Filosofia del linguaggio: una ipotesi di metodo per le neuroscienze

Già con Aristotele e il suo famoso “triangolo” la filosofia ha iniziato ad interessarsi al rapporto tra parola e realtà. Autori come Frege, Wittgenstein, Quine, Kripke hanno fatto oggetto del loro lavoro nozioni come sintassi, semantica e riferimento. Da Chomsky fino ai giorni nostri, anche grazie a studiosi italiani quali Gennaro Chierchia, si è cercata la soluzione a questi problemi da un punto di vista naturalistico.

Specialisti del settore, come Vittorio Gallese, si sono spinti nell’impresa di dare al linguaggio ed alle nozioni elencate una caratterizzazione neurofisiologica. Di questi snodi e di un’ipotesi – forse azzardata – dello scrivente tratterà il presente articolo. Questo lavoro introduttivo sulla filosofia del linguaggio che ha tratto anche spunto dalla discussione sui neuroni specchio stimolata negli anni dalla rivista BrainFactor si prefigge un fine divulgativo ed è auspicabile che generi riflessioni ulteriori da parte di giovani studiosi.

Introduzione

La filosofia del linguaggio può dire essersi sviluppata attorno ad un assunto fondamentale: l’esistenza di tre piani linguistici. Il piano della proposizione, quello del significato e quello del riferimento. Unica piena eccezione a questo punto di vista risiede nella filosofia di Willard V.O. Quine [7,8]. Quine sembra pensare che le proposizioni, per arguirne il valore di verità, non debbano essere confrontate con la realtà una ad una ma trattate come un intero sistema. Ogni proposizione è parte di un sistema linguistico malleabile ed il cambiamento del valore di verità delle proposizioni empiriche alla periferia del sistema porta alla variazione di qualche altra parte del sistema stesso e viceversa [8].

L’articolo intende mostrare come un’ipotesi metodologica nata in seno alla filosofia del linguaggio possa avere implicazioni riguardanti la filosofia della mente e le neuroscienze. Verranno altresì vagliate in maggiore dettaglio le ricadute di questa ipotesi su un tema neuroscientifico attuale: il ruolo dei neuroni specchio nella produzione e comprensione linguistica e nel c.d. “action understanding”; infine verranno accennate ulteriori considerazioni di carattere generale in merito ai neuroni specchio nell’uomo.

L’ipotesi metodologica

Il significato o la semantica di una proposizione è ciò che della proposizione viene colto dalla mente (o cervello) per scopi comunicativi o che la mente costruisce per il medesimo motivo. Detto altrimenti, il significato è ciò che permette alla proposizione di dire qualcosa sulla realtà. Questa sorta di definizione molto larga è calcata sul modello wittgensteiniano nel quale una proposizione munita di senso è un’immagine della realtà [13], il riferimento ciò che una proposizione vera indica. Ciò che viene indicato può essere anche chiamato  “stato di cose”.

Per quanto riguarda le parole, il riferimento è l’oggetto a loro sotteso, per i predicati l’estensione ecc.; ciò che fa da medium può essere chiamato aristotelicamente immagine o – come sovente si usa – significato [1]. Ciò per rendere chiaro che dato uno stato di cose una proposizione può essere vera o falsa a seconda che essa lo rappresenti correttamente o meno, secondo il suo senso. Quine nei suoi scritti [7,8] mette in dubbio la nozione di significato relegandola nel regno dei concetti oscuri. La disamina del filosofo ha due volti: quello distruttivo mostrato nel saggio “Due dogmi dell’empirismo” e uno costruttivo evidenziato nel testo “Parola e oggetto”. Nel primo testo, nonostante l’appello a nozioni di analiticità, sinonimia, definizione ecc. Quine mostra come sia praticamente impossibile definire correttamente e non circolarmente la nozione di significato, che viene sempre data per intesa in tutti i suoi usi.

In “Parola e oggetto” invece cerca, tramite l’espediente di una traduzione radicale da un idioma sconosciuto, di mostrare quali sono i significati, chiamati da lui “significati-stimolo”, che realmente appartengono al bagaglio di una pratica condivisa come quella comunicativa. Tuttavia è nella familiarità linguistica di ogni parlante l’importanza che la nozione di significato riveste nel costituire un ponte tra la sintassi e la realtà che ci circonda. Le difficoltà di trattare in maniera unitaria sintassi e riferimento sorgono proprio dall’inafferrabilità del collegamento semantico.

