La medicina narrativa

La medicina narrativa

Medicina narrativa… L’apparente lontananza semantica tra le parole che compongono questo termine ci può fuorviare dal capire di cosa realmente si tratti, cosa rappresenti nella pratica e quali potrebbero essere i contesti dove un lavoro di questo tipo possa essere condotto.

Potremmo facilmente supporre che si tratti di un’attività che ha a che fare con storie e racconti ma credo che molti continuerebbero ad avere dubbi su quale possa essere il nesso tra l’aggettivo “narrativa”, associabile a sensazioni positive quali calore, emozione e rilassamento, e il vocabolo “medicina” che porta la nostra mente dritta verso il concetto di malattia con i suoi contorni incerti, costellati da parole incomprensibili e nomi di farmaci.

Proviamo quindi a rispondere ad alcune semplici domande cercando di dare, nello stesso tempo, una rappresentazione del fenomeno.

Da dove arriva?

Questo metodo di lavoro in ambito salute ha le sue radici nel mondo anglosassone, dove si sviluppa tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio degli anni 2000. L’espressione originale inglese è Narrative Based Medicine, la cui traduzione letterale sarebbe “medicina basata sulle narrazioni”. Se ci si ferma, però, alla sola trasposizione linguistica, non si riesce a cogliere l’aspetto più importante ovvero le potenzialità maieutiche nei confronti della medicina moderna che sono la ragion d’essere di questa disciplina.

Il primo dei due principali paesi dove ha preso forma questa disciplina è stato la Gran Bretagna dove lo studio delle narrazioni nel campo delle relazioni di cura, ha condotto da due docenti del King’s College di Londra, Brian Hurwitz e Trisha Greenalgh, a stabilire come la scrittura sia una forma fenomenica in cui il paziente sperimenta la salute; […] incoraggia l’empatia e promuove la comprensione tra il medico e il paziente”. Pochi anni più tardi, negli Stati Uniti, il lavoro di Rita Charon ha ulteriormente allargato la prospettiva esprimendo a chiare lettere che “la Medicina Narrativa fortifica la pratica clinica […] attraverso un’azione che le storie, scritte o orali che siano, hanno su tutti i soggetti coinvolti”.

Si tratta di un risvolto molto significativo afferma la capacità delle rappresentazioni emotive di trasportare la malattia, attraverso la parola, dalla sua dimensione unicamente biologica a quella umana travolgendo (nel senso di coinvolgimento emotivo positivo) tutti coloro che vivono la vicenda di cura.

Che cosa significa?

Come chiave d’accesso per meglio comprenderne caratteristiche e principi, ho scelto di prendere spunto da “Il caso di G.L.”, un libro che affronta la storia di un disagio partendo da un epistolario tenuto dal protagonista con il proprio medico. In capitoli alterni, differenziati anche tipograficamente, troviamo queste «Lettere» di lucida disperazione e una serie di «Note» in cui l’autore Fabrizio Benedetti (ordinario di Neurofisiologia e Fisiologia umana all’Università degli Studi di Torino) restituisce la dimensione medico-scientifica della vicenda e confeziona un quadro nitido di come la scrittura consenta di entrare nel mondo e nel malessere di coloro che sono a contatto diretto o indiretto con la malattia.

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Il messaggio che può lasciarci un libro come questo è l’importanza di recuperare una buona relazione medico-paziente quale elemento fondamentale per garantire la qualità e la riuscita di un qualsiasi percorso di diagnosi e terapia. Un approccio riduzionistico come quello contemporaneo, non può restituire all’arte medica e a chi la pratica con passione strumenti sufficienti per perseguire il proprio obiettivo di prevenzione, cura e restituzione della salute. Il Prof. Benedetti si dichiara, infatti, convinto che nel caso un malato non guarisca, non sia mai della malattia la responsabilità ultima.

La narrazione di sé e il porsi in ascolto da parte dell’operatore, sono l’elemento e l’atteggiamento più validi per penetrare quanto di inspiegabile nasconde la mente umana, svelare le sue imperscrutabili dinamiche, provare a capire a fondo il significato che dà a ciò che accade al resto del corpo e, ultimo ma non per quest’aspetto meno importante, relazionarsi con le emozioni che l’uomo ha quando deve gestire il proprio rapporto con la malattia (intesa come problematica biologica).

Grazie all’unione tra la voce di G.L e le informazioni sul rapporto mente-cervello (meccanismi e sostanze implicati nelle “patologie della mente”) si possono comprendere quanto la condivisione delle proprie vicissitudini sia importante per il protagonista, senza arrivare a facili conclusioni legate al fatto che egli sia affetto da depressione e malinconia. Il racconto e la parola si rivelano tanto utili da poter essere considerati complementari alla pratica clinica in tutti i percorsi diagnostici, poiché sono gli stati emotivi, in maniera diversa ma in proporzione maggiore rispetto a quanto faccia il corpo a segnare/scandire la patologia.

In quale modo è utile la narrazione?

La spiegazione dell’importanza del racconto come strumento di condivisione del proprio vissuto emotivo trova le sue radici nei comportamenti che appartengono alla nostra parte più istintiva, in ciò che è più antropologicamente noto come l’approccio costruzionista alla realtà secondo Bruner. Si tratterebbe quindi del mezzo preferenziale attraverso il quale l’uomo riesce a organizzare la propria esperienza e a interpretare gli avvenimenti, strutturando questi ultimi sotto forma di storie.

