Giudizio morale, come acquisiamo i concetti di bontà e cattiveria?

Acquisiamo molto presto determinati concetti di bontà e cattiveria morale che poi manteniamo per tutta la vita? Oppure acquisizione e sviluppo della facoltà di giudizio morale sono caratterizzati da radicali cambiamenti nei concetti morali fondamentali?

Ad affrontare queste domande è uno studio sperimentale recentemente pubblicato sulla rivista Journal of Experimental Child Psychology, firmato dai ricercatori dell’Università di Trento (Polo di Rovereto) Francesco Margoni e Luca Surian.

Lo studio riporta che anche i bambini più piccoli, di soli tre anni, in un compito adeguatamente semplificato, riescono a esprimere un giudizio morale che riflette la presenza in loro di concetti morali che secondo alcune teorie dovrebbero svilupparsi solo qualche anno più tardi.

Ma andiamo per gradi e vediamo come questo dato sia rilevante per valutare opposte ipotesi relative allo sviluppo del giudizio morale.

Quando giudichiamo una persona o un’azione come moralmente approvabile o disapprovabile prendiamo in esame per lo più due informazioni: intenzioni e conseguenze. Ovvero consideriamo se chi ha agito aveva o non aveva un’intenzione negativa e se le conseguenze delle sue azioni sono piacevoli o spiacevoli per gli altri (ad esempio, se l’azione ha causato un danno a detrimento di qualcuno).

Se l’adulto e il bambino dai cinque anni in su giudicano per lo più sulla base delle intenzioni, il bambino più piccolo, di tre e quattro anni, secondo molti studi tende invece a dare maggiore peso alle conseguenze. Il caso del danno accidentale è utile a chiarire il punto.

Immaginiamo un individuo che correndo per raggiungere un secondo individuo inciampa e urtando quest’ultimo lo fa cadere procurandogli una ferita. Assumiamo pure l’assenza dell’intenzione di causare un danno. Il bambino più grande, prendendo in esame le intenzioni dell’individuo, lo giudicherà non colpevole moralmente. Diversamente, il bambino più piccolo, focalizzato sulle conseguenze negative, sarà portato a condannare l’individuo.

Un tale cambiamento nel giudizio e nel ragionamento morale attorno ai quattro anni è senz’altro interessante per lo psicologo sperimentale. Ma più interessante ancora è come spiegarlo. Vi sono almeno due proposte: quella che prevede un ‘cambiamento concettuale’ e quella che invece prevede ‘continuità concettuale’ (per un approfondimento si veda Margoni, 2018).

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Secondo l’ipotesi del cambiamento concettuale, il bambino più piccolo possiede concetti di bontà e cattiveria morale radicalmente diversi rispetto a quelli posseduti dal bambino più grande e dall’adulto. Il bambino piccolo possiederebbe concetti basati sulle conseguenze per cui, ad esempio, è moralmente cattivo chi, di fatto, provoca un danno.

Diversamente, il bambino più grande sviluppa (attraverso l’interazione con i pari) un concetto di cattiveria morale basato sulle intenzioni per cui è cattivo chi mostra di avere l’intenzione di provocare un danno. La diversità nel repertorio concettuale posseduto spiega così la diversità nel giudizio.

L’ipotesi della continuità concettuale prevede invece che il bambino piccolo possieda gli stessi concetti posseduti dal bambino più grande ma ancora non riesca a esprimerli nelle proprie valutazioni poiché una serie di abilità necessarie alla generazione e formulazione di un giudizio morale basato sulle intenzioni non sono in lui ancora pienamente sviluppate.

Tra queste, fondamentale è la capacità inibitoria, ovvero la capacità, nel contesto del giudizio morale, di inibire una risposta prepotente basata sulle conseguenze e selezionare una risposta basata sulle intenzioni. Tale capacità si sviluppa appunto durante l’età prescolare.