Il riferimento purtroppo cade sempre al di fuori dal piano ontologico sul quale giacciono sintassi e significato. Si può dire, anzi, che solitamente la sintassi vista in modo chomskyano [3] appartiene al piano ontologico cerebrale, il significato a quello mentale e il riferimento giace sul quello della realtà. In termini elementari è difficile sfuggire dalla percezione che uno stato di cose che vogliamo nominare con una proposizione sia collocato fuori di noi, che il significato sia qualcosa che riusciamo a cogliere con la nostra facoltà linguistica e che il modo di combinare correttamente proposizioni è qualcosa che possediamo di natura e che la capacità di produrre sequenze di suoni grammaticali sia qualcosa che vada di pari passo con lo sviluppo cerebrale infantile [4].

Se proviamo a proiettare questi tre livelli su un unico piano, quello cerebrale ad esempio, le difficoltà illustrate sembrano sparire. L’ipotesi può essere traslitterata così: il cervello umano produce tutto ciò che riteniamo reale e i soli input che riceviamo sono quelli sensoriali cioè semplici fenomeni fisici come radiazioni luminose, movimenti di particelle ecc. che il cervello assume, integra, elabora e rappresenta dando vita a fenomeni quali percezione, emozioni e funzioni cognitive superiori. Da ciò si può arguire che riferirsi a qualcosa tramite proposizione da un lato perde la sua problematicità. Il fuori è qualcosa, infatti, di rappresentato dal cervello ad un determinato livello di elaborazione. Dall’altro rende necessario ricalibrare i concetti principali della filosofia del linguaggio. Se è possibile naturalizzare il linguaggio in questo modo allora il problema metodologico sparisce e l’unico sussistente è quello di trovare il modo in cui le varie facoltà cognitive sono relate e organizzate.

Ora proverò a dare uno schizzo di come possano idealmente essere trattate la sintassi, il significato ed il riferimento, nell’ottica nella quale ci siamo posti. Prendendo come livello base quello cerebralista, il riferimento in una proposizione è semplicemente ciò che il cervello produce e dal quale può attingere attraverso la memoria per rappresentare il mondo esterno a partire da input sensoriali. Il significato, diversamente, è ciò che del mondo esterno viene utilizzato dal cervello non semplicemente per scopi rappresentativi ma per gli scopi vitali dell’organismo di cui fa parte; anche qui la memoria e il modo di interrelarsi in vere e proprie reti, nella vita quotidiana, dei singoli oggetti e immagini di stati di cose [13] hanno un ruolo fondamentale assieme al processo di categorizzazione.

In ultima istanza la sintassi è invece un sistema combinativo, articolato naturalmente e storicamente  per l’espressione comunicativa dei significati e della messa a fuoco relativa dei riferimenti. Ora pensiamo agli oggetti immaginari (come il grifone) a livello semantico. Essi possono essere spiegati in quest’ottica come l’unione immaginaria felice di significati, per come li abbiamo definiti. Gli errori grammaticali come difetti combinatori in caso di mancanza di regole ferree; le problematiche del riferirsi a qualcosa tramite il linguaggio come imperfezioni semplici del nominare e dell’indicare. Ad esempio, per un oggetto mai visto prima posso avere un significato che funga da link per recuperare una parola ma il link può non essere totalmente affidabile. Ritenere, come sovente si fa, il riferimento di un predicato come la sua estensione, in quest’ottica è errato ma utile.

Perché le proposizioni abbiano logicamente un valore di verità definito è necessario che si adottino insiemi e classi di appartenenza di argomenti. Ma sotto un punto di vista naturalista viene da chiedersi per il determinarsi di una qualsiasi verità se ciò sia auspicabile. Ciò perché il significato che fa da medium in una proposizione lega la struttura sintattica non a insiemi ma a rappresentazioni. Sul piano semantico trattare insiemisticamente parole e sintagmi è importante per la precisione del linguaggio ma non ne rende giustizia a livello naturalista [2,3]. Da questo punto di vista anche il modo fregeano di trattare i predicati come funzioni che associano ad ogni argomento un determinato valore di verità può essere inteso con maggiore semplicità e, di nuovo, senza far ricorso a nozioni insiemistiche [2].

La differenza tra sensi che corrispondono ad una ed una sola denotazione si può enucleare pensando che più di un “significato cerebrale” può legarsi ad un medesimo riferimento cerebrale [4]. Se si da licenza a questa spiegazione, il famoso esempio di Fosforo ed Espero, la stella del mattino e la stella della sera, può essere così illustrato. Finché non si abbia una buona sicurezza se non certezza che Espero e Fosforo siano uno ed un solo astro il sistema linguistico adotterà due “significati cerebrali” per due distinti “riferimenti cerebrali”. Quando Espero e Fosforo verranno finalmente considerati due momenti di visibilità del pianeta Venere allora o si potrà considerare “la stella della sera” e “la stella del mattino” come due significati cerebrali distinti per un medesimo oggetto o pensare che almeno in questo caso i significati cadano e che Espero e Fosforo siano nomi propri, designatori rigidi per oggetti [4,5].

