Neuroetica alla ricerca di una definizione

Una difficile classificazione

Nell’ormai lontano 2002, si tenne a San Francisco un importante convegno, Neuroethics: Mapping The Field, che è oggi considerato una tappa fondamentale della storia della neuroetica. In quella occasione, e con la pubblicazione dell’articolo Neuroethics for the New Millennium di Adina Roskies (Department of Philosophy, Darmouth College), venne infatti tracciata la prima definizione rigorosa di questa giovane e ambiziosa disciplina.

In particolare, da una parte è stata introdotta la categoria dell’etica delle neuroscienze, che indaga l’impatto morale delle applicazioni cliniche e sperimentali in neuromedicina utilizzando criteri e metodi tipici della bioetica; dall’altra le neuroscienze dell’etica, che mettono in discussione e analizzano concetti-chiave della filosofia morale quali l’origine dei valori e il libero arbitrio mediante i dati forniti dalle ultime ricerche sul cervello. Sin dalla sua fondazione, dunque, la neuroetica si configura come ambito interdisciplinare, che permette un dialogo proficuo tra figure molto diverse: scienziati, medici, psicologi, filosofi, divulgatori e pubblico.

La vocazione multi- e interdisciplinare della neuroetica, auspicata già nel 2002, oggi si esprime con tante voci diverse, talvolta dissonanti. È sufficiente sfogliare il recente Springer Handbook of Neuroethics, a cura di Jens Clausen (Institute for Ethics and History of Medicine, Università di Tubinga) e Neil Levy (Florey Institute of Neuroscience and Mental Health, Università di Melbourne), pubblicato lo scorso anno. Esso costituisce il più completo compendio oggi disponibile sulla disciplina e in ben 1800 pagine tratta gli argomenti più disparati: dalle considerazioni sul ruolo delle neuroscienze cognitive in ambito morale fino a quelle su libero arbitrio, identità e responsabilità; dalle implicazioni etiche della realizzazione di interfacce cervello-computer alla neurochirurgia; dal problema dell’enhancement fino al neuromarketing, passando per questioni settoriali quali le feminist neuroethics, la neuroteologia e così via. È chiaro dunque che, quasi quindici anni dopo, una delle questioni principali emerse durante Neuroethics: Mapping the Field è rimasta: la possibilità di individuare un oggetto di studio della neuroetica che metta tutti d’accordo.

Multidisciplinarietà: un punto di forza?

Il ruolo della neuroetica è stato il tema principale della tavola rotonda “Neuroetica, prospettive teoriche e sperimentali” tenuta il 18 aprile, alla Biblioteca di Politeia, presso l’Università degli Studi di Milano, durante la quale è stato presentato il libro Frontiers in Neuroethics: Conceptual and Empyrical Advancements (Cambridge Scholars Publishing, 2016) di Andrea Lavazza (Centro Universitario Internazionale, Arezzo). L’evento è stato anche un’occasione di confronto e dialogo tra esperti appartenenti a settori diversi.

Particolarmente interessante è la posizione di Lavazza sull’oggetto della neuroetica, considerata parte delle scienze cognitive piuttosto che della bioetica, con una ben precisa consapevolezza filosofica e teorico-metodologica. Secondo questa posizione, infatti, la bioetica è caratterizzata da un approccio prevalentemente normativo, mentre lo scopo della neuroetica è conoscitivo: non una riflessione sulla “regola”, dunque, ma sul rapporto tra essa e la “natura”, tra etica e cervello. Partire dalle scienze cognitive aiuta a circoscrivere il problema: non è un caso, infatti, che lo stesso Levy, uno dei curatori dello Handbook pubblicato da Springer, sia un filosofo della mente.

