Il cervello Decisionale

Il cervello Decisionale.Con l’articolo di Mauro Maldonato sul “Cervello Decisionale” si apre la seconda giornata dell’iniziativa di BrainFactor per la Settimana del cervello (12-18/3/2012) “L’Alfabeto del cervello”, patrocinata anche quest’anno da Dana Foundation e realizzata in collaborazione con la Società Italiana di Neurologia (SIN) e con il Dipartimento di Neuroscienze e Tecnologie Biomediche (DNTB) dell’Università di Milano Bicocca.

In circa mezzo secolo abbiamo imparato molte più cose sul nostro cervello dei cinquemila anni precedenti. Eppure, nonostante gli enormi progressi conoscitivi determinati dalle nuove metodiche di brain imaging e da innumerevoli ricerche empiriche, alcuni aspetti del suo funzionamento restano ancora avvolti nel mistero. Tra questi vi è il comportamento decisionale. Infatti, sebbene estremamente familiare, sappiamo ben poco della natura di una decisione e quasi niente delle sue conseguenze inintenzionali.

Prima di diventare oggetto delle scienze cognitive, il tema della decisione ha interrogato pensatori d’ogni epoca: filosofi, matematici, economisti, politologi. Almeno fino alla metà del secolo scorso, il modello della decisione razionale corrispondeva, per lo più, agli assiomi del teorema di Bayes (dal nome dal matematico e pastore presbiteriano che lo introdusse nel XVIII secolo), che ha rappresentato per molto tempo non solo il modello per derivare giuste conclusioni sulle probabilità di un evento, ma anche il paradigma teorico per tutte quelle forme di conoscenza in condizioni di incertezza.

Intorno alla metà del ‘900, Neumann e Morgenstern, attraverso la teoria dell’utilità attesa, fornirono fondamenti normativi alla scienza economica, conferendole caratteri di rigore, di eleganza formale e indipendenza dalla soggettività del decisore. Nella loro visione, gli individui posti di fronte ad alternative rischiose decidono tendendo a massimizzare la propria utilità. Una decisione razionale, dunque, corrisponde a procedure formali coerenti espresse attraverso una rigorosa sequenza di assiomi che rappresentano, più che un modello astratto, un vero e proprio paradigma.

La fragilità empirico-predittiva delle teorie normative rispetto al comportamento decisionale degli individui nel mondo reale non tarda a rivelarsi. Attraverso brillanti esperimenti ed originali elaborazioni concettuali, gli psicologi cognitivi evidenziano come, nel valutare e decidere, le persone commettano frequenti errori in contesti di velocità e di rischio. Anzi, che ogni decisore sia costantemente esposto a una sorta di regolarità dell’errore. Herbert A. Simon è tra i primi a revocare in questione la validità della teoria della razionalità normativa e a chiarire come il processo decisionale sia fortemente condizionato da rappresentazioni e percezioni distorte del rischio che rendono altamente improbabili risposte ottimali. Di più. Al di là dei dati a disposizione (informazioni statistiche su avversità, concorrenti, incidenti e così via), le decisioni vengono influenzate anche da fattori soggettivi e interindividuali: la volontarietà dell’assunzione e della valutazione del rischio, l’impatto dell’ambiente, il timore per le conseguenze possibili sul futuro, il coraggio del decisore e altro ancora. Inoltre, non disponendo, nella maggior parte dei casi, di informazioni sufficienti o altri elementi utili per valutare il rischio, il decisore ricorre a informazioni e conoscenze derivanti dalla sua esperienza diretta, da conoscenze sofisticate, pregiudizi, supposizioni o deduzioni derivanti da ciò che sa al momento, dall’urgenza della scelta, da ciò che ricorda, che ha sentito dire su fonti di rischio.
    
Queste asimmetrie tra i modelli della scelta razionale e i comportamenti concreti delle persone dipendono dalla presenza di regole di razionalità e di criteri di scelta informali determinati dall’interferenza di elementi cognitivi e di contesto nella valutazione del problema e delle informazioni disponibili. Daniel Kahneman e Amon Tversky hanno individuato le cause della natura subottimale delle scelte nei modi di rappresentazione del problema e nell’elaborazione cognitiva delle informazioni. Le loro ricerche mostrano come gli individui tendano a rappresentarsi gli eventi non attraverso calcoli oggettivi, ma secondo i ricordi più strutturati; o, a causa della paura, secondo vere e proprie rappresentazioni di contrasto. Sperimentalmente hanno osservato che i ragionamenti fatti da individui comuni in condizioni di incertezza sarebbero analoghi ai ragionamenti fondati su presunte certezze. In realtà, in uno schema in cui la mente costruisce uno o più modelli che definiscono il contesto o il problema, o in cui si rappresenta ciò che gli appare vero e non ciò che gli appare falso, ogni modello rappresenta un’alternativa equivalente. Nel formulare i propri modelli mentali, i decisori non si concentrano sulle informazioni implicite, ma sulle informazioni esplicite di tali modelli. Questo potrebbe spiegare sviste e distrazioni che causano incidenti anche gravi. In una decisione la “messa a fuoco” di un problema genera distorsioni rilevanti. La gran parte degli individui, infatti, per decidere focalizza la propria attenzione sulle variabili di quell’azione, cercando conferme e non informazioni per possibili alternative.
    
