L’intersoggettività del Covid-19

In tempi di Coronavirus urge una riflessione: quella sulla dimensione intersoggettiva del Covid-19. Potremmo sostenere che tale intersoggettività si manifesti trasversalmente in tre aspetti principali:

  1. la trasmissione del Coronavirus da persona a persona;
  2. la forte incidenza delle decisioni politiche, che condizionano il nostro relazionarci con gli altri in una sfera pubblica che si è ristretta in un breve lasso di tempo;
  3. l’importanza della responsabilità delle nostre singole azioni, anche quelle minime, nel preservare la salute individuale e quella pubblica, che sono fortemente interrelate.

Nonostante gli allarmi lanciati all’inizio del 2020 da parte della stampa occidentale in seguito all’epidemia nata in Cina, le strategie di prevenzione per affrontare la pandemia nelle fasi iniziali sono state assenti o inefficaci.

Da un lato il grado di contagiosità del Covid-19, che inizialmente non sembrava particolarmente elevato, si è scoperto essere maggiore del previsto. Dall’altro lato i dati cinesi sembrano aver sottostimato i decessi correlati al Covid-19.

Inoltre la risposta politica è stata in media troppo lenta rispetto alla rapidità del contagio sia entro i confini nazionali che a livello internazionale. La trasmissione del virus non conosce confini, mentre le politiche nazionali sì.

Anche l’Unione europea, oggi a 27 Paesi, avrebbe probabilmente dovuto prevenire in modo compatto la diffusione virale, ma evidentemente i meccanismi di allerta e d’intervento non sono ancora all’altezza dei tempi del Covid-19.

Persino l’OMS non è riuscita ad affrontare incisivamente la pandemia che è stata, almeno in un primo momento, probabilmente sottovalutata; tanto che viene da chiedersi se non sia il caso d’istituire un organismo internazionale ad hoc molto più snello per affrontare questo tipo d’emergenze, che possa bypassare persino le procedure burocratiche nazionali classiche grazie a una sorta di “lasciar fare, lasciar passare” preventivamente concesso dai parlamenti nazionali (sotto questo profilo si potrebbe persino pensare a una forma di governo mondiale “debole” con poteri molto specifici per missioni a carattere preventivo nel campo della salute, dell’istruzione e per il mantenimento della pace).

L’impatto del Covid-19 sull’Italia settentrionale, in particolare in Lombardia, è stato devastante soprattutto per molti anziani affetti (la sua diffusione potrebbe essere avvenuta anche in strutture sanitarie che non hanno adottato un’efficace strategia di prevenzione):

Il drammatico triage che riguarda le terapie intensive è quello relativo alla ventilazione meccanica. Diversi paesi hanno già sperimentato una carenza di ventilatori, drammatica in Iran. L’esperienza in Italia è stata sinora che circa il 10-25% dei pazienti ospedalizzati ha necessità di ventilazione, in alcuni casi per diverse settimane. […] Quando è stato necessario razionare i ventilatori per l’alto ritmo della pandemia e del numero di pazienti che necessitano di ventilazione contemporaneamente, si è dovuto scegliere tra chi era più grave e non si prevedeva per lui la possibilità di sopravvivere e chi, invece, ce l’avrebbe fatta: il triage più drammatico cui un medico possa essere sottoposto. Qualche ospedale ha sviluppato strategie per il razionamento per salvare la maggior parte delle vite, definendo criteri di probabilità a breve termine del paziente di sopravvivere all’episodio acuto. [4]

Al momento in cui scriviamo la pandemia sta colpendo duramente anche la Spagna e la Francia (anche se si registra una riduzione delle vittime da Covid-19 grazie alla sospensione di molte attività), oltre che negli Usa, dove il quadro sanitario rischia di diventare molto difficile a causa della presenza di città molto popolate e all’elevata frequenza degli spostamenti nonché al numero di contatti interpersonali tendenzialmente elevati.

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Nel Vecchio Continente il mondo dei servizi, della produzione e della cultura è oggi temporaneamente ridimensionato o persino del tutto fermo. Secondo l’Unesco la Bielorussia è l’unico Paese europeo a non avere sospeso la frequenza delle aule scolastiche laddove, tra l’altro, esiste ormai un’alternativa adeguata come quella delle lezioni online; sono almeno un centinaio i Paesi al mondo che comunque hanno deciso di sospendere per un tempo variabile la frequenza degli edifici scolastici [5]. Si sono svuotate le autostrade fisiche, mentre viceversa si sono riempite quelle digitali.

Oggi i numeri della pandemia da Covid-19 sono controversi [6] e, soprattutto, disomogenei a seconda dei Paesi e persino delle zone, a seconda del numero di tamponi effettuati, dei criteri adottati, del numero di anziani presenti in rapporto alla popolazione (sono più esposti gli immunodepressi e quelli con patologie pregresse, soprattutto cardiovascolari e polmonari), dell’inquinamento, degli stili di vita, del livello di mobilità e del tipo di restrizioni introdotte… Ora in Italia, da quel che risulta da dati ufficiali, la maggior parte della popolazione sta rispettando le norme di distanziamento sociale e adotta protezioni come mascherine e/o guanti.

