Italiani: 3 milioni dipendono dal web

Italiani: 3 milioni dipendono dal web.MILANO – Trascorrono quasi tutto il loro tempo sul web, anche più di otto ore al giorno. Perdono i contatti con il mondo. Finiscono per avere un’identità solo in rete. Sono gli italiani dipendenti da Internet, un esercito che va aumentando e conta circa tre milioni di “pazienti”, soprattutto giovanissimi. Lo ha denunciato oggi la Società Italiana di Psichiatria (SIP), in congresso in questi giorni a Milano.

Più a rischio chi è isolato geograficamente o a causa di turni di lavoro notturni, ma anche chi ha già disagi psicologici o familiari preesistenti. Gli psichiatri avvertono: è indispensabile intervenire per ritornare alla realtà ed evitare le conseguenze fisiche e psicologiche che la dipendenza provoca, dai disturbi del sonno ai problemi di relazione, dallo scarso rendimento a scuola o sul lavoro a mal di testa, mal di schiena, disturbi oculari. Senza contare che molti sulla rete finiscono per spendere anche parecchi soldi, ad esempio per l’accesso ai siti pornografici, mentre altri scivolano nel ritiro sociale dell’hikikomori, forma estrema di isolamento dal mondo in cui il paziente si allontana del tutto dalla vita di relazione per rifugiarsi sul web. Per curarsi è necessario rivolgersi a personale qualificato e intraprendere un percorso di cura simile a quello per liberarsi da altri tipi di dipendenze, con una terapia cognitivo-comportamentale o trattamenti analoghi.

“In Italia si è iniziato a parlare della dipendenza da internet 15 anni fa. Oggi si stima che l’incidenza del disturbo vada dal 3 all’11%, con una prevalenza maggiore fra le persone dai 15 ai 40 anni. È più a rischio chi ha problemi psicologici, psichiatrici o familiari fra cui solitudine, depressione, ansia, insicurezza del proprio aspetto, insoddisfazione del matrimonio, stress sul lavoro, vita sociale limitata, problemi finanziari. Tipicamente all’inizio si entra sul web per osservare l’ambiente e quindi si visitano le pagine internet di giornali, riviste, negozi virtuali, casinò online, siti pornografici; quindi si passa a una fase di relazione e comunicazione scoprendo chat e giochi di ruolo, ed è in questa fase che si instaura la dipendenza vera e propria perché le persone più a rischio sono proprio quelle con difficoltà comunicative-relazionali, che trovano sul web un mondo alternativo per sfuggire alle proprie problematiche”, ha spiegato Massimo Di Giannantonio, ordinario di psichiatria dell’università di Chieti.

Per accorgersi se si sta scivolando nella dipendenza dalla rete occorre valutare la presenza di segni e sintomi precisi: aumenta il tempo passato al computer, si perde man mano l’interesse per le attività della vita reale e per gli amici in carne e ossa a favore dei conoscenti “virtuali”, peggiorano i risultati a scuola o sul lavoro, compaiono aggressività, stanchezza, agitazione psicomotoria e modifiche del ciclo sonno-veglia. “Esistono vari tipi di dipendenza online, fra le più pericolose c’è la dipendenza dal sesso virtuale in cui il paziente passa il suo tempo a scaricare, utilizzare e commercializzare materiale pornografico. Altrettanto rischiosa la dipendenza cyber-relazionale, in cui i rapporti sociali virtuali prendono il sopravvento su quelli reali arrivando a destabilizzare la famiglia, e il net gaming, ovvero la dipendenza dai giochi in rete. In quest’ultimo caso il paziente non riesce a fare a meno di utilizzare siti per il gioco d’azzardo o per i giochi di ruolo. Oppure diventa dipendente dal cosiddetto web shopping compulsivo passando il tempo su siti di e-commerce. In questo caso spesso vi sono drammatiche conseguenze finanziarie, perché il cybernauta finisce per spendere moltissimo denaro sul web”, ha aggiunto Claudio Mencacci, presidente del congresso e direttore del dipartimento di Psichiatria dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano.

Altri pericolosi effetti delle dipendenze dalla rete non trattate si hanno in ambito relazionale. “Estraniandosi sempre più dalla vita reale spesso si destabilizzano i rapporti personali, in ambito lavorativo e scolastico. L’abuso del web distoglie dai propri impegni, e lo stravolgimento del ciclo sonno-veglia fa diminuire il rendimento in ufficio e in classe. Lo stesso avviene nell’ambito della salute, perché le ore trascorse al computer favoriscono la comparsa di mal di schiena, mal di testa, stanchezza oculare, tunnel carpale, irregolarità nei pasti e altri disturbi che possono compromettere il benessere fisico. Le cure più efficaci sono quelle utili nelle altre forme di dipendenza: dai trattamenti cognitivo-comportamentali, alla psicodinamica interpersonale, dalla terapia sistemico-relazionale ai gruppi di supporto. Negli Stati Uniti si utilizza anche il counseling online, che attualmente però è vietato nel nostro Paese per disposizione dell’Ordine degli Psicologi”, ha concluso Mencacci.

In alcuni casi la dipendenza da web diventa estrema e si manifesta con un totale ritiro sociale, il cosiddetto hikikomori: il disturbo è stato definito in Giappone, dove sono numerosi i casi di adolescenti che si rifugiano completamente nel mondo virtuale, ma sta dilagando in Cina, Corea, negli Stati Uniti e ora anche nel nostro Paese. “Probabilmente ve ne sono molti più di quanto sembra, ma l’attenzione non è stata ancora puntata su di loro e non sappiamo quale sia l’incidenza del problema. In questi casi il cybernauta si segrega dal mondo reale, affrontando i disagi dell’adolescenza con una strategia che di fatto costituisce una soluzione patologica a problemi fisiologici di questo difficile periodo della vita. La rete infatti consente di vivere secondo le proprie regole, desideri e fantasie sottraendosi al pericolo del temuto confronto con gli altri e al senso di inadeguatezza e vergogna che ne deriva. Per guarire oggi esistono due tipi di approccio: da un lato il trattamento medico attraverso psicofarmaci e psicoterapie, dall’altro la ‘risocializzazione’ ovvero l’accoglienza dell’hikikomori in comunità dove si trovano altri ragazzi e ragazze con lo stesso problema, in modo da facilitare il reintegro in attività sociali e consentire al paziente di capire che non è solo ed è possibile ‘guarire’ dal suo problema”, ha commentato Eugenio Aguglia, presidente della Società Italiana di Psichiatria.

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