Il cervello e la coscienza: BrainFactor intervista Giovanni Berlucchi

Il cervello e la coscienza: BrainFactor intervista Giovanni Berlucchi.Come afferma Eric Kandel, “il concetto di coscienza pone una serie di fondamentali interrogativi alle teorie biologiche della mente”. Quanto e in che modo la coscienza umana è accessibile all’analisi delle neuroscienze? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Berlucchi (nella foto), professore di Fisiologia al Dipartimento di Scienze Neurologiche e della Visione della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Verona, fra i relatori dell’evento dedicato alle “Grandi domande della mente” che si svolgerà venerdì a Verona nel contesto di Infinitamente 2010.

Dopo la laurea in medicina a Pavia nel 1959, il Prof. Giovanni Berlucchi ha lavorato come ricercatore CNR con Giuseppe Moruzzi all’Istituto di Fisiologia dell’Università di Pisa, con il Nobel per la Medicina Roger W. Sperry al California Institute of Technology, con James M. Sprague alla University of Pennsylvania. Professore di Fisiologia prima all’Università di Siena, poi a Pisa, infine, dal 1983 a Verona, il suo campo di ricerca riguarda da più di 40 anni le basi nervose della cognizione e del comportamento, con interessi specifici per l’attenzione visuospaziale, le interazioni e le differenze funzionali fra gli emisferi cerebrali, lo schema corporeo. Socio di prestigiose istituzioni, fra cui l’Accademia dei Lincei, l’Academia Europaea, l’Istituto Veneto di Lettere Scienze ed Arti, l’Istituto Lombardo di Scienze Lettere ed Arti, la Society for Neuroscience, è stato Presidente della Società Italiana di Fisiologia e membro di comitati scientifici internazionali fra i quali il Council of the European Neuroscience Association, il Committee of the European Brain and Behaviour Society, il Council of Scientists of the Human Frontier Science Organization, il Governing Council of the International Brain Research Organization, l’Executive Board of the International Council for Science (ICSU), nonché “Editor-in-Chief” della rivista Neuropsychologia e “receiving editor” di Experimental Brain Research e dell’European Journal of Neuroscience. Numerosi i libri e gli articoli pubblicati sulle più importanti riviste scientifiche internazionali. Nel 2007 l’Università di Pavia gli ha conferito la laurea ad honorem in Psicologia.

Professore, proprio qualche giorno fa Ray Tallis ha sostenuto sul New Scientist che “non troveremo mai la coscienza se la cerchiamo nel cervello”, non tanto per i limiti degli attuali strumenti di indagine, tecnicamente superabili, quanto perché “alla base dell’assunto dell’esistenza di una correlazione fra coscienza e attività cerebrale vi sarebbe una profonda confusione filosofica”…

Dal punto di vista linguistico credo che sia giusto limitare l’uso della parola coscienza per riferirsi alla persona intera, cioè corpo e sistema nervoso. Dire che un cervello mantenuto attivo in un vaso ha una coscienza non ha molto senso, e ancora meno ha senso attribuire a un tale cervello una responsabilità morale. Ha senso però ricercare i correlati cerebrali della coscienza in pazienti in stato vegetativo, o in stato di minima coscienza, o nella sindrome locked-in, o in stati di impossibilità di controllo nervoso del corpo, come SLA, paralisi diffuse ecc. Se non altro per stabilire i confini entro i quali ciascuno di noi possa decidere, quando sia cosciente, di che fine vuole finire. Laddove manca il comportamento o altri indici corporei della coscienza, peraltro tutti sotto controllo nervoso, l’esistenza della coscienza può essere individuata solo tramite l’analisi dell’attività cerebrale. Può esistere un cervello funzionalmente attivo senza coscienza, ma non esiste una coscienza senza un cervello funzionalmente attivo, e sfido chiunque a smentirmi.

Allo stato dell’arte della ricerca neuroscientifica, quali sono le ipotesi più accreditate sulle basi neurofisiologiche dell’esperienza cosciente? Anche la coscienza, come le altre funzioni cognitive, è tendenzialmente “localizzabile” nel cervello o rintracciabile nelle dinamiche del network neuronale?

Semplificando al massimo, sappiamo che condizione necessaria ma non sufficiente perché si sia potenzialmente coscienti è il sostegno cosiddetto “non specifico” fornito all’attività dei sistemi talamo-corticali da parte del tronco dell’encefalo e dell’ipotalamo. A loro volta, i contenuti della coscienza sono determinati dalle attività specifiche e localizzate della corteccia cerebrale. La coscienza istantanea ha una capacità limitata di contenuti e i limiti dipendono dall’attenzione e dalla memoria di lavoro. Necessario ed indispensabile per l’esistenza della coscienza è il concorso di entrambe le attività: aspecifiche e specifiche. La coscienza è servita da sistemi neuronali distribuiti nell’encefalo, a livello corticale e sottocorticale. Una lesione anche non estesa del tronco dell’encefalo o dell’ipotalamo elimina la coscienza poiché interrompe le proiezioni aspecifiche ai sistemi talamo-corticali concentrate in queste regioni. Diversamente da ciò una lesione corticale deve colpire l’intera corteccia per abolire la coscienza. Ad esempio, persone con un solo emisfero cerebrale sono coscienti.

Nell’attuale armamentario delle neuroscienze, quali sono i metodi e gli strumenti di indagine d’elezione nello studio della coscienza?

Anzitutto bisogna distinguere fra la nostra specie e gli altri animali. La questione della coscienza animale è complicata di per sé stessa… La differenza fondamentale è che la nostra capacità di comunicare con gli animali è enormemente inferiore a quella di comunicare con la nostra specie. Il liguaggio umano è ovviamente un metodo eccellente, ma non sufficiente, per lo studio scientifico della coscienza umana, che però per avvenire al meglio deve utilizzare tutti i metodi a nostra disposizione, da quelli comportamentali e psicofisici a quelli elettrofisiologici classici a quelli strumentali moderni e ultramoderni.

Come possiamo distinguere sperimentalmente l’esperienza cosciente dall’esperienza non cosciente?

Con l’introspezione e l’analisi della nostra azione per quanto ci riguarda, con vari metodi per quanto riguarda gli altri. Molto illuminanti per la distinzione sono le dissociazioni (alcune delle quali del tutto normali) fra varie forme di comportamenti finalistici e i concomitanti stati di coscienza rivelati dall’autore o autrice del comportamento medesimo.

Quali sono le condizioni patologiche più comuni del livello e dei contenuti della coscienza?

Le più gravi sono quelle a cui accennavo in apertura di intervista. Poi vi sono alterazioni meno gravi, per esempio legate all’epilessia, o a disfunzioni locali della corteccia che producono agnosie specifiche, come l’eminegligenza spaziale in cui una metà del mondo “cessa di esistere”.

Secondo Lei , quando riusciremo a spiegare con le leggi della natura materiale anche fenomeni fra i più complessi e personali quali coscienza e autocoscienza, ci sarà ancora posto per una dimensione spirituale dell’umano?

Il fatto che oggi stesso io sono convinto che una bella intelligenza dipenda dal cervello non diminuisce per niente la mia ammirazione per quell’intelligenza, e non credo che le cose cambieranno se e quando si conosceranno tutti i meccanismi cerebrali dell’intelligenza.

Possiamo concludere, con John Searle, ritenendo la coscienza “ontologicamente soggettiva, epistemologicamente oggettiva”?

Mi trova d’accordo.

Intervista realizzata da Marco Mozzoni il 22/01/2010 © BRAINFACTOR Cervello e Neuroscienze

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