Anche la solidarietà è questione di testa…

Anche la solidarietà è questione di testa...Sembra che siamo disposti ad aiutare una persona in difficoltà, sobbarcandoci anche parte del suo dolore, se questa suscita in noi una “buona impressione”… I meccanismi nervosi che sostengono l’altruismo sono stati descritti da Grith Hein e colleghi dell’Università di Zurigo in un lavoro pubblicato sull’ultimo numero di Neuron.

L’empatia, la capacità di immedesimarsi nell’altro, ha un lato altruistico che ci spinge ad agire per migliorare la condizione di una persona in difficoltà.

Recenti studi di risonanza magnetica funzionale (fMRI) hanno mostrato che l’empatia è mediata da una regione del cervello che comprende l’insula anteriore (AI), area critica nella percezione del dolore (vedi articolo BrainFactor del 16/4/2010 “Anche i topi provano empatia?“). Il nucleo accumbens (NAcc), al contrario, rappresenterebbe la parte “diabolica” del cervello, che si attiva quando una persona prova un senso di vendetta nei confronti di un’altra.

Cosa accade in queste aree del cervello quando offriamo o neghiamo aiuto al prossimo?

I ricercatori svizzeri hanno condotto lo studio su due gruppi naturali, costituiti dai tifosi di due squadre di calcio rivali, sottoponendoli a risonanza magnetica funzionale per osservare le risposte del cervello in caso di aiuto offerto mediante assunzione di parte della sofferenza su di sé.

Prima di entrare nello scanner fMRI, i soggetti hanno partecipato a un gioco a quiz su temi sportivi (finalizzato ad aumentare le rivalità) e compilato due questionari, uno per valutare il senso di appartenenza al prorpio gruppo (Sport Spectator Identification Scale, SSIS), l’altro per valutare l’impressione provata rispettivamente nei confronti dei compagni e dei rivali (Impression Scale, IS).

Nella prima sessione dell’esperimento, è stata monitorata l’attività del cervello di un tifoso sottoposto a un dolore diretto (lieve scossa sul palmo della mano) o indiretto, cioè mentre osservava l’applicazione della scossa a un membro del proprio gruppo o del gruppo rivale.

Ai partecipanti è stato poi chiesto di decidere se farsi carico di parte del dolore provato dell’altra persona (scossa di intensità dimezzata) oppure se restare semplicemente a osservare.

La comparazione tra le immagini della fMRI e il giudizio sull’altro hanno suggerito a Hein e colleghi che la “prima impressione” è decisiva nel contesto dell’altruismo.

Una “buona impressione” suscitata da chi ci sta di fronte (in questo caso i compagni di tifoseria) fa attivare la AI, che rende propensi a offrire aiuto. Se l’altro invece “non ci piace” (in questo caso i tifosi della squadra rivale), l’attività della AI dell’emisfero sinistro diminuisce mentre aumenta l’attività della NAcc dell’emisfero destro, con il risultato che non si agisce in modo altruistico. Questa area del cervello riceve afferenze dalle vie della dopamina, che di fronte ad una richiesta d’aiuto sembra indurci a chiederci “che cosa ci guadagno a fare questo?” o addirittura a provare gioia di fronte al dolore altrui.

Dai fatti di cronaca di questi ultimi giorni non è difficile intuire quale parte del “cervello sociale” venga attivata con maggiore frequenza…

Reference:

Grit Hein et al., Neural Responses to Ingroup and Outgroup Members’ Suffering Predict Individual Differences in Costly Helping, Neuron 2010; 68: 149–160

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