Disturbi alimentazione, epidemia sociale?

Disturbi alimentazione, epidemia sociale?La prima Giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla” (15 Marzo) dà l’opportunità di fermarsi a riflettere sui Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), che restano ancora troppo spesso “nascosti” in una società che mette al primo posto l’apparenza, la bellezza, la popolarità, il successo a tutti i costi. Ma la crescente diffusione dei disturbi legati all’alimentazione e all’immagine corporea è un fenomeno allarmante, per il quale già si parla di epidemia sociale.

Nei paesi occidentali e industrializzati come l’Italia la diffusione dei DCA è in continuo aumento tanto da rappresentare un allarme sociale e uno degli indici di mortalità più diffuso tra le ragazze tra i 12- 25 anni. Troppo spesso la società ha osservato facendo finta di non vedere, preferendo allontanare il pensiero dell’anoressia e della bulimia da tutti quei contesti patinati e perfetti. Oggi, il mondo sta cominciando a cambiare prospettiva, e in Italia in particolare associazioni, campagne di prevenzione, autobiografie di ragazze che hanno combattuto e vinto la battaglia contro l’anoressia, blog e gruppi sui più conosciuti social network, si stanno diffondendo per sensibilizzare, prevenire e sostenere chi ne è affetto.

In questa sede vogliamo cercare di fornire un contributo per sensibilizzare le persone in occasione della Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla analizzando il tema dei DCA, senza la presunzione di esaurirlo in questa sede, ma cercando di “svelare” quello che forse ancora non si conosce o  si fa finta di non conoscere.

I DCA e l’immagine corporea

I disturbi dell’alimentazione, secondo il DSM-IV-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – NdR), sono caratterizzati dalla presenza di grossolane alterazioni del comportamento alimentare. Questa sezione dei disturbi comprende due categorie specifiche Anoressia Nervosa e Bulimia Nervosa. Caratteristico dell’Anoressia Nervosa è il rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra del peso minimo normale. La Bulimia Nervosa è caratterizzata da ricorrenti episodi di “abbuffate” seguiti dall’adozione di mezzi inappropriati per controllare il peso. Caratteristica essenziale comune ad entrambi i disturbi, è la presenza di una alterata percezione del peso e della propria immagine corporea (APA, 2000).

“L’immagine corporea non è una struttura innata e preformata, fissa e statica, ma una struttura altamente dinamica, dipendente dalla maturazione del sistema nervoso, dai vissuti psico-emotivi, dal livello di percezione senso-motoria, dai processi resi possibili dall’esperienza e dal continuo apprendimento motorio e posturale; opera sia a livello della nostra coscienza, sia al di fuori della nostra consapevolezza, nel privato e nello spazio sociale” (Schilder, 1935). Con la spiegazione di Schilder che sostiene la possibilità di poter pensare al corpo rappresentato mentalmente, si introducono due aspetti cruciali, che diventeranno in seguito oggetto di ricerca in questo settore, da una parte l’aspetto percettivo (che potrebbe anche non corrispondere al corpo reale) e l’aspetto relativo al corpo percepito. Questi aspetti sembrano collegati ai disturbi della condotta alimentare, in questi casi il corpo percepito potrebbe per esempio non corrispondere al corpo reale (dispercezioni dell’anoressica), oppure il corpo percepito si discosta dal corpo reale (elemento comune a tutti i disturbi dell’alimentazione).