I neuroni specchio

La posizione di Gallese et al. [20, 21, 24, 25] sul linguaggio prelude a quanto appena accennato, ma appare essere riduttiva per un fenomeno di grande portata come quello linguistico. Ritenere la componente motoria sufficiente e non solo parte della produzione e comprensione linguistica generale potrebbe essere di grande aiuto dal punto di vista sintattico. Tradurre fenomeni uditivi in fenomeni di produizione linguistica può essere una chiave d’accesso al modo in cui noi produciamo le combinazioni delle nostre proposizioni che sono, in modo innato, grammaticali.

La divisione in sintagmi a livello produttivo-motorio, in altre parole, sarebbe lo snodo principale per la comprensione e produzione linguistica [20, 21]. Studi e ipotesi recenti elaborate sotto la  guida del Gruppo di Parma hanno portato alla luce un modo di intendere il linguaggio tipicamente motorio. La percezione, comprensione ed in parte l’elaborazione semantica della facoltà linguistica verrebbe attribuita ad aree di competenza motoria. Un modello gettonato e semplice di comprensione linguistica postula che a partire da un ingresso uditivo, a esempio la parola “piede”, avvenga tramite appaiamento suono-codice motorio il riconoscimento di quell’input nelle aree motorie. Tale riconoscimento guiderebbe la scelta lessicale, “piede” e l’entrata lessicale, di conseguenza, troverebbe un’interpretazione semantica su un piano anch’essa di elaborazione motoria [20]. Di recente si sono conclusi un paio di esperimenti [24,25] che hanno fatto arguire tramite effetti di interferenza che i circuiti cerebrali necessari per il riconoscimento di un nome o di un verbo legato ad azioni eseguite con le mani siano in parte gli stessi o quantomeno strettamente collegati con quelli che mettono in opera l’azione in questione.

In ultimo, per coronare dal punto di vista evolutivo la teoria motoria linguistica, è stata sviluppata da Gallese la “neural exploitation hypothesis” [21]. Ques’ipotesi implica che circuiti neurali adibiti originariamente a scopi diversi da quelli linguistici siano stati recuperati nel corso dell’evoluzione per scopi comunicativi. Nello studio che contiene l’ipotesi, viene portata a vista l’intenzione di spiegare semantica e sintassi facendo appello all’attività di aree motorie chiamando in causa quella premotoria per l’implementazione sintattica, non intesa come l’unica area coinvolta naturalmente.

Dal punto di vista semantico le aree di condivisione linguistico-motoria sembrano confermare questo nesso tra la programmazione motoria e il linguaggio. Su queste basi viene data vita a un’ipotesi evolutiva. Il linguaggio umano si sarebbe sviluppato da gesti indicali in contesti sociali da gradini inferiori dell’evoluzione sulla base dello stesso apparato cerebrale pre-linguistico. L’ipotesi dello sfruttamento neurale, anche fuor dell’immaginario circa il ruolo dei neuroni specchio nella comunicazione verbale,  è interessante perché pone le origini di una facoltà complessa come quella linguistica nello sfruttamento orientato di un sostrato neurale già presente e dedicato ad altri compiti.

Purtroppo, poco viene detto sul piano del riferimento. Se l’ipotesi metodologica inerente la filosofia del linguaggio prima illustrata risultasse auspicabile allora il trattamento motorio della funzione linguistica risulterebbe povero, incompleto e confuso. Nulla si dice infatti del “riferimento” negli articoli. Se si guarda al “riferirsi a qualcosa” come uno tra gli scopi principali del linguaggio allora il vuoto nel concepire questa nozione sembra insanabile. Come ci si riferisce ad oggetti esterni quando si parla? E’ una domanda che richiede una risposta complessa.

Se si adotta l’ipotesi metodologica prima esaminata, il riferimento è qualcosa di interno alle capacità rappresentative del cervello umano ed eliminare questa dimensione linguistica conduce necessariamente a dover riprendere in considerazione che cosa in quegli esperimenti sul linguaggio si sia valutato. Qual è il livello di elaborazione dei riferimenti? Quale quello dei significati? Come vengono distinti anatomicamente e funzionalmente all’interno del cervello? C’è una reale distinzione? Come si costruisce un riferimento socialmente condiviso? Non è proprio dall’indicare dei primati che dovrebbe nascere il linguaggio?

