La clonazione umana produrrà individui amorali?

Il rapido progresso delle scienze biologiche e lo sviluppo delle biotecnologie ha reso possibili pratiche un tempo persino inimmaginabili.

Tra queste tecniche, la clonazione di esseri viventi ha suscitato particolare interesse nel dibattito bioetico. Dopo la pecora Dolly, il primo mammifero ad essere stato clonato, si sono susseguite una serie di sperimentazioni scientifiche al fine di riprodurre ex novo organismi aventi lo stesso identico patrimonio genetico di altri individui, sia in vita che defunti.

Alla Sooam Biotech Research Foundation, in Corea del Sud, la clonazione dei cani domestici è realtà già da diversi anni e per il team di scienziati e ricercatori si prospetta in futuro la sfida di riportare in vita il mammut lanoso estinto da resti conservati nel permafrost siberiano.

Sarà presto anche la volta degli esseri umani?

La clonazione umana potrebbe in effetti costituire a breve un’opzione percorribile e se le biotecnologie riusciranno a rendere fattibile tale processo, sarà necessariamente compito dell’etica stabilirne la liceità morale. Più specificatamente, la produzione di individui geneticamente identici ad altri rischierebbe di porre i soggetti clonati in una condizione di amoralità permanente.

Non rientra in questa considerazione il caso della nascita spontanea e non programmata di gemelli identici: in natura esiste la clonazione, ma la clonazione naturale, a differenza di quella artificiale, implica la produzione simultanea di individui geneticamente identici, laddove quella artificiale è potenzialmente in grado di trascendere non solo la sessualità, ma soprattutto la temporalità. Nella clonazione artificiale di esseri umani, l’assenza dell’elemento casuale e lo scarto temporale rendono incerto lo statuto ontologico soggettivo del clone.

Che cosa significa essere un clone, per il clone stesso?

Se i gemelli naturali, essendo contemporanei, non possono vedere l’uno nell’altro l’anticipazione dell’andamento della propria esistenza, il clone artificiale si ritrova “costretto” a conoscere già in anticipo le proprie potenzialità ed aspirazioni e a sapersi copia di un essere umano già esistito.

La condizione soggettiva del clone potrebbe in tal senso configurarsi come una violazione del «diritto di non sapere», premessa ineludibile della percezione di essere agenti liberi e morali. In questo modo, negare al clone il diritto alla propria autenticità e irripetibilità significherebbe negargli il diritto di essere libero; egli non potrebbe spontaneamente scoprire da solo se stesso, poiché il suo donatore è già stato quello che gli altri si attendono che anche lui sia.

Non è insensato affermare che la ragione dell’esistenza del clone sia infatti proprio questa: far sì che un’esistenza si ripeta nuovamente. Il sapere, paradossalmente, diventerebbe allora fonte di danno nei confronti di un essere umano che non si percepirebbe più come un autore responsabile delle proprie scelte.

Jonas, nell’analizzare le ripercussioni etiche delle biotecnologie, aveva già sottolineato come la clonazione umana avrebbe potuto un giorno diventare un pendio scivoloso per la sfera della moralità.

“Il precetto morale […] afferma allora: non si può mai negare a un’esistenza il diritto a quell’ignoranza che è la condizione perché possa agire in modo autentico, vale a dire la condizione della libertà; oppure: rispetta il diritto di ogni vita umana a trovare la propria strada e a essere una sorpresa per se stessa.”

Habermas riprenderà e approfondirà ulteriormente la critica jonassiana della clonazione umana ampliandone gli orizzonti applicativi ipotetici e collegandola alla più ampia categoria dell’ eugenetica liberale: la clonazione umana risulterebbe eticamente inaccettabile non solo se a promuoverla fosse lo Stato per presunti obiettivi di miglioramento delle specie umana, ma anche nel caso in cui i genitori scegliessero privatamente di far clonare uno specifico patrimonio genetico. In effetti, se si pensa al caso sudcoreano dei cani clonati secondo il volere di padroni particolarmente affezionati, si potrebbe arrivare persino a ipotizzare uno scenario simile anche per gli esseri umani.

