Generazione Brainwashing

Linguaggio manipolativo e lavaggio del cervello ai giorni nostri

Quando una persona non si sente per nulla manipolata, vivendo quanto imposto da altri come la propria intima e autentica verità, siamo ben oltre la manipolazione: è lavaggio del cervello. Così si esprime, in una battuta, Kathleen Taylor, neuroscienziata dell’Università di Oxford, in apertura di “Brain Washing” [1], fortunato volume sulla “scienza del controllo del pensiero” con cui ha anticipato con grande tempismo le principali dinamiche dell’attuale stato di cose.

Ma non serve andare troppo lontano o attendere le analisi di chi ci succederà per avere chiavi di lettura altrettanto espicative dell’oggi, perché la storia sembra ripetersi (e non è per niente inutile ripeterlo, a quanto pare). Con contenuti diversi, certo, ma replicando forme intrinseche note.

Già ai primi del Novecento, ad esempio, il nostro Camillo Berneri, a proposito dei cosiddetti “nemici del popolo”, sentenziava che questi sono in realtà “il politicante, il parolaio che esalta il proletariato per esserne la mosca cocchiera, che denuncia come controrivoluzionario chiunque non sia disposto a seguire la corrente popolare nei suoi errori e gli sviluppi tattici del giacobinismo” [2].

Le tecniche di manipolazione, alla fine, sono sempre le stesse e sembrano funzionare in ogni ambito dell’esperienza umana, dalla politica alla pubblicità, dalle organizzazioni terroristiche alle sette, religiose o meno che siano. E cioè:

  1. isolare le “vittime” dai precedenti contesti di rierimento;
  2. controllare le loro percezioni, pensieri e azioni;
  3. seminare incertezza sulle precedenti convinzioni;
  4. instillare il nuovo credo attraverso la ripetizione;
  5. utilizzare le emozioni per indebolire le vecchie certezze rinforzando le nuove.

In altre parole, sfruttare le debolezze umane a proprio tornaconto, specialmente in periodi di grande confusione e instabilità, dosando astutamente il grado di coercizione. Non serve la tortura, quando si può ottenere lo stesso risultato con metodi meno grossolani. Per rinfrescarci ancora un po’ la memoria, guardiamo quanto erano raffinate le tecniche asiatiche di “rieducazione”, nel resoconto del 1961 dello psichiatra americano Robert Jay Lifton [3]:

  1. controllo delle comunicazioni individuali col mondo esterno;
  2. manipolazione mistica capace di evocare schemi di comportamento che sembrino spontanei;
  3. richiesta di purezza, per prevenire la contaminazione del gruppo da parte del mondo esterno;
  4. culto della confessione;
  5. culto della scienza sacra, con dogmi alla base dell’ideologia indiscutibili e “scientificamete esatti”;
  6. compressione di linguaggio e idee complesse in frasi brevi a effetto (clichés) che “troncano il pensiero”;
  7. primato della dottrina sulla persona, per la quale “il dogma è più vero e reale di qualsiasi esperienza individuale”;
  8. arrogarsi il diritto di controllare vita e destino sia dei membri che dei non membri.

E quando ti senti membro, fai parte di un “culto”, come spiega bene la Taylor, indicando le dinamiche caratteristiche di queste organizzazioni, tendenti nella maggior parte dei casi all’autodistruzione: ribellione all’autorità costituita; sviluppo di paranoia nella fase di istituzionalizzazione del movimento; pensiero utopico e dualistico (bene/male, buono/cattivo, salvo/dannato e chi più ne ha più ne metta).

I leader carismatici, spesso sofferenti di disturbi mentali, con un passato di povertà e disagio alle spalle, presentano generalmente se stessi come dei perseguitati, mentre i seguaci li divinizzano, considerandoli “mandati per cambiare le cose da una superiore autorità”, un tempo da Dio o dal fato, oggi dalle “forze della storia”.

Qualcuno si è chiesto se e in che caso, al netto delle associazioni negative, la manipolazione possa essere una forma legittima di persuasione. In “Discorso e manipolazione” il ricercatore Teun A. Van Dijk dell’Università di Barcellona cerca di definire i confini tra le due “arti”: nella persuasione gli interlocutori sono liberi di credere o agire a loro discrezione, in funzione di quello che accettano o meno degli argomenti proposti, mentre nella manipolazione si ritrovano in un ruolo puramente passivo.

“Ciò occorre – dice Van Dijk – tipicamente non soltanto quando i destinatari non comprendono le reali intenzioni del persuasore, ma anche quando non sono in grado di valutare adeguatamente tutte le conseguenze delle convinzioni e delle azioni indotte dallo stesso soggetto, che in questi casi abusa del proprio potere” [4].

Quali sono i modi più efficaci di abusare degli altri usando soltanto la parola?

In questo ci aiutano – come sempre – le neuroscienze, rivelandoci tra le altre mille cose come funzionano i processi cognitivi umani. La manipolazione lingustica parte dallo sfruttamento delle strategie semiautomatiche di ricezione del messaggio, gestite in prima battuta dalle memorie di lavoro e a breve termine, dove avvengono supposizioni veloci più che analisi complete e approfondite del discorso.

