Italiani tra incertezza e speranza

Che dire? Gli Italiani sembrano rendersi conto, via Coronavirus, di quello che alcuni economisti accorti avevano portato a galla mesi fa. Che – per una serie di ragioni strutturali – viviamo nel “tempo delle incertezze”. Così infatti l’economista Mario Deaglio e colleghi avevano titolato il loro tradizionale rapporto annuale, presentato a gennaio in Assolombarda.

Oggi il Radar di SWG, alla sua prima uscita, rivela che la maggioranza della popolazione (52%) sente come emozione prevalente proprio l’incertezza per il futuro. Speranza la nutre solo il 38% degli Italiani, che in questi giorni si sentono vulnerabili (33%), in un mix di paura (32%), angoscia (31%) e tristezza (27%), unito a un pizzico di rabbia (15%), noia (11%) e rassegnazione (10%) per essere precisi.

Anche se per i più (60% degli intervistati) l’emergenza “non durerà più di tre mesi”, un buon 35% confessa di avere “difficoltà a reagire” alla situazione, gravata da misure sempre più restrittive delle libertà personali, con vere e proprie “difficoltà di coabitazione” con i familiari, che portano a un “assoluto bisogno di riprendere le proprie abitudini” (64%).

Il 44% “non ce la fa più a stare a casa”, anche perché questo è diventato purtroppo un luogo in cui “le relazioni con le persone con cui si abita stanno peggiorando” ogni giorno che passa (23%, in crescita di oltre il 5% rispetto alla scorsa settimana).

E, ovviamente, la stragrande maggioranza ha ridotto le spese, chi perché giocoforza ha meno occasioni d’acquisto (33%) chi “per risparmiare” (57%), dato che a questo punto non si sa più cosa il futuro potrà riservare.

Il 60% della popolazione è infatti preoccupata dal fatto che nei mesi a venire sarà “costretta a intaccare i propri risparmi”, che un familiare potrà perdere il lavoro (50%), che non sarà più in grado di pagare tasse, mutui, affitti, bollette e altre spese ordinarie (34%), per la qual cosa dovrà chiedere un prestito (25% del campione).

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Che fare allora per riuscire a sbarcare il lunario?

Prima di tutto tagliare le spese superflue, come: abbonamenti a servizi online di intrattenimento a pagamento (un buon 77%), beneficenza (51%), assicurazioni (47%), affitto di locali in cui si svolge la propria attività (41%), abbonamenti telefonici (37%) e altri esborsi di varia natura, peraltro non sempre autoriducibili a piacere (ad es. le “tasse”, secondo il 47% dei partecipanti all’indagine).

Per quanto riguarda le previsioni delle imprese, un lavoratore autonomo su quattro è “a rischio di chiusura”, secondo gli esperti di SWG. Sarà davvero “un cambiamento epocale i cui effetti potrebbero non limitarsi al breve periodo, ma avere conseguenze più durature”?

Lo vedremo. Tra non molto.

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