Lo strumento con cui stabiliamo, senza prestarvi troppa attenzione, il nostro rapporto con gli altri svela il suo intenso potere evocativo cui si riferisce Good quando afferma che “dare nome all’origine del dolore significa impadronirsi del potere di alleviarlo”. Se poi si riconosce, onestamente, come molte delle esperienze negative che viviamo lascino inevitabilmente un segno dentro di noi (in senso figurato è come se venissero “incise” nel corpo e nella “carne”, la quale, per questo motivo, si ammala) diventa ancora più chiaro l’importanza di non negare a noi stessi l’esistenza di un disagio e l’esigenza di affrontarlo in modo naturale attraverso uno strumento come la narrazione.

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In quali contesti può trovare applicazione?

Il pensiero appena riportato riguardante i meccanismi di genesi spontanea del racconto, è fondamentale per comprendere quali sono gli ambiti cui la Medicina Narrativa si dedica con una maggiore attenzione. Essa si affianca, per l’appunto, laddove vi sia necessità di recuperare la capacità di ascolto, di relazione interpersonale e di riallineamento di una comunicazione che viaggia su livelli separati e lontani arrivando, quindi, a una rielaborazione congiunta delle problematiche e costruzione di nuovi strumenti di dialogo adatti alla situazione che si vive.

I primi e principali contesti dove sono stati portati avanti progetti di questo tipo sono stati (non a caso lo sono sin dalle origini della disciplina) i luoghi dedicati alla salute. Tra i molti benefici riscontrati vi è l’abbattimento delle barriere virtuali che esistevano nei confronti del mondo esterno e il conseguente cambio di percezione degli stessi ambienti da parte dei cittadini. L’identificazione come spazi concepiti per accogliere ha sostituito definitivamente la tendenza a viverli come luoghi di annullamento.

La progressiva perdita da parte della pratica medica della sua connotazione originaria di arte della cura per trasformarsi in una disciplina fredda e asettica, ha origine nell’applicazione troppo rigida del metodo clinico, nell’esaltazione delle nuove tecnologie, nell’elaborazione delle diagnosi in modo logico e all’adozione di percorsi di cura basati sulle prove di efficacia (o Evidence Based Medicine). Niente di tutto ciò è sbagliato, sia chiaro, ma può avere come conseguenza una perdita di valore enorme per questo stesso corpus teorico, la scelta di percorsi completamente contrari rispetto alle effettive necessità, sino al compimento di clamorosi errori.

Affidarsi in modo unilaterale alle più sofisticate indagini non è una buona base per armonizzare i percorsi di cura e dare una soluzione efficace al paziente (talvolta anche priva di prescrizione di farmaci), ma è sintomo di un eccesso di sicurezza che rende le prestazioni sanitarie ingabbiate da una schematicità più ostile alla salute di quanto lo fossero l’approssimazione e il far da sé che contraddistinguevano gli anni precedenti al boom delle scoperte bio-mediche.

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Nella gestione del rapporto con il paziente la malattia è trattata quasi come un qualcosa di esterno al corpo umano. In modo più o meno cosciente, come responsabili diretti o complici silenziosi o anche quali vittime di un meccanismo più grande di loro, gli operatori sanitari in generale finiscono per adottare una linea di comportamento difensiva. Risultano indifferenti all’utilizzo di un linguaggio semplice e chiaro nella comunicazione, spesso non forniscono un’adeguata informazione al soggetto in cura riducendola ai soli fini burocratici, sino ad aggirare in modo completo ogni tentativo di approfondimento della sfera esistenziale, indipendentemente dal fatto che la persona stia venendo a conoscenza di una patologia o vi conviva da qualche tempo.

La presa di coscienza di quanto sia controproducente questo tipo di atteggiamento è elemento imprescindibile al fine di evolvere il proprio comportamento, far crescere la qualità della situazione che si sta vivendo e migliorare l’ambiente che si frequenta. Lasciare spazio e libertà ai singoli di comunicare quelle emozioni e quei sentimenti che fanno parte della loro intimità, sono scelte che possono avere solo notevoli benefici anche sulla gestione pratica della salute. Rendere chiunque protagonista di questo tipo di contributi (i pazienti, i loro parenti, i medici, gli infermieri o altro personale protagonista dell’atto medico), arricchirà l’attività di ogni giorno di un lato emozionale.

Andrea Robotti

Bibliografia e Siti web di riferimento:

  1. Benedetti F., 2013, Il caso di G. L. La medicina narrativa e le dinamiche nascoste della mente. Torino, Carrocci Editore, Collana Sfere.
  2. Bruner J. S., 1992, La ricerca del significato, Torino, Bollati Boringhieri.
  3. Good B., 2006, “Un corpo che soffre. La costruzione di un mondo di dolore cronico”, in Quaranta I, Antropologia medica. I testi fondamentali, Milano: Raffaello Cortina Editore (ed.orig. 1992, “A body in pain – The making of a world of chronic pain”, in Del Vecchio-Good MJ, Brodwin PE, Good B, Kleinman A,  “Pain as Human Experience: an Anthropological Perspective”, Berkeley, Los Angeles, London: University of California Press, CA).
  4. http://www.iss.it/cnmr/medi/
  5. http://www.medicinanarrativa.it/
  6. http://www.hstory.it/
  7. http://www.medicinanarrativa.eu/
  8. http://fuzzy-project.blogspot.it/

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