributo dell’ambiente ormonale, altrettanto importante, è necessario per portare a termine il lavoro”.

Anche se i costrutti di identità sessuale, di identità di genere, di orientamento sessuale non sono misurabili in modo sofisticato come altri aspetti del comportamento, “la loro distinzione resta ragionevole e opportuna, perché possono verificarsi all’interno dello stesso individuo delle dissonanze fra questi e fra questi e il sesso”.

In particolare, per quanto riguarda l’orientamento sessuale, sottolinea che, “pur essendo evidente che la maggior parte delle donne si orientano sessualmente verso i maschi e viceversa, le percentuali non sono ancora chiare, inoltre una persona può essere omosessuale in diverse fasi della vita, nelle fantasie ma non nei fatti e via dicendo e gli studi a oggi non danno una prova inequivocabile che l’orientamento sessuale è di origine genetica, così come non ci sono ancora studi in grado di fornire una spiegazione scientifica della causa dell’omosessualità”…

“Le differenza di volume fra cervello maschile e cervello femminile a vantaggio dei primi – prosegue Rumiati – è stata in passato usata contro le donne per sostenere l’esistenza di una differenza di intelligenza: va però tenuto presente che la differenza di volume è ascrivibile alla differente struttura corporea dei maschi rispetto alle femmine, ma non corrisponde a differenze funzionali fra i due sessi”. Anche le ricerche più recenti, che mettono in luce differenze strutturali nel corpo calloso, darebbero “risultati contraddittori”.

“A livello cognitivo poi le differenze, pur presenti, sono minime”. Se differenze significative sino a  qualche tempo si osservavano nel contesto della matematica, con peggiori prestazioni delle donne rispetto a quelle degli uomini, “una differenza di origine biologica è improbabile, visto che negli ultimi 50 anni il divario matematico fra i sessi si è ridotto notevolmente: è probabile invece vi sia stato in passato un allontanamento di fatto – volontario o meno – delle donne dalle discipline scientifiche che le ha portate a essere meno profittevoli rispetto ai maschi”.

Prove di una differenza cognitiva fra i sessi emergerebbero invece dal compito cosiddetto della “rotazione mentale”, consistente nell’immaginare la rotazione di un oggetto nello spazio, che insieme alle abilità di problem solving sembra essere alla base di abilità più complesse, necessarie allo sviluppo del talento scientifico.

Per quanto riguarda il contesto specifico della ricerca scientifica, le donne avrebbero avuto inoltre “opportunità limitate di apprendimento, che le facevano apparire meno predisposte rispetto ai maschi per materie quali la matematica e la fisica, portando a una diversificazione sclerotizzata dei successivi percorsi di carriera”.

Al propostio, citando Cordelia Fine, Rumiati ricorda che “gli stessi concetti prodotti dalla comunità scientifica vengono spesso usati per mantere lo status quo, che vede le donne in posizione subalterna”. Sarebbe proprio questo il “neuro-sessismo” denunciato dalla Fine, ancora oggi molto diffuso e dal quale dobbiamo stare in guardia come dall’uso strumentale della ricerca neuroscientifica in generale, portato ai riflettori lo scorso anno da Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà in un pamphlet che ha acceso un dibattito nella comunità scientifica, richiamando l’attenzione non solo degli addetti ai lavori (vedere intervista di BrainFactor a Carlo Umiltà del 1/4/2009 “Cervello e neuro-manie“).

Infine, conclude Rumiati, le donne sconterebbero tuttora una vera e propria “segregazione sessuale” in diversi ambiti professionali, non ultimi la magistratura, la politica, l’accademia, non raggiungendo ancora presenze nuermiche equivalenti ai colleghi maschi in discipline quali la fisica, l’ingengeria e… la matematica.

Una curiosità… L’aggressività, solitamente ritenuta una caratteristica maschile, non è certo assente nel gentil sesso, da sempre considerato spiccatamente “empatico”: studi dimostrano infatti che, in particolari condizioni, la donna mostrerebbe gli stessi livelli di aggressività dell’uomo. “La differente espressione della violenza è probabilmente dovuta più a fattori culturali che biologici”, conclude Rumiati.

Intervista realizzata a Milano il 16/9/2010 da Marco Mozzoni © BrainFactor – Cervello e Neuroscienze. Tutti i diritti riservati

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Marco Mozzoni
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