Plasticità cerebrale tra scienza e filosofia

Plasticità cerebrale tra scienza e filosofiaL’approccio al cervello della filosofia tradizionale appare
inadeguato rispetto alle recenti scoperte delle neuroscienze. Ci
riferiamo, in particolare, alla portata innovatrice del concetto di
plasticità cerebrale, ossia alla “flessibilità” neuronale
dell’organo che presiede alla nostra intelligenza.

Infatti, un concetto essenzialmente fissista (i neuroni sono gli
stessi per tutta la vita) ha lasciato progressivamente spazio a
un’impostazione dinamica (possono nascere nuovi neuroni perché
esiste una limitata riserva di staminali; nuove sinapsi si creano e
altre si distruggono; ci sono aree della corteccia cerebrale che
possono subire un cambio di destinazione d’uso).

Che il concetto di plasticità cerebrale – oggi in voga nelle
neuroscienze e in biologia – sia trascurato nel campo filosofico
appare già chiaro dal fatto che nei dizionari di filosofia
generalmente non compaia neanche il lemma “plasticità” che, al
contrario, è praticamente sempre presente nei dizionari dedicati
all’arte. Eppure, il concetto necessita di un’attenzione filosofica
specifica.

Visti i limiti del presente lavoro, non sarà però possibile
articolare fino in fondo le nostre argomentazioni. Tuttavia, si farà
una breve disamina di alcuni recenti studi a carattere medico sulla
plasticità cerebrale, tentando di collocarli in una cornice
filosofica più vasta.

Va detto, in via preliminare, che, nella storia del pensiero
occidentale, le certezze riguardo alla “cristallizzazione” di una
serie di aspetti della realtà sono state progressivamente travolte.
Oggi sta avvenendo nel campo delle neuroscienze un fenomeno analogo
a ciò che, durante la rivoluzione scientifica, si verificò nel campo
cosmologico.

Se nel sistema artistotelico-tolemaico esisteva il cielo delle
stelle fisse, con Bruno, Galileo, Keplero e Newton venne concepita
l’esistenza di altri centri di gravità; infine, più recentemente con
la teoria del Big Bang di Gamow, Alpher e Bethe (1948) si è arrivati
a una concezione iperdinamica del cosmo tuttora accettata.

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La medesima tendenza a una rappresentazione della natura in continuo
movimento si sta verificando nelle neuroscienze. Se con l’empirismo
di Locke il cervello è originariamente inteso come un foglio bianco
pronto a registrare nuove esperienze, oggi il cervello può essere
considerato un organo decisamente più mutevole: riconfigura
incessantemente le sue connessioni sinaptiche (in seguito
all’esperienze e anche durante certe fasi oniriche) ed è capace di
“ripensare se stesso”, sfruttando persino aree corticali
inutilizzate che geneticamente si sono sviluppate per altri fini.

Ci riferiamo, in particolare, al fenomeno della plasticità
cross-modale: ad esempio, chi nasce cieco o sordo in qualche modo
potrà sfruttare, almeno in una certa misura, i neuroni di aree
corticali destinati ad altre funzioni. Consideriamo, per l’appunto,
questo cambio di destinazione d’uso delle zone della corteccia: la
natura dell’essere umano è tale per cui, se c’è un deficit
sensoriale (ad esempio visivo), il suo cervello cerca di sopperire a
questa mancanza potenziando gli altri sensi. Questo aspetto vitale,
“creativo”, della natura umana non può che colpire profondamente.

La plasticità corticale – se intesa in senso lato – non tramonta mai
definitivamente, altrimenti il cervello stesso non potrebbe né
memorizzare quello che state leggendo né recepire nuove esperienze.
Se è vero che la nostra corteccia è molto più plastica da bambini,
in realtà un certo grado di “apertura” all’automodificazione
corticale è presente anche negli adulti: possiede straordinarie
caratteristiche dinamiche d’interazione e una capacità di
riconfigurare le sue reti neuronali.

“I sistemi sensoriali non lavorano isolatamente; al contrario –
scrivono su Neuron E. Petrus e colleghi – mostrano interazioni che
si manifestano in modo specifico durante la perdita sensoriale. Per
identificare e caratterizzare queste interazioni, abbiamo indagato
se la deprivazione visiva causasse un incremento funzionale nella
corteccia uditiva primaria”. Ebbene, l’indagine ha avuto esito
positivo: su cavie animali (ma analoghi fenomeni sono stati
osservati nell’uomo) l’udito migliora nei soggetti ciechi, così come
anche il tatto viene potenziato.

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Può avvenire, comunque, anche il fenomeno inverso, ossia che la
vista diventi più acuta a causa della deprivazione dell’udito. È
quello che ha sperimentato un gruppo di ricercatori canadesi:
“Quando il cervello – scrivono S. G. Lomber e colleghi su Nature
Neuroscience
– viene deprivato degli input di una modalità
sensoriale, compensa spesso con una performance superiore alla norma
di uno o più sistemi sensoriali integri. In assenza di input
acustico, è stato ipotizzato che una riorganizzazione cross-modale
della corteccia uditiva dei sordi potesse offrire il substrato
neurale per una funzione visiva compensatrice”.

L’uomo, per sua natura, ama la conoscenza e le sensazioni, come già
scriveva Aristotele nel primo libro della Metafisica. E la
dimensione sensibile è associata anche al movimento. Eraclito e
Hegel avrebbero riconosciuto senza troppe difficoltà che l’organo
che presiede alla nostra intelligenza si trasforma anch’esso
incessantemente, dato che riflette il movimento stesso del mondo.

La coscienza, in qualche modo, unisce però in sé tutta la varietà
delle rappresentazioni: “Le sintesi di contenuto generalissime delle
emergenti datità sensoriali, unificate – scriveva Husserl in
Esperienza e Giudizio – volta a volta nel presente vivente d’una
coscienza, sono quelle della omogeneità e dell’eterogeneità”.
L’uguaglianza e le differenze, infatti, contano molto nella
percezione: un’immagine che contrasti con lo sfondo è immediatamente
visibile, così come lo è una nota musicale che stoni oppure
un’asperità su una superficie piana.

In conclusione, il cervello può essere considerato un organo
dinamico immerso nel vastissimo movimento universale, nella sua
immensa rete di relazioni mutevoli. La corteccia cerebrale stessa è
in continua trasformazione e, pertanto, è alquanto difficile
inquadrarne le funzioni in schemi eccessivamente rigidi. La
plasticità cerebrale è un fenomeno che testimonia quanto la
creatività della natura (o del logos cosmico) possa consentire una
ridefinizione delle funzioni geneticamente programmate.

Glauco Galante

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Bibliografia

  1. A. Kojré, “Dal mondo del pressappoco all’universo della
    precisione”, Einaudi, 2000
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  3. Aristotele, “La Metafisica”, Rusconi Libri, 1993
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  6. Thomas S. Kuhn, “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”,
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  9. Emily Petrus, Amal Isaiah, Adam P. Jones, David Li, Hui Wang,
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    (Vol. 81, Issue 3, pp. 664-673)
  10. Cecere R, Romei V, Bertini C, Làdavas E, “Crossmodal
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    sounds requires functional activation of primary visual areas: A
    case study”, Neuropsychologia, 2014 Feb 14. pii:
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