La società moderna riveste un grande ruolo nel generare la ricerca del corpo ideale e l’immagine corporea è largamente influenzata da quello che la cultura considera esteticamente bello (Cattarin et al. 2000; Dohnt & Tiggerman, 2005). Diffondere la cultura del corpo perfetto è senza dubbio uno dei fattori di rischio che possono influenzare la tendenza a sviluppare Disturbi delle Condotte alimentari e anche Disturbi di Dismorfismo Corporeo. Quest’ultimo disturbo viene classificato dal DSM-IV-TR (APA, 2000) all’interno dei disturbi somatoformi, ossia quei disturbi in cui le manifestazioni sintomatiche prendono la forma di distorsioni o alterazioni somatiche, senza che sia possibile evidenziare una corrispondente lesione organica e in presenza di elementi che fanno supporre l’esistenza di meccanismi patogeni di tipo psichico. La distorsione dell’immagine corporea occupa un ruolo centrale nello sviluppo e nel mantenimento dei DCA. Talvolta capita che il soggetto posto davanti allo specchio riconosca di essere magro, ma abbia ugualmente la sensazione interiore di essere grasso. Sentirsi grassi così come vedersi grassi, contribuisce a a mantenere il disturbo e aumenta notevolmente il senso di paura provato. La percezione di un’immagine di sé grossa, gonfia o comunque sgradevole è talmente realistica e intensa che quei soggetti la credono reale, e dunque fanno il possibile per migliorarla. La dispercezione della realtà e dell’immagine corporea oltre ad essere uno dei sintomi che caratterizzano i DCA può, come citato in precedenza, divenire una patologia a se stante chiamata Dismorfismo Corporeo che nella nostra società spinge soprattutto le donne a ricorrere a chirurgia estetica, talvolta senza controllo, e gli uomini a ricercare una forma fisica possente e muscolosa, attraverso un allenamento straziante, mix di sostanze chimiche e anabolizzanti.
    
Il percorso che porta all’Anoressia Mentale comincia, in molti casi, con una dieta fatta quasi per”gioco”, che poi diventa sempre più una sfida ossessiva con la bilancia, verso la ricerca del peso perfetto (che generalmente è quello che si mantiene al di sotto del peso considerato normale) e con lo specchio, troppo spesso nemico, poche volte amico. Chi soffre di Anoressia Mentale non si sente  mai abbastanza magra e per cercare di controllare la propria immagine si sottopongono a diete ferree, anche a costo di morirne. La denutrizione cronica si accompagna ad un controllo spasmodico delle calorie e al timore, al panico di aumentare di peso. Esercitando il controllo sulla funzione alimentare, ci si illude di poter cambiare la propria vita ed alcune hanno per la prima volta la sensazione di avere una personalità; sentono di essere onnipotenti ed indipendenti. Un aspetto che sorprende chi osserva adolescenti e giovani anoressiche è la loro determinazione con la quale perseguono il loro ideale di magrezza e perfezione, non solo attraverso la restrizione alimentare ma, anche, adottando qualsiasi mezzo lecito o illecito. Dal procurarsi il vomito, all’uso di lassativi e diuretici, fino ad arrivare a compiere attività fisica in modo snervante. A dispetto della debolezza derivata dalla perdita ponderale, si costringono a prestazioni incredibili, dimostrando di vivere l’ideale della” supremazia della mente sul corpo”.

Spesso Anoressia e Bulimia si alternano ciclicamente: la persona anoressica che non riesce più a controllare la fame cede ai suoi bisogni e si punisce successivamente. I danni che una persona anoressica può riportare sono molto gravi, ma spesso non si conoscono totalmente, e riguardano: insufficienza renale, alterazioni cardiovascolari, anemia, cute secca, perdita di capelli, blocco del ciclo mestruale, metabolismo basale ridotto, alterazioni biochimiche le quali influiscono sul pensiero e sul comportamento. La Bulimia, caratterizzata da abbuffate e condotte di eliminazione o di compensazione, provoca danneggiamenti alla valvola cardiale, alle gengive e ai denti. In entrambi i casi la malattia può portare alla morte. Anoressia e Bulimia sono state considerate patologie che riguardano quasi esclusivamente le donne, anche se è presente nei maschi con prevalenza inferiore. Questa differenza di incidenza è tipica di svariate patologie, in questo caso sembra che le ragazze vedano con la pubertà uno straordinario modificarsi del loro aspetto corporeo. Nei maschi ci può essere il fenomeno di rapidissimo aumento di statura, una trasformazione della voce e della crescita della barba, che se pure importanti, hanno significato sessuale meno forte (Selvini Palazzoli, 1998). Nei maschi sembra più importante la dimensione dei muscoli, la forza,la potenza. A tal proposito si sta diffondendo tra i ragazzi e gli uomini la versione inversa dell’Anoressia, detta “Reverse anorexia” (Pope et al.,1993) nella quale la paura principale non è più quella di ingrassare ma di essere troppo smilzi,anche se possiedono una muscolatura regolare o molto consistente.