Negli ultimi anni, dall’incontro tra economia e neuroscienze cognitive è nato un programma di ricerca – la neuroeconomia – che sta producendo ulteriori elementi di discontinuità all’interno della concezione neoclassica dell’economia che circoscriveva il comportamento dell’homo œconomicus entro i rigidi vincoli di una razionalità formale (Camerer, Loewenstein e Prelec, 2005). Le metodiche di imaging funzionale hanno evidenziato come i processi decisionali attivino soprattutto due zone del cervello: lobo frontale e sistema limbico, una grossa circonvoluzione che costeggia il corpo calloso sulla superficie mediale degli emisferi e si prolunga inferiormente ad esso. A conferma di queste evidenze, sul piano clinico si è visto che lesioni del lobo frontale hanno riflessi non solo sulla capacità di prendere decisioni vantaggiose per se stessi e per gli altri, ma anche sull’appropriatezza sociale delle stesse decisioni. Danni neurologici a queste aree rendono del tutto irrilevanti l’intelligenza, la conoscenza, l’abilità nel manipolare la logica, il linguaggio. I pazienti diventano incapaci di assumere decisioni riguardanti il lavoro, le operazioni finanziare o le relazioni con gli altri. Essi perdono, inoltre, quelle funzioni cognitive complesse che consentono di reclutare informazioni sui modi di agire e di assumere decisioni in situazioni analoghe.
    
I risultati sperimentali della neuroeconomia stanno rivelando aspetti inediti sulla complessità delle decisioni umane, ma soprattutto revocano in dubbio uno dei postulati classici della scienza economica: il self-interest dell’homo œconomicus. Viene, infatti, da chiedersi: l’egoità del mero self-interest materiale e individuale sarà considerato ancora uno schema cogente dell’economia classica o un rischio nella prospettiva di un’economia concorrenziale? Il materialismo atomistico del self-interest sembra incompatibile con le nuove interazioni e sperimentazioni di psicologia ed economia, in particolare con la concezione dell’individualismo metodologico (Hayek, 1937), che pone la realtà individuale come unità di osservazione dell’intera ricerca economica. D’altro canto, una critica unilaterale del self-interest materiale condurrebbe ad una riaffermazione di una ‘socialità’ olistica, in cui è di fatto negato il ruolo fondamentale degli attori individuali, consumatori e imprenditori.

È evidente che, oltre la dimensione meramente scientifica, la ricerca neuroeconomica sollecita domande anche sui terreni epistemologici ed etici, con ripercussioni molto forti nel dibattito sulla coscienza e sul libero arbitrio. Indica infatti prospettive molto diverse, di quelle correnti, del libero arbitrio, della prevedibilità e delle determinazioni delle nostre decisioni. In un tempo segnato dall’incertezza e dalla scarsa prevedibilità, il libero arbitrio degli uomini diviene questione tanto problematica quanto cruciale. Nuove domande e nuove esplorazioni premono già alle porte della scienza, designando spazi transdisciplinari ben oltre le interazioni della neuroeconomia e della neuroetica.

Prof. Mauro Maldonato, MD, psichiatra
Università della Basilicata

Bibliografia di approfondimento

1. Camerer C., Loewenstein G. e Prelec D. (2005). Neuroeconomics: how Neuroscience can inform Economics. In “Journal and Economic Literature”, vol. 43, n. 1, pp. 9-64.
2. Hayek F.A. von (1937). Economics and knowledge. In “Economica”, n.s. IV, n. 13, pp. 96-105; rist. in Hayek F.A. von, Individualism and economic order, Routledge & Sons, London, 1949.
3. Maldonato M. (2010). Decision Making. Towards an Evolutionary Theory of rationality. Sussex Academic Press, Brighton.
4. Neumann J. von e Morgenstern O. (1947). Theory of Games and Economic Behavior, Princeton University Press, Princeton.
5. Kahneman D. e Tversky A. (1984). Choices, values and frames. In “American Psychologist”, vol. 39, pp. 341-350.
6. Simon H. (1955). A Behavioral Model of Rational Choice. In “Quarterly Journal of Economics”, vol. 69, n. 1, pp. 99-118.

Tutti i diritti riservati (C) BRAINFACTOR 2012  

 

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