Arrivano i neurohacker, gli hacker del cervello

Arrivano i neurohacker, gli hacker del cervello.Man mano che le protesi neurali verranno sempre più implementate con tecnologia wireless, il rischio di “brain hacking” sarà sempre più elevato, proprio come accade oggi nel mondo dell’informatica e di internet. Lo stanno sostenendo da qualche tempo diversi scienziati, come ci ricorda Hadley Leggett in un bell’articolo pubblicato su Wired Science (Leggett H, The Next Hacking Frontier: Your Brain?, WS, July 2009).

Negli anni passati i ricercatori hanno sviluppato tecnologie che rendono possibile a persone con varie disabilità di interfacciarsi con computer e ausili di movimento senza muovere un dito, a partire da comandi trasmessi col solo pensiero ad esempio. Queste neuroprotesi stanno evolvendo, utilizzando sempre più sistemi di comunicazione senza fili, wireless per l’appunto. E, come si è già abbondantemente verificato nel comparto informatico tradizionale, gli hacker – i “neurohacker” per la precisione – iniziano a fare paura.

“Dobbiamo preoccuparci da subito della sicurezza delle protesi neurali, per non ritrovarci fra dieci anni a dire: abbiamo commesso un grosso errore”, sostiene Tadayoshi Kohno, esperto in sicurezza dell’università di Washington, che ha appena pubblicato uno studio sulla “neurosicurezza” sulla rivista Neurosurgical Focus (Denning T et al., Neurosecurity: Security and Privacy for Neural Devices, Neuros Foc, July 2009).

“Che cosa succederebbe se gli hacker orientassero i loro interessi ai dispositivi neurali quali quelli per la stimolazione profonda del cervello, utilizzati attualmente per trattare il Parkinson e la depressione, o ai sistemi elettronici di controllo degli arti artificiali?” si chiede Hadley Leggett, autore dell’articolo.

La futura generazione di questi dispositivi includerà di default  sistemi wireless di controllo per consentire ai clinici che seguono il paziente di regolare da remoto i parametri di sistema. Per questa ragione è necessario sviluppare al più presto applicativi di sicurezza basati su una adeguata crittografia dei dati per fermare sul nascere possibili attacchi da parte degli hacker.

Pure speculazioni di futurologi? Smbrerebbe di no, perché “già nel novembre 2007 e nel marzo 2008 si sono verificati casi di attacco a siti web di supporto a persone sofferenti di epilessia da parte di “programmatori malefici” che hanno inserito nelle pagine animazioni lampeggianti che hanno causato crisi in numerosi pazienti fotosensibili”, come spiega Tamara Denning, collaboratore del Professor Kohno.

“Sono chiare dimostrazioni della possibilità che persone malvage tenteranno sicuramente anche in futuro di compromettere la salute di persone malate attraverso i computer, specialemnte se i dispositivi neurali diventeranno strumenti ad alta diffusione”, sottolinea la Denning.

Saranno anche possibili – come ipotizza Leggett –  fenomeni di “neurodoping”, ossia della manomissione dei dispositivi da parte degli stessi pazienti, soprattutto nel caso di chip di stimolazione profonda dei sistemi di ricompensa del cervello, proprio come oggi succede con l’abuso di droghe e farmaci.

“Quando mi sono avvicinato agli studi di Tadayoshi Kohno ero abbastanza scettico sull’argomento, poi i risultati delle sue richerche mi hanno fatto capire l’importanza di una stretta collaborazione fra neuroingegneri e sviluppatori della sicurezza”, confessa Kevin Otto, bioingegnere che si dedica allo studio di interfacce uomo – macchina alla Purdue Universty.

Magari è una preoccupazione prematura… Ma non dite che non ve l’avevamo detto.

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Marco Mozzoni
Direttore Responsabile

1 Comment on "Arrivano i neurohacker, gli hacker del cervello"

  1. warrighetti | 22/08/2011 at 9:34 | Rispondi

    prospettiva inquietante

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