I Disturbi Alimentari potrebbero essere pensati come un iceberg, la punta che emerge in superficie e che è ben visibile rappresenta il sintomo espresso: il difficile rapporto con il cibo, la magrezza eccessiva, le abbuffate, ma al di sotto della linea del mare si nasconde una parte molto più ampia che arriva in profondità, nella quale si nascondono significati molto più importanti e complessi. Questa parte è difficilmente visibile ad occhio nudo, è un posto in cui fa freddo, non c’è calore, affetto, ma tanto dolore. Sono un modo per comunicare sofferenze e paure, perdite affettive importanti, abbandoni, abusi e traumi infantili; il cibo diventa un anestetico che permette di non sentire e di non pensare alla sofferenza.

“L’anoressia e la bulimia sono il sintomo tangibile di un sintomo che non si vede, di un disagio psicologico lungamente incubato, segno di una crepa nella memoria o nella vita familiare […] come un gatto inseguito dal grosso cane si arrampica velocemente in cima ad un albero, per cercare il rifugio e la protezione che non saprebbe trovare altrove. […] Da lassù è sicuro di avere un controllo totale del mondo sottostante.” (De Clercq, 1998).

I fattori di rischio

Le ricerche effettuate sulle cause indicano il ruolo potenziale di diversi fattori di rischio e fattori predisponenti che possono concorrere nello sviluppo dei DCA. Per fattore di rischio si intende un fattore (genetico, familiare, sociale, culturale ecc.) in grado di aumentare le probabilità che un determinato evento, o malattia in questo caso, si verifichi. È importante precisare, perché è facile giungere a conclusioni affrettate, che la presenza di un fattore di rischio aumenta la probabilità di ammalarsi, ma non è la sola causa di malattia.

Tra i fattori l’età di insorgenza ricopre u ruolo molto importante. L’adolescenza rappresenta una fase ricca di cambiamenti e di mutamenti sia fisici, psicologici, sia sociali. L’adolescenza in questo turbine deve riuscire anche ad affrontare compiti di sviluppo ben precisi, quali la costruzione della propria identità, l’indipendenza dalla famiglia e l’accettazione di un corpo, in particolare nelle ragazze,  che si modifica e prende le sembianze di quello di una donna e non più di una bambina (Maggiolini, Pietropolli Charmet, 2004). In questo momento di cambiamento il continuo confronto con i mezzi di comunicazione e anche l’identificazione con i coetanei, potrebbe portare l’adolescente ad emulare comportamenti nel tentativo di trovare quella sicurezza che non trovano in se stessi, non avendo ancora una personalità strutturata in modo stabile.

Anche la famiglia entra a far parte dei fattori di rischio dello sviluppo del DCA; essendo la prima agenzia di socializzazione ed il nucleo primario dello sviluppo dell’individuo, ha sicuramente una influenza sul disagio avvertito dal ragazzo/a. Tale disagio potrebbe essere accolto, gestito e affrontato o, in caso contrario negato, respinto o trascurato. I motivi per cui le famiglie tendono a comportarsi in modi così diversi di fronte al disagio si devono ricercare nella storia familiare, nei ruoli dei diversi membri della famiglia e nelle sofferenze che ciascun individuo in quanto tale affronta nel suo percorso di vita. L’importanza della famiglia nel condizionare lo sviluppo di un disturbo alimentare è un punto di partenza fondamentale per aiutare tutto il nucleo familiare a superare un momento di crisi generale, che si manifesta attraverso i sintomi di un membro ma che riguarda proprio tutti. In questa prospettiva i genitori non appaiono come colpevoli da punire, ma diventano importanti alleati nel processo di cambiamento, ed essi stessi attraverso il loro cambiamento, possono contribuire a modificare la malattia. Nella ricerca dei significati da dare al sintomo e alle difese della paziente, grande ricchezza deriva dal fatto di connettere le sue scelte soggettive con la storia familiare, il tutto nell’intrecciarsi delle concomitanze temporali (Selvini Palazzoli et al., 1998)

