La psicoterapia ipnotica, un accenno per iniziare…

Se vi state arrovellando su un problema e non riuscite ad uscirne, mettetevi pure l’animo in pace, perché così non ne uscirete per niente. Spesso parte un loop mentale e più si pensa meno si trovano soluzioni. L’ansia aumenta, riducendo man mano il raggio d’azione, fino alla replica di uno schema inutile e disfunzionale. Che fare? Time out. Un tempo i vecchi dicevano che la notte porta consiglio…

“L’anima è la sorgente, l’immaginazione lo strumento,
il corpo il materiale plastico” (Paracelso)

“Hypnosis is a labor of love” (R. Shor)

In occasione del “Forum della psicoterapia” in corso a Milano, organizzato dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia (Opl), alla sua seconda edizione, BrainFactor programma da oggi e per i prossimi mesi una serie di articoli di approfondimento firmati da autorevoli esperti per fare il punto sullo stato dell’arte delle “nuove vie dell’ipnosi”, che verranno raccolti in un monografico di BrainFactor Journal (Bfj) indicizzato nella Directory of Open Access Journals (Doaj) dedicato alla “Ipnosi integrazionale”, con uscita prevista a ottobre. Il presente contributo ha lo scopo di accompagnare il lettore per mano in una prima scoperta di questa forma ancestrale di autoguarigione che oggi trova conferma di efficacia clinica sulla base di una sempre maggiore evidenza neuroscientifica.

“Consideriamo l’ipnoterapia un processo mediante il quale aiutiamo le persone a utilizzare le loro associazioni mentali, ricordi e potenzialità vitali per raggiungere il proprio scopo terapeutico. La suggestione ipnotica può facilitare l’utilizzazione di capacità e potenzialità che esistono già in una persona ma che rimangono inutilizzate o sottosviluppate per mancanza di esercizio o perché non comprese. L’ipnoterapeuta esamina attentamente l’individualità del paziente per accertare, tra ciò che questi ha appreso dalla vita, quali esperienze e abilità mentali sono disponibili per affrontare il problema. Il terapeuta quindi facilita un approccio all’esperienza della trance in cui il paziente può utilizzare queste risposte assolutamente personali per raggiungere fini terapeutici”.

Questo scriveva Milton H. Erickson nel lontano 1979 in “Hypnotherapy”, forse una delle raccolte più riuscite. In queste poche righe riteniamo si possa concentrare il senso di un approccio fondato sul rispetto della persona nella sua complessità e sulla certezza che le risorse di guarigione vadano ricercate (e stimolate in una relazione empatica speciale) in questa stessa persona.

Il richiamo evidente, anche se non esplicito, è a quell’arte maieutica di Socrate, che poneva domande semplici ma non banali e formulate in un particolar linguaggio per portare l’allievo per gradi a “scoprire da sé la verità”, proprio come la levatrice appunto, attraverso l’agevolazione di un depotenziamento delle strutture di riferimento abituali (mediante paradossi, confusione e altro) verso l’emergenza di nuove prospettive di senso, come per incanto da “ritrovarsi” nel proprio animo e non instillabili da terzo estraneo, dal di fuori, pena l’inefficacia terapeutica. Il segreto dell’ipnosi, in fondo, è tutto qui… Nel dare alla persona la possibilità di fare, nei modi e nei tempi a lei più congeniali, quello che risulta utile e funzionale a lei stessa, con il minimo “suggerimento” (fin dove è possibile), per superare una situazione di crisi in quel particolare momento dell’arco vitale e con l’obiettivo della totale autonomia di scelta e giudizio sul proprio futuro possibile, ancora tutto da scrivere.

Oggi parliamo un linguaggio diverso e potremmo dire che “l’ipnosi in sé non è un trattamento, ma uno stato mentale che può facilitare un’ampia varietà di strategie di trattamento”, una sorta di “percorso formativo all’utilizzo efficace delle proprie abilità ipnotiche a fine terapeutico”. In tale contesto, non servono più di tanto tecniche formali, perché ogni terapeuta esperto potrebbe operare in qualsiasi momento adottando un “approccio ipnotico” alla relazione con la persona che a lui si rivolge in cerca di aiuto. Studi recenti hanno dimostrato che l’ipnosi non è da considerarsi semplicisticamente un “placebo”: nel contesto del dolore, ad esempio, il naloxone (un antagonista morfinico) riesce a bloccare l’effetto placebo ma non l’effetto analgesico dell’ipnosi. Studi di elettroencefalografia (EEG) mostrano uno spostamento dell’attività cerebrale predominante dalle regioni frontali dell’emisfero sinistro alle regioni posteriori dell’emisfero destro e un indebolimento del pattern di sincronizzazione generale di attività delle diverse aree corticali dello stato di veglia.

