Psicoterapia cognitiva neuropsicologica: il manuale

Psicoterapia cognitiva neuropsicologica: il manuale.“Qual è l’oggetto di studio della psicologia postmoderna? Non l’uomo cartesiano del primo cognitivismo, astratto dalla carne secondo un modello mentalistico, né l’uomo kantiano e autoreferenziale di certe derive costruttivistiche… E’ invece l’uomo i cui processi mentali sono tutt’uno con il suo corpo, la sua storia, la sua progettualità”. Così si presenta il manuale di Psicoterapia cognitiva neuropsicologica di Davide Liccione (Bollati Boringhieri, 2011).

E’ un volume atteso da tempo, perché il suo Autore, oltre che professore di psicoterapia cognitiva all’Università di Pavia, è il fondatore e direttore della Scuola Lombarda di Psicoterapia (Slop), una scuola che, fra le prime in Europa, ha avuto l’ambizione di proporre un indirizzo di specializzazione in “psicoterapia cognitiva neuropsicologica” e, più in generale, un “modello cognitivo neuropsicologico (PCN)” dell’umano. Il linguaggio delle neuroscienze e quello della psicologia – spiega l’Autore nell’introduzione – non sono due linguaggi impenetrabili, anzi, “poiché il campo delle scienze è per sua natura plurale, le scienze umane possono dialogare con le scienze biologiche e in specifico con le scienze del sistema nervoso”.

E la neuropsicologia si rivela “scienza fondamentale che può mediare tra le neuroscienze che si occupano del ‘corpo’ e la psicologia che si occupa della ‘carne’… E’ infatti proprio grazie alla neuropsicologia che si possono trovare punti di convergenza teorica e sperimentale tra le scienze umane e quelle biologiche, e tutto questo a favore di visioni sempre più articolate dell’essere umano, della psicopatologia e delle strategie di intervento psicoterapeutico”.

Il quadro esplicativo di riferimento è quello “ermeneutico – fenomenologico”, la fenomenologia essendo dall’Autore intesa come “scienza dell’esperienza, disciplina che ci consente di studiare l’esperienza in prima persona” e l’ermeneutica come “disciplina che ci consente di studiare l’autobiografia, la storia che è mia, il personaggio che io sono nel racconto di me”. Nel corso del testo i contributi dell’ermeneutica sono infatti molteplici, perché è l’ermeneutica a “contestualizzare secondo storia e cultura la visione incarnata dell’uomo fenomenologico e a rendere conto dell’identità personale nei termini di un’identità narrativa” ed è sempre l’ermeneutica a “offrirci un metodo per l’indagine della storia di vita del paziente, con specifico riferimento alla comprensione dei modi delle alterazioni identitarie e alle loro ricomposizioni ai fini della trasformazione del Sé”.

In effetti, “l’uomo che agisce e patisce è sempre un uomo situato in uno specifico contesto storico e culturale”. In tale contesto, è “il linguaggio il dispositivo culturale che consente la riconfigurazione narrativa”. E il tempo diventa umano “nel momento in cui la persona è in grado di sviluppare un racconto di Sé”. Perché “solo al livello del racconto di Sé può emergere l’identità narrativa: un unico personaggio che si riconosce nella molteplicità delle esperienze, lungo il corso di una intera esistenza… Ecco l’uomo della fenomenologia – ermeneutica, uomo contemporaneamente incarnato (embodied) e storicamente situato (embedded)”.

Nel volume vengono messi in luce nei primi capitoli lo sfondo filosofico e teorico che sottendono il “razionale dell’approccio cognitivo – neuropsicologico”, con riferimenti espliciti alla fenomenologia heideggeriana e post-heideggeriana. Il cognitivismo, secondo l’Autore, si caratterizza sin dai suoi esordi per due feconde caratteristiche di base: l’interdisciplinarietà e il rigore scientifico. Quanto è sempre mancato alla tradizione cognitivista è invece una seria considerazione del suo oggetto di studio, ossia una previa formulazione ontologica circa l’essere umano e i suoi modi di essere. Infatti, sia il cognitivismo standard sia le successive elaborazioni cognitivo-costruttiviste adottano una visione razionalista dell’essere umano, finendo per inquadrarlo come fosse “una cosa tra le cose”, una macchina o un processo fondamentalmente algoritmici. Si tratta di una visione dell’essere umano che deriva dalla tradizione filosofica cartesiano-kantiana, e che non tiene conto di oltre cent’anni di sviluppi filosofici ascrivibili alla filosofia continentale. Ad esempio, il terapeuta costruttivista “crede” di lavorare con le emozioni del paziente per il semplice fatto che se ne parli in seduta, mentre invece si limita a focalizzarle secondo schemi riflessivi (l’emozione come oggetto di una riflessione).