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Secondo Laura Boella (ordinario di Filosofia Morale, Università degli Studi di Milano), mentre gli strumenti della bioetica sono applicati a problemi che appartengono al presente e che spesso si presentano come dilemmi insolubili, la neuroetica ha il vantaggio di proporre una “riflessione preventiva” sulle questioni che in futuro diventeranno oggetto della bioetica: si pensi al neuroenhancement. Non bisogna inoltre dimenticare che, dopo la Decade of The Brain, l’iniziativa promossa durante gli anni Novanta dal Congresso degli Stati Uniti e dai National Institutes for Health, che ha portato al perfezionamento delle tecniche di neuroimaging in ambito clinico, l’interesse si è spostato verso gli individui sani. Oggi si guarda al cervello anche per indagare sull’origine della morale o sul ruolo dell’empatia nei processi interrelazionali, secondo un approccio soprattutto conoscitivo che può convivere insieme a quello normativo.

Alla tavola rotonda è intervenuto anche Corrado Sinigaglia (ordinario di Filosofia della Scienza, Università degli Studi di Milano) che, in linea con Laura Boella, ha espresso il suo punto di vista, secondo cui la molteplicità che caratterizza la neuroetica, considerata un insieme di discipline diverse tra loro che non è possibile inserire nello stesso framework, può essere una forza: la neuroetica “genera problemi”. Sul terreno della neuroetica si incontrano e scontrano conoscenze ed expertise che non avevano mai interagito in precedenza. In questo modo è possibile elaborare nuove teorie e immaginare nuovi esperimenti. La neuroetica ha quindi un grande potenziale creativo. La difficoltà nell’individuare l’oggetto principale della neuroetica è dovuta, secondo Sinigaglia, alla natura stessa della disciplina e non alla sua novità: tale oggetto è in sé plurale e pluralistico. La stessa declinazione originale di neuroetica, divisa tra “etica delle neuroscienze” e “neuroscienze dell’etica” mette sullo stesso piano due ambiti difficilmente sovrapponibili. La questione principale, dunque, non riguarda tanto la definizione della disciplina, ma la possibilità di circoscrivere se un problema appartenga o meno all’ambito della neuroetica.

Neuroetica pragmatica: tra clinica e giurisprudenza

Alberto Priori, professore associato di Neurologia presso l’Università degli Studi di Milano, ha sottolineato il punto di vista del clinico, che deve guardare oltre la questione della catalogazione semantica. Una nuova disciplina, dunque, ha il ruolo principale di risolvere problemi e non generarne nuovi. La neuroetica è stata sviluppata per riallocare in un frame neuroscientifico i temi classici della filosofia, secondo Priori soprattutto in relazione al tema della manipolazione del senso etico, dunque il neuroenhancement. Non si tratta però di una questione nuova: si pensi agli antichi Egizi che tentavano di curare alcune forme di epilessia trapanando il cranio dei pazienti o il “potenziamento” cognitivo che gli sciamani dell’America Latina cercavano di ottenere utilizzando piante allucinogene. Non bisogna mai dimenticare che sia la scienza che la filosofia sono caratterizzate da storicità: tornando al presente, i risultati degli esperimenti di Benjamin Libet, che sembrava avessero ribaltato il paradigma del libero arbitrio e che hanno dato inizio a una discussione molto vivace e ricca di idee, oggi sono stati notevolmente ridimensionati. Le categorie della filosofia, dunque, non sono quelle del cervello: Priori sostiene che, nel dibattito attuale, gli aspetti semantici continuino a prevalere su quelli pragmatici, e che questo tipo di scambio non sempre possa aiutare a individuare applicazioni e risvolti clinici in neuroetica.

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L’aspetto pratico della neuroetica non riguarda solo la clinica: per questa ragione, è stata fondamentale per il dibattito la partecipazione di Federico Pizzetti, ordinario di Diritto Pubblico presso l’Università degli Studi di Milano, che ha citato le implicazioni etico-giuridiche dei casi più interessanti indicati nel libro di Lavazza. Uno dei più significativi riguarda un paziente svedese, attivista del movimento vegano sin da giovane, che a 75 anni è stato colpito dal morbo di Alzheimer e ricoverato in una clinica specializzata. In linea con le sue precedenti abitudini e le indicazioni della moglie, lo staff decise di fargli consumare esclusivamente pasti privi di ingredienti di origine animale. Un giorno l’anziano mangiò per errore una porzione di polpette che, a sorpresa, risultò essere di suo gradimento. Non solo: questa situazione lo rese consapevole del fatto che il cibo che gli servivano era diverso da quello degli altri pazienti e da quel momento rifiutò ogni tipo di alimento vegetale. Lo staff della clinica si divise tra chi pensava fosse lecito assecondare i desideri del paziente e chi, invece, preferiva seguire le direttive della moglie che, nel ruolo di caretaker legale, sosteneva che il marito “volesse” mangiare cibo vegano e che la sua percezione era stata alterata dal deficit cognitivo dovuto alla malattia di Alzheimer. Alla fine, il comitato etico della clinica ha preso in considerazione innanzitutto il benessere psicofisico del paziente, rispettando la “scelta” di abbandonare il veganesimo.