Se per Jonas il clone non è libero nella misura in cui le istituzioni gli negano quel diritto all’ignoranza che ogni persona dovrebbe poter rivendicare per accedere alla dimensione di autenticità e responsabilità morale, per Habermas egli è persino uno schiavo che non può liberarsi dalle sue catene genetiche, pur quando siano i genitori a richiedere la replica di un’esistenza “on demand”. L’eventuale impossibilità di “appropriarsi autocriticamente della propria storia formativa”, per Habermas, produrrebbe rapporti intersoggettivi asimmetrici che escluderebbero il clone dall’ambito della riflessione morale e della responsabilità.

“Nella misura in cui Tizio prende per Caio una decisione irreversibile, intervenendo in profondità nelle sue predisposizioni organiche, viene compromessa quella simmetria della responsabilità sussistente, in linea di principio, tra persone libere ed uguali. Nei confronti del nostro destino di socializzazione noi conserviamo, in linea di principio, una libertà assai diversa da quella che avremmo nei confronti di una fabbricazione prenatale del nostro genoma.”

Sia per Jonas che per Habermas, pertanto, l’aspetto maggiormente critico della clonazione umana è il medesimo, ossia il pericolo di produrre un soggetto incapace di essere morale o immorale.

Alcuni studiosi hanno sottolineato come questo genere di critiche pecchi di un eccessivo riduzionismo biologico, poiché la formazione dell’identità personale sarebbe frutto della concorrenza di più fattori e influenze, non necessariamente di tipo genetico. Occorre tuttavia rilevare come sia di fatto la pratica della clonazione in sé a presupporre una certa desiderabilità di alcuni patrimoni genetici – tanto da volerli clonare trascendendo il limite naturale della morte (da interpretarsi come brama di immortalità?) – a scapito di altri.

Si può pertanto affermare che una forma di integralismo biologico risieda proprio nella logica stessa della produzione artificiale di cloni, dai quali ci si aspetta una reiterazione delle caratteristiche possedute dal clonato (se così non fosse, non si darebbe il caso della clonazione umana).

Nonostante sia vero che da identici patrimoni genetici non debbano necessariamente scaturire sempre gli stessi percorsi esistenziali, le preoccupazioni di Jonas e Habermas assumono connotati ben più sfumati, che non si limitano alla considerazione della buona o cattiva “riuscita” della reiterazione in sé, ma si focalizzano maggiormente sul problema della condizione soggettiva del clone, ossia sulla sua consapevolezza di essere il frutto di aspettative sociali e/o genitoriali che lo rendono, in un certo senso, dipendente da queste.

Conclusioni

Considerati i recenti sviluppi delle biotecnologie, non appare poi così lontano il tempo in cui, oltre a quella degli animali domestici, sarà concepibile la clonazione di esseri umani. Non sarà dunque opportuno chiedersi se tale pratica sarà realizzabile, ma se essa potrà essere considerata eticamente accettabile.

Jonas e Habermas rispondono negativamente: la clonazione umana strumentalizza e imprigiona il clone condannandolo ad un’esistenza che egli sa essere reiterata e in cui, proprio in virtù di questa sua consapevolezza, il doppione genetico non si percepisce come l’autore irripetibile della propria storia di vita; egli non può, in altri termini, godere di quella libertà – seppure solamente percepita – che lo pone nella condizione di essere moralmente responsabile delle proprie azioni.

Sebbene alcuni studiosi ritengano che le critiche sollevate dagli oppositori della clonazione umana conferiscano un peso eccessivo al dato biologico rispetto ad altri elementi, è opportuno notare come sia di fatto sottintesa nella pratica in sé – e non nel pensiero dei suoi critici – una qualche forma di determinismo biologico.

Flavia Corso

Bibliografia

  • M. Galletti, Le trasformazioni della natura umana: Jürgen Habermas su eugenetica positiva e clonazione, in «Kykéion», n. 11, 2004, pp. 89-100.
  • J. Habermas, Il futuro della natura umana: i rischi di una genetica liberale, Einaudi, Torino 2002.
  • H. Jonas, Tecnica, medicina ed etica: prassi del principio responsabilità, Einaudi, Torino 1997.
  • M. Monaldi, Tutto doppio: mondi virtuali e clonazione umana, Guida, Napoli 2005.

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