La teoria linguistica fondata sulla scoperta dei neuroni specchio sembra fallire principalmente nello spiegare se i contenuti linguistici valgano come significati o come riferimenti e come fare a distinguerli all’atto pratico della rappresentazione cerebrale ed i modi in cui circuiti motori sfruttati diversamente conducano a elaborazioni di tale diversità. Questi sono i dubbi che sembrano sollevarsi con lincenza attorno allo studio del linguaggio come funzione del cervello umano.

Per quanto riguarda invece il ruolo dei neuroni specchio nell’action understanding, sintomo iniziale di questa grande stagione di studi, se si ragiona metodologicamente il concetto di “simulazione incarnata” può incorrere – a nostro giudizio – in alcune difficoltà. Questo perché è difficile sostenere l’esistenza estesa di meccanismi specchio di fronte alla grande particolarità con la quale noi riconosciamo, studiamo, e comprendiamo i movimenti altrui in quanto altrui, frutto di un’alterità del tutto unica e ritenuta tale.

Se ciò che vediamo è a livello cerebrale giacente su un piano rappresentazionale simile a quello in cui rappresentiamo noi stessi, allora più sarà simile a noi un’azione vista più vi sarà un effetto specchio. Ciò non toglie che per distinguerci dagli altri dobbiamo anche avere la capacità di tenere le informazioni loro riguardanti (fattezze, modo di agire, identità) come  altre da quelle individuali in qualità di osservatori. La simulazione incarnata, più che guidare la comprensione delle azioni altrui, sembra insieme agli effetti dell’empatia e dell’imitazione rilevati dal team di Parma essere un link originario per connettere il piano di rappresentazione individuale di una persona o animale (in tutti i suoi aspetti come oggetto esterno, come sé ecc.) [29,30,31] con il piano di rappresentazione cerebrale del mondo esterno, popolato da oggetti, consimili, non-consimili ecc.

Comprendere l’azione dell’altro significa discriminare quanto sia diversa dal modo in cui l’osservatore agisce. Se la diversità è minima allora è plausibile che nasca un fenomeno specchio e di simulazione incarnata [16,18,19]. Se la diversità è ampia, ma l’osservatore ha informazioni su quel gesto, allora la comprensione prenderà una via “non specchio”, in senso stretto. Se sono azioni sconosciute prenderà il via all’occorrenza un fenomeno di apprendimento che potrà o meno dare un’attivazione specchio. Sempre nella consapevolezza che esistano aree specializzate e adibite al riconoscimento e processamento delle azioni altrui [15,22,26,27].

Conclusioni

Immergersi nell’ormai vasto capitolo scientifico dei neuroni specchio è stato per chi scrive fonte di interesse per una promettente chiave di lettura di molti fenomeni complessi dell’umano interagire, almeno nelle sue fasi iniziali. Con questa riflessione mi auguro di avere portato un contributo di stimolo al dibattito e di essere riuscito a delineare una “congiunzione filosofico – scientifica” prodiga di ulteriori sviluppi.

Andrea Bucci

Bibliografia essenziale:

  1. Aristotele. Analitici primi, a cura di M. Mignucci, Loffredo, Napoli( 1969)
  2. Casalegno P. Filosofia del linguaggio. Un’introduzione.,Carocci (1997)
  3. Chierchia G.  Semantica. Il mulino. (1997)
  4. Frege G.  Su senso e significato in Logica e aritmetica. Boringhieri 1967.
  5. Kripke S. Nome e necessità. Bollati Boringhieri (1999)
  6. Pinker S. L’istinto del linguaggio. Mondadori (2009)
  7. Quine W.V.O. Traduzione e significato in Parola e oggetto Il Saggiatore, (1994)
  8. Quine W.V.O. Due dogmi  dell’empirismo in Filosofia del linguaggio.   Raffaello Cortina Editore (2003),
  9. Rizzolatti G., Sinigaglia C. So quel che fai. Raffaello Cortina Editore (2006)
  10. Kandel Eric R., Schwartz James H., Jessel Thomas M., Principi di neuroscienze. Terza ed. Casa ed. Ambrosiana. (2003)
  11. Wittgenstein L., Della certezza, Biblioteca Einaudi, (1999)
  12. Wittgenstein L. Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914 – 1916, Biblioteca Einaudi (1998)
  13. Caggiano V., Fogassi L., Rizzolatti G., Thier P., Casile A. Mirror neuron differentially encode the peripersonal and extrapersonale space of monkeys. Science (2009)
  14. Csibra, G.. Action mirroring and action interpretation: An alternative account. In Attention and Perfomnace XXII: Sensorimotor Foundations of Higher Cognition. (2007)
  15. di Pellegrino G., Fadiga L, Fogassi L, Gallese V, Rizzolatti G. Understanding motor events: a neurophysiological study. Exp Brain Res (1992)
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