Questo curioso caso costituisce una situazione-limite, in cui il principio di autonomia, uno dei fondamenti della bioetica, si scontra con nuove sfide e situazioni che possono essere analizzate attraverso gli strumenti della neuroetica. Pizzetti ha sottolineato come, in ambito giuridico e penale, siano presenti numerose situazioni analoghe: basti pensare ai drammatici casi di homicidal sleepwalking, in cui l’assassino compie un delitto durante un episodio di sonnambulismo. L’ambito del neurodiritto è dunque “a valle” rispetto alla neuroetica. Le neuroscienze forensi applicano le tecniche di neuroimaging al procedimento penale e allo stesso tempo ripensano capisaldi del diritto come il libero arbitrio, la responsabilità, la colpevolezza e l’imputabilità. Non bisogna tuttavia cedere alla tentazione di adottare un’ottica riduzionistica forte, in cui la riflessione giuridica coincida con il dato scientifico. Al contrario, occorre tenere sempre in considerazione i principi fondamentali della Convenzione di Oviedo e della Costituzione Italiana, che definiscono l’essere umano nella sua dimensione etica, in quanto essere dotato di dignità e non una semplice entità biologica, o, nel caso dell’enhancement, un insieme di circuiti manipolabili. La pluralità della neuroetica può e deve essere, secondo Pizzetti, un antidoto contro il riduzionismo in grado di far emergere una visione incentrata sull’umano: la presenza di molteplici voci che filtrino il dato scientifico in più livelli aiuta a non perdere di vista questi capisaldi fondamentali, considerando sia l’aspetto normativo che quello descrittivo.

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Conclusioni

Il dibattito in neuroetica, come dimostrato dalla varietà dei temi toccati in questa conferenza, è oggi molto attivo e difficilmente sarà possibile raggiungere un approccio valido per tutti nel breve termine. Andrea Lavazza ha efficacemente proposto di definire “neuroetica” una nuova prospettiva di riflessione e ricerca in ambito antropologico-descrittivo, che vada oltre le neuroscienze e consideri anche la genetica e la psicologia, così come la filosofia e tutte le scienze umane e sociali. Si tratta di un’idea molto interessante che apre la strada a una vera e propria “neuroantropologia”. Secondo questo approccio, alla neuroetica è possibile ricondurre le altre discipline caratterizzate dal prefisso “neuro” e, allo stesso tempo, essa può funzionare come un meta-ambito che permette di collegare aree molto diverse del sapere, focalizzando sugli aspetti metodologici e meno su quelli normativi. È una presa di posizione che costituisce un passo in avanti in questo ambito estremamente complesso, che certamente genera problemi più che risolverne, ma fornisce allo stesso tempo tante nuove idee e occasioni di confronto.

Francesco Tito

Bibliografia

  1. Roskies A. Neuroethics For the New Millennium. Neuron. 2002 Jul 3;35:21-3.
  2. Clausen J, Levy N. Handbook of Neuroethics. Heidelberg: Springer; 2015.
  3. Jones EG, Mendell LM. Assessing the Decade of the Brain. Science. 1999 Apr 30; 284(5415):739.
  4. Lavazza A. Frontiers in Neuroethics: Conceptual and Empirical Advancements. Cambridge:Cambridge Scholar Publishing; 2016.
  5. Safire W. Visions for a new field of ‘Neuroethics’. Neuroethics: Mapping the Field Conference Proceedings; 2002 May 13-14; San Francisco, USA.

Image credits: Shutterstock

 

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