In particolare, il fenomeno ipnotico si manifesta – nel “linguaggio” della moderna neuroscienza – quando si registra una riduzione dell’attività inibitoria della corteccia del giro del cingolo anteriore (ACC) sulle azioni autoiniziate (es. parlare) o sulle sensazioni prevedibili, rendendo possibile il fenomeno allucinatorio (es. “sentire le voci”) o la sensazione che le proprie azioni non abbiano controllo volontario (es. la classica levitazione della mano o più in generale i c.d. “segnali ideomotori”). La distorsione temporale sotto ipnosi dipenderebbe inoltre da una variazione funzionale del nostro “orologio interno”, localizzato nella corteccia prefrontale dorsolaterale dell’emisfero destro (rDLPFC).

Interessante notare che oggi sentiamo di avere bisogno di macchine (fMRI, EEG ecc.) per “certificare” in qualche modo i nostri stati intimi, quasi non ci fidassimo più dei feedback naturali che costantemente ci fornisce il nostro organismo, cioè non ci fidassimo più di noi stessi, o del nostro terapeuta… Un vero e proprio paradosso nel caso del lavoro ipnotico, basato sull’instaurarsi di quello che viene chiamato “rapport”, ossia una particolare relazione empatica fra operatore e soggetto. Ma tant’è. Se accettiamo fino in fondo gli insegnamenti ericksoniani sappiamo che dobbiamo pur sempre e in qualsiasi caso adattarci al nostro nuovo paziente, che oggi ci chiede prove e dimostrazioni “concrete”: pur sempre mappe, ma aggiornate allo spirito del tempo.

Mediante ipnosi, grazie alla sua capacità di lavorare in maniera sistematica sulla frequenza dell’inconscio (un inconscio non freudianamente inteso, va sottolineato, cioè non “pattumiera” bensì prezioso magazzino di risorse utili e “luogo” metaforico dell’elaborazione cerebrale non consapevole – che impegnerebbe fino al 90% delle nostre attività mentali, secondo i più accreditati testi di fisiologia umana) possiamo intervenire efficacemente sulla risposta allo stress, sulla gestione dell’ansia, sull’insonnia, sul dolore acuto e cronico, sulle memorie traumatiche, sui sintomi psicosomatici, sui disturbi del comportamento (“cattive abitudini” nel senso di schemi comportamentali disfunzionali), sui cambiamenti auspicati degli stili di vita…

Ma anche sullo sviluppo personale, in termini di potenziamento della motivazione, della definizione di obiettivi personali autenticamente appaganti, del controllo degli stati emotivi e delle strategie di fronteggiamento di situazioni difficili. Infine – sul versante più prettamente medico – la ricerca conferma che con l’ipnosi possiamo agire efficacemente anche sul controllo dell’ipertensione, sulla risposta immunitaria, sui cicli ormonali e altre condizioni che vedono nel “rapporto mente corpo” la chiave di volta della sofferenza lamentata dal paziente. Nella comunicazione (nel marketing, nella pubblicità, nel business…) infine l’ipnosi è regina: qualcuno, in tempi non sospetti, ha riconosciuto ampiamente che “la comunicazione efficace è una comunicazione ipnotica”.

Numerosi dunque gli ambiti di applicazione (clinica ma non solo, come abbiamo accennato e vedremo nello specifico con i diversi approfondimenti che seguiranno) dell’ipnosi e le tecniche di induzione dello stato di “trance”, questa particolare dimensione di coscienza che facilita l’accesso all’inconscio e preserva quel tanto di coscienza che basta per conservare e potenziare l’integrazione delle parti. L’importante, come sottolinea a ragione qualsiasi manuale serio che tratti l’argomento, è che solo un uso responsabile ne stabilisce i limiti all’interno della professionale competenza clinica di ciascuno, acquisita con una formazione specifica certificata dalle competenti autorità: in quanto strumento terapeutico potente, deve essere usato soltanto da professionisti abilitati – di base, medici e psicologi in Italia – già saldi e “finiti” nel proprio ambito clinico disciplinare e che abbiano acquisito una ulteriore formazione specialistica accreditata.

Marco Mozzoni

Image credits: Shutterstock

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