Inoltre, i compiti generalmente utilizzati per indagare la capacità di giudizio morale nei bambini prevedono di ascoltare una storia (ad esempio un caso di danno accidentale), comprenderla, tenere in memoria le informazioni rilevanti (relative agli stati mentali del protagonista), e rispondere alla domanda dello sperimentatore che chiede un giudizio sulla qualità morale dell’azione o del protagonista della storia. Tutte operazioni che richiedono uno sforzo cognitivo non indifferente, specialmente per un bimbo di tre anni.

L’idea dello studio condotto a Rovereto è stata quella di semplificare il compito di giudizio morale per verificare la presenza di una valutazione nei bambini più piccoli simile a quella presente nei bambini più grandi. In particolare è stato facilitato il processo di generazione della risposta, fornendo al bambino una sorta di training sulla domanda.

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Ai bambini (un gruppo di 75 bambini dai 3 ai 5 anni) sono stati mostrati due filmati: un caso di danno accidentale (intenzione neutra, conseguenza negativa) e un caso di danno tentato ma non riuscito (intenzione negativa, conseguenza neutra). Nel primo caso, un pupazzo vuole giocare con la torre costruita da un secondo pupazzo, nell’avvicinarsi inciampa e la manda in pezzi. Nel secondo caso, il pupazzo tenta di rompere con un martello la torre ma non ci riesce, e la torre rimane in piedi.

Dopo i filmati, al bambino veniva chiesto di inserire il pupazzo nella scatola dei pupazzi buoni o in quella dei pupazzi cattivi. I bambini familiarizzavano con il processo di generazione della risposta poiché in due momenti preliminari dovevano classificare altri due pupazzi in maniera a simile a quanto richiesto durante la fase test.

Ad esempio, nella prima parte dei filmati il secondo pupazzo costruiva la torre; il filmato era messo in pausa dopo la costruzione della torre e al bambino era chiesto di giudicare se il pupazzo fosse ora triste o allegro mettendolo nella scatola dei pupazzi tristi o in quella dei pupazzi allegri. Il bambino faceva così esercizio di attribuzione di uno stato mentale e classificazione sulla base di questa attribuzione. In sostanza, faceva esercizio di tutte quelle operazioni coinvolte poi anche nella fase di risposta alla domanda sulla moralità del pupazzo.

Nel compito così semplificato buona parte dei bambini – anche quelli più piccoli, di tre anni – ha generato giudizi morali basati sulle intenzioni, ovvero ha giudicato cattivo il pupazzo che aveva tentato di danneggiare e buono quello che solo accidentalmente aveva mandato in pezzi la torre. Diversamente, in un secondo esperimento in cui il compito non era più semplificato, i bambini di tre anni non hanno generato un giudizio basato sulle intenzioni.

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I risultati suggeriscono che nei bambini più piccoli vi siano gli stessi concetti morali presenti nei bambini più grandi e negli adulti. Anche se molto spesso non riescono a esprimere un giudizio morale basato sulle intenzioni a causa della complessità cognitiva dell’operazione, i bambini di tre anni possiedono concetti di bontà e cattiveria basati sulle intenzioni.

Un classico caso in cui la prestazione non riflette la competenza. Utile però a far chiarezza sulla natura dello sviluppo e dell’acquisizione della capacità di giudizio morale. Sembrerebbe che con lo sviluppo non si vada incontro a un cambiamento nei concetti morali fondamentali, ma che, piuttosto, questi siano presenti in noi sino dalla prima infanzia.

Francesco Margoni, PhD

Bibliografia minima

Margoni, F. (2018, a cura di). Il bambino di Platone. Psicologia e filosofia a confronto sull’origine e lo sviluppo della cognizione morale. Bologna: Le Due Torri.

Lo studio

Margoni, F. & Surian, L. (2020). Conceptual continuity in the development of intent-based moral judgment. Journal of Experimental Child Psychology, 194, 104812.

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