Dalle neuroscienze sociali nuova luce sull’autismo

Dalle neuroscienze sociali nuova luce sull'autismo.Già Aristotele nella sua Politica descriveva l’essere umano come animale sociale: egli con questa espressione non indicava solamente la tendenza della nostra specie a vivere in branco, ma anche quei processi tesi ad affinare le capacità percettive ed emotive con lo scopo di favorire il benessere dell’individuo, visto non più come singolo bensì come elemento della comunità in cui è inserito.

Nelle epoche successive pensatori, scienziati e medici hanno approfondito la conoscenza di questo affascinante aspetto della nostra psiche, fino ad arrivare al moderno concetto di empatia: essa è definita come la capacità di immedesimarsi nelle sensazioni provate da un’altra persona, estraniandosi momentaneamente dal proprio sé.

Un aiuto fondamentale per la comprensione di tale fenomeno è arrivato dalle moderne tecniche di analisi proprie delle neuroscienze cognitive, e dallo sviluppo di una branca specifica di tali discipline, le cosiddette neuroscienze sociali: gli studi si sono concentrati sull’empatia nei confronti del dolore, visto l’enorme impatto di questa sensazione nella vita di ogni essere umano e la relativa facilità nel costruire setup sperimentali per lo studio di tale complesso fenomeno.

Dolore che può essere studiato nella sua versione fisica (una contusione, un taglio, una bruciatura) o in quella sociale (abbandono, esclusione, perdita di una persona amata). Si è così osservato che, in maniera forse prevedibile ma al contempo molto interessante, il dolore sociale condivide con la controparte fisica neurotrasmettitori (oppioidi endogeni) e circuiti neurali (corteccia del cingolo dorsale e insula anteriore).

Come si rapportano le persone con autismo nei confronti del dolore altrui? Si è sempre pensato che i disturbi nello spettro autistico fossero caratterizzati da un deficit di empatia da parte dei pazienti, che quindi non sarebbero in grado di percepire negli altri il dolore, sia fisico sia sociale. I più recenti studi delle neuroscienze sociali sembrano invece mostrare una sfaccettatura di questo problema, gettando una nuova luce sulle patologie autistiche e fornendo importanti indicazioni  di cui tener conto durante l’approccio terapeutico.

Parliamo di queste recenti scoperte con Giorgia Silani (nella foto), responsabile del Laboratorio di emozioni collettive e neuroscienze cognitive sociali della Sissa di Trieste: “Quello che ha a lungo ingannato neuroscienziati e neuropsicologi è la condizione di comorbosità tra autismo e alessitimia. Tale patologia, che si presenta in circa il 40% dei casi di autismo, è caratterizzata dall’incapacità di mentalizzare gli stati emotivi, ossia di percepirli, riconoscerli e descriverli in maniera corretta”.

Tale incapacità riguarda sia la situazione del paziente (egli percepisce una variazione del proprio stato emotivo, ma non è in grado di attribuire a queste percezioni un’emozione ben definita) sia quella altrui (in questo caso, ad esempio, il paziente vede una persona che si taglia ma non sa dire che in quel momento la persona sta provando dolore). “In realtà – precisa Silani – i risultati di alcuni recenti esperimenti indicherebbero che i soggetti autistici – che non abbiano anche l’alessitimia – sono in grado di provare empatia nei confronti di terzi, sicuramente a livello di dolore fisico e forse anche a livello di dolore sociale”.

Questo porterebbe a un’obbligata rivisitazione di quelli che sono gli accorgimenti e le precauzioni da prendere nei confronti di un paziente autistico alla luce della sua capacità di percepire, non solo in se stesso ma anche nei confronti di terzi, dolore di tipo sociale. “Nei nostri studi con risonanza magnetica funzionale – prosegue Silani – che solitamente la diminuzione della capacità di distinzione di sé dall’altro è associata a una riduzione della funzionalità di un’area ben specifica della corteccia cerebrale, la giunzione temporo – parietale. Quello che vorremmo stabilire ora è se questo correlato neurosifiologico sia tipico anche dei pazienti che sviluppano autismo e alessitimia”.

Un altro filone di ricerca interessante, affrontato dal Laboratorio della Sissa, cerca di stabilire come i “giudizi empatici” possano essere influenzati dal trascorrere del tempo anche in soggetti sani: è fondata la nostra tendenza a considerare “egoisti” i bambini e gli anziani? L’uomo è “animale sociale” solo quando in grado di assicurarsi la sicurezza di sopravvivere, e quindi le fasce anagrafiche notoriamente più deboli lo sono di meno? Domande a cui le neuroscienze sociali intendono rispondere nel futuro prossimo.

Marcello Turconi

References:

  1. Bird G., Silani G., Brindley R., White S., Frith U., Singer T. Empathic brain responses in insula are modulated by levels of alexithymia but not autism. Brain, 2010, 133(5):1515-25.
  2. Eisenberg N.I. The pain of social disconnection: examining the shared neural underpinnings of physical and social pain. Nature reviews neuroscience, 2012: 1-14

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