Per quanto rigurda le componenti socio-culturali le parole di Mara Selvini Palazzoli, scritte nel 1963, appaiono ancora oggi attuali ed esemplificative: “ […] oggi si chiede alla donna di essere bella, elegante e ben tenuta, di dedicare molto tempo alle cure della persona; ma ciò non le deve impedire di competere intellettualmente con gli uomini e con le altre donne, di far carriera, e anche di innamorarsi romanticamente di un uomo, di essere tenera e dolce con lui, di sposarlo, e di rappresentare il tipo ideale di moglie-amante e di madre oblativa, pronta a rinunciare ai diplomi faticosamente conseguiti per occuparsi  di pannicelli e faccende domestiche. Appare evidente come il contrasto fra tante e inconciliabili richieste, almeno teoriche, congiunte allo spirito di competizione, alla pretesa di precoce successo […], mettano a dura prova le adolescenti, specie le più sensibili, al loro presentarsi alla scena sociale”. A tutto questo dobbiamo anche aggiungere altri fattori che caratterizzano la nostra cultura: il mito della magrezza che viene esaltato ogni giorno dai mass-media, dalla moda; la propaganda pubblicitaria di diete e farmaci dimagranti; il continuo parlare in famiglia o con i coetanei di livelli calorici e di peso.

Per un atleta il fisico riveste una grande importanza in quanto è attraverso questo che si possono esprimere le proprie potenzialità. È bene fare una premessa facendo una distinzione tra esercizio fisico sano ed equilibrato, rivolto alla cura di sé, ad un potenziamento della propria vitalità e della propria immagine; da un altro modo di vivere lo sport patologico, in cui le pratiche legate all’allenamento diventano totalizzanti, da interferire con tutti gli aspetti della vita, come lavoro, studio, rapporti sociali e relazioni sentimentali, e nel quale l’investimento sull’immagine è assoluto (Stevani, 2006). Dalle ricerche iniziate negli anni ’80 in questo settore, sono emerse relazioni tra insoddisfazione corporea ed esercizio fisico, in particolare con lo studio di alcune caratteristiche di personalità (competitività, perfezionismo, ansia da prestazione) associate alla partecipazione ad uno sport, alla distorsione dell’immagine corporea e all’insorgenza di disturbi alimentari (Smolak et al., 2000; Acard et al., 2004; Thomas et al., 2005; Righam et al., 2006).

Gli sport che dalle ricerche sembrano collegati ad un’alta prevalenza di DCA e disturbi dell’immagine corporea sono: la danza (Bettle et al.,2001; Acard et al., 2004; Thomas et al., 2005; Righam et al., 2006), la ginnastica artistica (O’Connor et al.,1996), la corsa (Hulley& Hill, 2001), il body building (Pope et al., 2000; Pickett et al., 2005). Negli sport come il pattinaggio artistico, la danza, in cui il controllo del peso-forma per mantenere una prestazione ottimale è costante, il rischio di sviluppare DCA è legato alla forte pressione dell’ambiente, al continuo desiderio di migliorare sia la performance che la preparazione fisica. Nella danza, per esempio, la magrezza è ricercata al pari della flessibilità e della scioltezza dei movimenti, la danzatrice deve presentare una immagine corporea particolare, dovendo coniugare il mantenimento di un fisico adrogino, prepubere con le prestazioni atletiche. In essa convivono ideali assoluti di purezza, femminilità e perfezionismo ed in questo contesto altamente competitivo la probabilità di riscontrare DCA aumenta (Smolak et al., 2000; Acard et al., 2004; Thomas et al., 2005; Righam et al., 2006).

