Antidepressivi, ricadute in vista?

Antidepressivi, ricadute in vista?I pazienti trattati con antidepressivi avrebbero maggiori probabilità di ricadere nella depressione, una volta terminata l’assunzione, rispetto a chi non prende farmaci. E’ quanto sostengono i ricercatori della McMaster University di Hamilton (Canada) e della Virginia Commonwealth University di Richmond (USA), che hanno pubblicato su Frontiers in Psychology uno studio destinato a far discutere.

La meta-analisi condotta dai ricercatori nordamericani su una serie di studi pubblicati negli anni mostra che le persone depresse trattate con antidepressivi, una volta terminata l’assunzione del farmaco, avrebbero un rischio di ricaduta pari o superiore al 42%, mentre quelle non trattate farmacologicamente (placebo) avrebbero un rischio di ricaduta del solo 25 per cento.

“Gli antidepressivi interferiscono con la naturale autoregolazione della serotonina e di altri neurotrasmettitori da parte del cervello, il quale, una volta terminata l’assunzione del farmaco, ipercorreggerebbe il sistema, predisponendo a una nuova depressione; è un po’ come mettere un peso su una molla: il cervello, come la molla, oppone una forza al farmaco, e quando questo viene tolto il meccanismo cerebrale di regolazione, proprio come la molla compressa, si allunga oltrepassando il punto di equilibrio, prima di ritornarvi”, cerca di spiegare in una nota Paul W. Andrews, lo psicologo evoluzionista della McMaster che ha coordinato lo studio.

Per Andrews alcune forme di depressione possono essere viste infatti come “uno stato naturale e benefico, seppur doloroso, in cui il cervello è al lavoro per fare fronte naturalmente allo stress: in effetti si dibatte molto se considerare la depressione un vero disturbo, come credono buona parte dei clinici e la maggior parte dell’establishment psichiatrico, o un adattamento evolutivo che fa qualcosa di utile”…

Gli studi analizzati – dicono i ricercatori nordamericani – mostrano che “ben il 40% dell’intera popolazione può incontrare sulla sua strada, almeno una volta nella vita, la depressione: molti episodi depressivi sono legati a eventi traumatici quali la morte di un proprio caro, la fine di una relazione importante o la perdita del lavoro; e in questi casi il cervello può ridurre le altre funzioni, quali l’appetito, il desiderio sessuale, il sonno e la socievolezza, per canalizzare i propri sforzi nel fare fronte all’evento traumatico, proprio come il corpo usa la febbre per combattere l’infezione”. Per alcuni ricercatori evoluzionisti, sarebbero gli stessi attuali criteri diagnostici per la depressione maggiore a non consentire di distinguere accuratamente fra il disturbo vero e proprio e la normale risposta adattiva allo stress.

A livello neurobiologico, è noto che nella depressione maggiore risultano ampiamente “sregolati” neurotrasmettitori normalmente sotto il controllo omeostatico quali la serotonina, la noradrenalina e la dopamina (c.d. monoamine). Secondo Andrews e colleghi, “in molte persone diagnosticate e trattate farmacologicamente per depressione maggiore i meccanismi omeostatici sarebbero in realtà integri e l’assunzione prolungata di un antidepressivo potrebbe portare allo sviluppo di una tolleranza oppositiva, cioè a una risposta dell’organismo al farmaco quale agente perturbatore che si tradurrebbe, una volta smessa l’assunzione, in un overshoot dei livelli di equilibrio delle monoamine, predisponendo così la persona a una reinsorgenza dei sintomi depressivi proporzionale all’effetto perturbativo del farmaco stesso”.

Reference:

Andrews PW, Kornstein SG, Halberstadt LJ, Gardner CO and Neale MC (2011) Blue again: perturbational effects of antidepressants suggest monoaminergic homeostasis in major depression. Front. Psychology 2:159. doi: 10.3389/fpsyg.2011.00159

 

3 Comments on "Antidepressivi, ricadute in vista?"

  1. Sembra un cane che si morde la coda. Credo che il vero fulcro del discorso sia la possibilità di riconoscere oggi in alcuni casi diagnosticati come depressione maggiore un equilibrio delle monoamine che sarebbe proprio il farmaco a “perturbare”. Più un errore di diagnosi / terapia allora che una necessità di riscrivere i manuali. Bisognerebbe controllare le statistiche e i metodi usati nella meta-analisi: se i dati sulle ricadute sono attendibili, c’è in ogni caso molto da riflettere.

  2. Dubito fortemente che la depressione possa essere utile ad una persona a far fronte ad un evento dato che toglie tutte le energie che al contrario sono preziose per far fronte alla situazione che l’ha scatenata…

  3. Aggiungo con molto ritardo anche la mia voce, specialmente riguardo al commento di Matrix. La mia esperienza particolarmente dolorosa e lunga come depresso cronico mi spingerebbe ad essere d’accordo. Eppure ho potuto constatare da me, che tutto quello che riguarda la psyche, anche una brutta depressione, sono una risposta naturale al nostro ambiente interno ed esterno, a comportamenti mentali, magari inconsapevoli, in cui si diventa specializzati. La depressione NON accade mai: noi la costruiamo giorno per giorno. E noi, opportunamente instradati, possiamo smontarla. Auguro Salute & Felicità

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