Incontrare il medico a distanza? Sì, ma…

È indubbio il fatto che il Covid-19 ci abbia fatto toccare con mano l’utilità e le numerose potenzialità degli incontri a distanza: riunioni di lavoro su Skype, proiezioni di documentari con successivo dibattito stando comodamente a casa, esami universitari sostenuti in cucina… Io ho addirittura fatto uno spettacolo teatrale su Zoom!

Ovviamente la modalità da remoto solleva diverse questioni. Specialmente nell’ambito medico, in cui è acceso il dibattito sui pro e i contro del cosiddetto “e-health”.

Come riporta Ruggiero Corcella su Corriere Salute, secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano – che il mese scorso ha presentato la ricerca Connected care ed emergenza sanitaria – ben “un italiano su cinque vorrebbe utilizzare più servizi di comunicazione a distanza con il proprio medico curante” [1].

Per quanto io sia giovane, non mi sento propriamente “integrata” – come direbbe Umberto Eco – nei confronti di modalità comunicative non in presenza. Perché? Semplicemente perché mi piace la presenza umana in carne e ossa.

Mi piace entrare in contatto con l’Altro condividendo lo spazio fisico, mi piace l’occasione di ampliamento delle proprie visioni e prospettive che si viene a creare nell’aprirsi all’interlocutore, mi piace pensare all’incontro come ad una danza trasformativa che è composta da tanti elementi.

Le voci e le loro caratteristiche che s’intersecano, i movimenti delle mani che diminuiscono o ampliano un concetto espresso, la postura che può avanzare o indietreggiare, e poi gli occhi che esprimono i movimenti emotivi interni di una persona.

In ogni modo, non mi sento apocalittica nei confronti delle possibilità tecnologiche comunicative, cercando d’altro canto di comprendere cosa perdiamo della “fenomenologia dell’incontro” nel momento in cui al posto di una presenza fisica ci troviamo di fronte a uno schermo.

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Come già sottolineavano Nicolini e colleghi dell’Università di Trento in una delle primissime rassegne italiane sulla telemedicina, “la medicina a distanza potrebbe alterare la relazione tra i curanti e i malati” [2]. In che modo? Proviamo a considerare alcuni aspetti critici.

In prima battuta, la possibile esasperazione dell’atteggiamento paternalistico e autoritario del curante con conseguente “passivizzazione” della persona malata, con riduzione dell’attenzione sugli aspetti olistici del processo di cura, quali ad esempio la rassicurazione e il conforto.

Sono noti da tempo i risultati delle ricerche della canadese Wendy Levinson (nel filmato), professore di medicina all’Università di Toronto e pioniere nello studio della comunicazione medico-paziente: questi ultimi sarebbero meno portati ad avviare contenziosi medico – legali e/o a muovere denunce se “a livello interpersonale si sono sentiti accolti, rassicurati, confortati e ascoltati” [3].

In seconda battuta, il rischio costante di violazione della privacy. Nonostante esistano raccomandazioni e regolamenti per arginare il problema, è reale la possibilità che la riservatezza dei dati personali e sanitari dei pazienti venga violata, intenzionalmente o per semplice errore umano, sia durante l’incontro vero e proprio di telemedicina sia durante la trasmissione delle informazioni a distanza o in sede di archiviazione della cartella clinica ad esempio [4].

Certo non vanno trascurate le molteplici opportunità di una implementazione digitale in sanità, prime fra tutte l’eliminazione delle lunghe liste d’attesa e la possibilità di accedere a esami e referti direttamente online.

Inoltre, un coinvolgimento dei pazienti nella “digitalizzazione della salute” sembra essere oggi desiderio comune: basti pensare alle recenti “Raccomandazioni delle Associazioni dei Pazienti per lo sviluppo della Digital Health” [5] che mirano a contribuire attivamente alla progettazione e allo sviluppo di una nuova normalità digitale con al centro il paziente e il curante anche in ambito tecnologico.

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Alla luce della mia esperienza da paziente, però, resto convinta della necessità di andare con i piedi di piombo sulla diffusione indiscriminata di “incontri a distanza”, se prima non affrontiamo le numerose problematiche relazionali già presenti nella modalità “faccia a faccia”; altrimenti il rischio di un inasprimento delle stesse – a mio avviso – è forte.

Comprendo e apprezzo “lo spirito tecnologico dei nostri tempi”, ma mi chiedo anche se prima di sederci belli comodi dietro uno schermo non dovremmo soffermarci, almeno per un attimo, a riflettere sulle lungimiranti parole di Charles Dickens:

Electric communication will never be a substitute for the face of someone who with their soul encourages another person to be brave and true.” [6]

Nicole Smith

Fonti:

  1. R. Corcella, “Un italiano su 5 vorrebbe utilizzare app di messaggistica per comunicare con i medici”, Corriere della Sera, 17 giugno 2020
  2. D. Nicolini, A. Bruni, R. Fasol, “Telemedicina: Una rassegna bibliografica introduttiva”, Quaderni del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, n.19, Univerità degli Studi di Trento, 2003
  3. W. Levinson, “Physician-Patient Communication, A Key to Malpractice Prevention”, Journal of the American Medical Association (JAMA), November 23, 1994
  4. Redazione, “Covid-19, boom telemedicina ma privacy a rischio. Gli esperti: possibili maxi multe per i medici”, Sanità Informazione, 19 maggio 2020
  5. Digital Health Academy, “Le Raccomandazioni delle Associazioni dei Pazienti per lo sviluppo della Digital Health”, Fondazione MSD, Luglio 2020
  6. http://www.dickens-online.info/charles-dickens-quotes.htm

Collaboratore di Brainfactor, Nicole Smith è autore, insieme a Davide Basso, di Quel qualcosa in più, docu-film che cerca di mettere in luce le numerose sfumature presenti nel “rapporto tra i camici e i pigiami”.

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