Nell’affrontare questi temi consentitemi, a questo punto, una breve disamina critica della “Crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale” di Edmund Husserl. [1] Perché questa ricerca fenomenologica ci può essere utile sul piano interpretativo? Innanzitutto perché ci mostra i limiti della scienza “classica”.

Husserl è probabilmente ingiusto nei confronti della scienza tradizionale: muove all’approccio galileiano dei “freddi” dati empirici l’accusa di aver “espulso” l’io dal mondo oggettivo. Però – a livello epistemologico – da un lato non tiene conto della fisica quantistica, che include negli esperimenti stessi lo scienziato, con la sua soggettività.

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Dall’altro abbiamo naturalmente le scienze della psiche che, non dimentichiamolo, sono state fondate da due medici (ricordiamo che sia Freud che Jung lo erano) e, dunque, proprio da scienziati.

Tra l’altro la medicina non può affatto espellere il soggetto dal proprio ambito ma, al contrario, deve includerlo anche col proprio vissuto – almeno nel caso in cui si adotti un approccio olistico –; il paziente, inoltre, entra in una relazione terapeutica col medico (un’altra dimensione intersoggettiva esplicativa).

Sempre Husserl, nella V Meditazione cartesiana, fa un “esperimento mentale” e immagina una “peste” sterminatrice per comprendere a fondo la relazione tra l’io e gli altri:

La riduzione alla mia sfera trascendentale del proprio, o al mio io-stesso trascendentale concreto, tramite astrazione da tutto ciò che è costituito per me trascendentalmente come estraneo, ha qui un significato insolito. Nell’atteggiamento naturale della mondanità io trovo me stesso e gli altri in quanto distinti e gli uni di fronte agli altri. Se astraggo dagli altri in senso comune, rimango io “solo”. Ma una tale astrazione non è radicale, un tale esser-solo non modifica in niente il senso naturale del mondo in quanto esperibile-per-ognuno, poiché questo senso aderisce all’io concepito naturalmente e non andrebbe perso neppure se una peste universale lasciasse in vita unicamente me stesso. Nell’atteggiamento trascendentale, e al contempo nell’astrazione costitutiva che abbiamo appena descritto, il mio ego (l’ego del meditante) non è però, nel suo “proprio” trascendentale, un io umano comune, ridotto ad un mero fenomeno di correlazione all’interno del fenomeno complessivo del mondo. Piuttosto si tratta di una struttura essenziale della costituzione universale, in cui l’ego trascendentale vive continuamente in quanto costituisce un mondo oggettivo. [7]

Le nostre vite sono “irrimediabilmente” connesse con quelle degli altri a più livelli, non solo su quelli evidenziati da Husserl. Tra l’altro è proprio dall’intersoggettività che la stessa scienza del mondo trae, in larga misura, la sua forza.

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Nonostante la grandezza del filosofo tedesco, non occorre obbligatoriamente una filosofia fenomenologica per capire ad esempio l’importanza della comunità scientifica e del suo lavoro (basato su quella che un altro filosofo tedesco, Karl O. Apel, chiama la “comunità illimitata della comunicazione” in cui i ricercatori si affrontano in maniera aperta, critica e anche collaborativa).

Ebbene, cosa c’entra tutto ciò col Covid-19?

C’entra soprattutto in riferimento al terzo punto citato a inizio articolo: questa nefasta pandemia ci ha costretti a ripensare le nostre vite quotidiane in seguito a decisioni politiche adottate dopo aver consultato il mondo della scienza (virologi, epidemiologi, ecc.).

Nel farlo è risaltata in modo preponderante l’importanza dei nostri gesti quotidiani e dell’impatto che hanno potenzialmente sulle vite degli altri. Basta uno starnuto irresponsabile (senza mascherina) in un luogo pubblico chiuso (ad es. un supermercato) e, se si è positivi senza saperlo, si rischia di diventare pericolosi untori. Pensare ai nostri gesti quotidiani può fare, soprattutto in questi periodi di pandemia, un’enorme differenza e cambiare la sorte altrui.

Riflettiamoci più approfonditamente e provvediamo di conseguenza: ogni ulteriore contagio è prevenibile attraverso un’accresciuta responsabilità sociale che passa attraverso coscienze individuali i cui atti sono strettamente interrelati in modo sempre più manifesto.

Glauco Galante

Bibliografia

  1. Edmund Husserl, “La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale (Die Krisis der europäischen Wissenschaften und die transzendentale Phänomenologie, 1936, 1954)”, trad.. it. di E. Filippini, Milano, Il Saggiatore, 1961
  2. Albert Einstein, “Pensieri, Idee, opinioni”, Newton Compton, Milano, 2015
  3. Jürgen Habermas, “L’Occidente diviso”, Laterza, Roma-Bari, 2007
  4. Paolo Cornaglia Ferraris, “Covid-19”, Roma-Bari, 2020
  5. Unesco 2020 https://www.onuitalia.com/unesco-5/
  6. Matteo Villa, “Covid-19 and Italy’s case fatality rate. What’s the catch?”, ISPI, 27 March 2020
  7. Edmund Husserl, “Le conferenze di Parigi. Meditazioni cartesiane”, ebook Bompiani, Torino, 2020

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