Un ulteriore superamento del cognitivismo costruttivista si evince dalla distinzione, di matrice ermeneutico-fenomenologica, tra l’ipseità (l’essere sempre mio dell’esperienza) e la persona, essendo la prima la nostra matrice esistenziale originaria (dove l’esperienza è già carica di senso), e la seconda la continua riconfigurazione di quella stessa esperienza (che è sempre in costruzione e che esiste nei limiti dell’ipseità). Viene così superato il primo post-razionalismo di Vittorio Guidano che articolando il Sé secondo le coordinate kantiane dell’Io e del Me, finisce per svuotare di senso l’esperienza, essendo quest’ultima “muta” in assenza del Me che la coglie come oggetto della propria riflessione. Nel testo compaiono frequenti riferimenti a tutti quegli approcci che nel caratterizzare l’attuale e innovativo panorama psicoterapeutico e neuroscientifico internazionale ne condividono lo sfondo ermeneutico-fenomenologico, quali il secondo post-razionalismo dell’italiano Giampiero Arciero, le recenti elaborazioni di Vittorio Gallese (neuroni specchio e oltre), Vasudevy Reddy, Hubert Dreyfuss, Shaun Gallagher, Dan Zahavi e altri.

Nella parte “clinica” del volume vengono trattate le “patologie storiche da alterazione dell’identità personale” e le “patologie non storiche”, sempre secondo una chiave interpretativa di “dualismo semantico” e non di “dualismo ontologico”, e una ampia descrizione delle procedure psicoterapeutiche alla luce del nuovo modello proposto, calate in un “continuum neuropsicopatologico ai cui estremi troviamo delle ‘cause’ eziopatogenetiche da spiegarsi prevalentemente con le discipline bio e dei ‘motivi’ eziopatogenetici da comprendersi prevalentemente attraverso le scienze umane”.

Il capitolo sull’identità personale è di sicuro interesse per un clinico che si occupa di psicoterapia, ma non solo, perché “il tema dell’identità personale, lungi dall’essere un problema filosofico, rappresenta il nucleo teorico che la psicologia clinica deve porre alla base del suo procedere scientifico, poiché la maggior parte della psicopatologia è collegata a qualche alterazione dell’identità personale”. Le domande vengono di conseguenza: come è possibile essere sempre gli stessi nonostante siamo sempre diversi? Che cosa ci consente di identificarci con noi stessi? Per rispondere a questi quesiti – chiarisce l’Autore – occorre impostare il problema dell’identità personale “sul doppio binario dell’identità come ‘medesimezza’ (ciò che permane di me) e dell’identità come ‘ipseità’ (la costanza di me)”, cioè è necessario affrontare il discorso sia in “prima (chi?)” che in “terza (che cosa?)” persona. E, come ricorda Ricoeur, “per quanto un corpo permanga simile a se stesso, non è la sua medesimezza che costituisce la sua ipseità, ma la sua appartenenza a qualcuno in grado di designare se stesso come colui che possiede il suo corpo”. La mediazione tra medesimezza e ipseità, secondo l’Autore, si ha proprio nell’ambito dell’identità narrativa, che ci permette di “comporre in un unico – cioè la storia di Sé – le due modalità identitarie: idem e ipse”.

Alla fine, dunque, in ragione della “duplice appartenenza del nostro esser-ci all’ordine fisico e a quello psichico”, stante che “la maggior parte delle manifestazioni neuropsicopatologiche si trova nella via di mezzo”, risulta fondamentale ancora una volta il “proficuo dialogo tra le diverse discipline”. E, naturalmente, “poiché la psicoterapia è la psicoterapia con qualcuno, non esistono procedure psicoterapeutiche completamente manualizzabili ma solo spunti, indicazioni e strategie generali, pur nella considerazione che ogni agire terapeutico sia, in questo o in quel modo, sempre e comunque coerente con la specifica teoria psicoterapeutica adottata”.

Davide Liccione, psicologo psicoterapeuta, è specialista in Psicoterapia cognitiva e direttore della Scuola Lombarda di Psicoterapia Cognitiva (SLOP) di Retorbido (Pavia). È docente di Psicoterapia cognitiva presso l’Università di Pavia. Ha scritto, con Wally Festini, Psicologia degli scacchi. Aspetti cognitivi, immaginativi e affettivi del gioco (1998), e ha curato, con Marco Gilardone, Argomenti e riabilitazione in geriatria (2000). Per Bollati Boringhieri ha curato, con Giorgio Rezzonico, Sogni e psicoterapia. L’uso del materiale onirico in psicoterapia cognitiva (2004) e ha collaborato al terzo volume del Nuovo manuale di psicoterapia cognitiva, a cura di Bruno G. Bara (2006).

Il libro:

Davide Liccione, Psicoterapia cognitiva neuropsicologica, Bollati Boringhieri, 2011

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Marco Mozzoni
Direttore Responsabile

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