Il bravo manipolatore saprà allora alternare il proprio modo di parlare in funzione di quello che da un lato vuole far comprendere (con ritmo lento, pronuncia distinta, sintassi semplificata, termini alla portata di chiunque), dall’altro di quello che invece vuol nascondere per bene (con ritmo veloce, sentenze complesse, termini astrusi).

Se la manipolazione linguistica vuole avere effetti duraturi, farà leva poi sulle dinamiche della memoria a lungo termine e cioè sulle conoscenze, le attitudini, le ideologie, lavorando sui modelli mentali che strutturano le nostre esperienze e le nostre storie. Comprendere infatti non vuol dire associare semplicemente significati a parole, sentenze, discorsi, ma costruire modelli mentali nelle memoria espisodica, che includono le personali opinioni e le emozioni associate all’evento, a loro volta radici pulsanti delle future memorie, dell’apprendimento in corso, delle attitudini e delle ideologie che un giorno sentiremo nostre.

Ma non serve essere scienziati per manipolare le masse usando le paure del momento a proprio vantaggio. Da tempo psicologi e linguisti sgomitano per individuare gli elementi ricorrenti nel linguaggio dei venditori di fumo, facendone prontuari ancora oggi in voga presso certe agenzie. E allora eufemismi, ambiguità, generalizzazioni, populismi, doppi sensi, distorsioni, cancellazioni di pezzi di informazione, allusioni a sfondo sessista, fattualizzazioni di opinioni, uso del “noi”, orwellismi come “Il Ministero della Pace è l’istituzione che si occupa della guerra” sono tutti ingredienti buoni per cucinare la stessa ricetta. In certo modo anche il povero Erickson è stato rivoltato come un calzino e smerciato su instant book a grande tiratura per incrementare le vendite di rappresentanti sempre più aggressivi e affabulatori di folle.

L’ungherese Peter Furko [5] ha anche studiato i “marcatori pragmatici” del linguaggio manipolativo, una classe funzionale di elementi linguistici che non cambiano il senso della frase ma risultano essenziali nell’organizzazione del discorso, marcando appunto le attitudini del parlante alla proposizione espressa, facilitando così i processi di inferenza.

In altre parole, ci sono termini che segnalano il grado di confidenza, forte o debole, positiva o negativa, che chi parla ha nei contronti del messaggio, o che possono indicare la sua attitudine nei confronti della validità di certe informazioni. Qualche esempio per capirci meglio: certamente, davvero, voglio dire, sicuramente, e così via, eccetera, lo sai (lo “you know” inglese che va come il prezzemolo), fanno tutti parte di questi oggetti simbolici il cui uso può essere strategico in una conversazione orientata.

Come fare, allora, per non lasciarsi incantare dal pifferaio di turno?

La Taylor consiglia pensiero critico e tanto sano scetticismo, nei confronti di qualsiasi messaggio chiunque cerchi a tutti i costi di farci passare, anche nel contesto educativo per dire. In realtà non è così facile, perché dovremmo dubitare di tutto ciò che ci circonda, virtuale o in carne e ossa che sia, anche di ciò che è così diffuso che nemmeno più abbiamo sentore di notare.

Come i fast food, ad esempio. Due ricercatrici dell’Università dell’Ucraina [6] hanno indagato l’efficacia manipolativa di certi slogan che ormai diamo per scontati. Ecco rispuntare i quantificatori universali tanto cari al buon vecchio Grinder (tutti, sempre, di solito, mai), che danno l’impressione che nessuna eccezione sia possibile: “Always fresh. Never frozen. Famous Burgers and Fries” dice l’insegna di una nota catena.

Oppure le onnipresenti cancellazioni comparative, che comparano sì, ma con cos’altro non è dato sapersi: “Bigger, Better” recita lo slogan. E ancora, gli operatori modali di necessità (devo, dovrei) che danno l’idea di non poter rifiutare l’offerta, come nel caso di “The Way A Sandwich Should Be”. Ma chi l’ha detto? Su quali basi lo affermi? Per non parlare delle gloriose presupposizioni, come “Just like you like it”! Ma come fai a sapere come a me piace l’hamburger, se non mi conosci nemmeno?

Eppure, sembra ogni volta funzionare, se ogni volta la cassa si riempie…

E domani? È un altro giorno, si vedrà.

Note:

  1. Kathleen Taylor, “Brain Washing. The science of thought control”, Oxford University Press, frst published 2004, second edition 2017
  2. Camillo Berneri, “Umanesimo e Anarchismo”, Roma, Edizioni E/O, 1996
  3. Robert Jay Lifton, “Thought Reform and the Psychology of Totalitarism”, Norton, 1961
  4. Teun A. Van Dijk, “Discours and manipulation”, Discours & Society, Vol 17 (2): 359-383, 2006
  5. Peter Furko, “Manipulative uses of pragmatic markers in political discourse”, Palgrave Communications, 20 June 2017
  6. Nataliia Dobzhanska-Knight, Khrystyna Voitko, “Linguistic manipulative techniques in advertising slogan of fast-food restaurants”, East European Journal of Psycholinguistics, 4(2), 14–23, 2017

Articolo originale pubblicato su “Reputation Today” (n.20/2019), direttore scientifico Isabella Corradini, direttore responsabile Giuseppe de Paoli

Image credits: N-sky. Funny sheep, portrait of sheep showing tongue. Shutterstock.com

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