Lo sport può assumere un gran valore educativo, psicologico e sociale; attraverso lo sport e il confronto con i compagni si acquisiscono abilità e valori. Ma un ambiente sportivo carico di ambizioni, competizione, aspettative, modelli ideali da perseguire può trasformarsi in un terreno fertile per lo sviluppo dell’insoddisfazione corporea. Sarebbe efficace che allenatori, nutrizionisti e chi lavora nello sport promuovere nell’atleta un miglioramento della sua autostima e nella sua immagine (Stice, 2002), programmi di prevenzione, linee guida che abbiano come obiettivo la realizzazione di una buona armonia fra corpo, autostima e alimentazione.

Conclusioni

Con questo articolo non abbiamo la presunzione di esaurire il tema dei DCA. Siamo consapevoli che ancora molti punti andrebbero trattati. Si è voluto, piuttosto, fornire qualche spunto di riflessione per poterli avvicinare a tutti coloro che da tempo si battono per sensibilizzare e far conoscere alla popolazione questi temi. L’Anoressia e la Bulimia non sono patologie lontane dalla nostra quotidianità, non sono presenti unicamente sulle passerelle dell’alta moda, nelle famiglie benestati o nei corpi di ballo, sono molto più vicino. Chiunque potrebbe incrociare per strada una ragazzina visibilmente troppo magra, con gli occhi tristi e vuoti;  chiunque potrebbe avere un’amica che ha ossessioni per il cibo, tendenze troppo accentuate di perfezione; chiunque potrebbe conoscere genitori che non sanno più che fare di fronte ad un figlio o ad una figlia adolescente che ogni giorno rifiutando il cibo, rifiuta di vivere. Da quest’anno ci auguriamo che ogni 15 Marzo durante la giornata nazionale dedicata ai DCA si possa discutere, confrontarsi e soprattutto offrire un aiuto concreto e una speranza a tutti coloro che si trovano intrappolati nel vortice dei Disturbi Alimentari.

Come un ladro in piena notte arriva a passi silenziosi e ti deruba delle cose più preziose che possiedi, così la “bestia” dell’Anoressia e della Bulimia ti deruba della libertà e della voglia di vivere e di sorridere. A tutti coloro che stanno lottando contro questo ospite indesiderato, ricordiamo che chiedendo aiuto e non rimanendo rannicchiati in solitudine nel proprio dolore, si può guarire e tornare ad assaporare la vita; una vita che se anche non rispetterà i canoni dell’utopica perfezione, sarà comunque unica ed irripetibile, degna di essere vissuta.

Fabiola De Clercq (1998) afferma che “trasformare il dolore vuol dire sapere di disporre di una straordinaria forza, che, come è stata impiegata per mantenersi fedele ad un ideale esigentissimo come quello anoressico, potrà essere utilizzata per dare vita ad altri progetti, più piccoli ma questa volta non patologici. Significa sapere che se si è emersi dalla tragedia di un ricovero ospedaliero o dagli sforzi immani per procurarsi il vomito, si potrà affrontare a viso aperto qualunque prova che la vita ci sottoporrà. Significa aver visitato la terra desolata della solitudine, e conosciuto il calore dell’amicizia e della solidarietà. Gli occhi di chi ha esplorato i grigi abissi della malinconia, della depressione, dell’anoressia e della bulimia sapranno vedere e godere di tutti i colori del mondo”.

Samantha Bernardi
Psicologa, perfezionata in psicopatologia forense

Ambrogio Pennati
Medico psichiatra, Psicoterapeuta
Perfezionato in psicopatologia forense

Bibliografia

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