Covid-19 e terrorismo internazionale

La situazione attuale, oggettivamente tragica, potrebbe generare delle esternalità negative ancora peggiori. Il presente studio origina dalle informative del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti per il pericolo di attacchi terroristici nel Nord Italia, allarme esteso poi a tutto il territorio nazionale.

Abstract

The current situation, objectively tragic, could generate even worse negative externalities. This study originates from the reports of the United States Department of State about the danger of terrorist attacks in Northern Italy, an alarm which could be extended to the whole national territory.

1. Introduzione

L’emergenza del COVID-19 (Nuovo Coronavirus) e la derivante parziale distrazione, nel senso più nobile del termine, delle Forze dell’Ordine dai loro doveri naturali e abituali potrebbe lasciare campo libero ai propositi criminali e stragisti dei gruppi terroristici.

La nota informativa emessa dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti esprime in tal senso, con le consuete fonti documentali, un monito e una segnalazione di attenzionamento teso, ovviamente, a porre in essere delle misure di natura preventiva.

L’OMS, sottoforma di dichiarazione pubblica, ha dichiarato come la questione COVID-19 possa rappresentare una disfunzionalità sociale provocante un danno maggiore del terrorismo internazionale.

E’ veramente così? Il terrorismo ora è silente, ma non è né morto, né infermo.

2. Covid-19 e target terroristico

La menzionata dichiarazione appare nella pagina del Governo USA, depositata nelle notizie classificate come di natura Consolare, legate ai rapporti e agli avvisi (il cosiddetto warning) relativi alle interazioni con gli altri Stati e agli spostamenti verso gli stessi. Il livello di allarme considerato è quello catalogato come di livello 3, passato velocemente al livello 4, contenente l’indicazione:

“L’Italia ha un rischio di vecchia data rappresentato da gruppi terroristici, che continuano a pianificare possibili attacchi.”

E’ evidente quindi che ci sia un pericolo altissimo di attentati, facilitati dal rischio contagio COVID-19, e dalla conseguente dislocazione logistica delle Forze Armate, costrette a occuparsi in maniera più diretta (si pensi per esempio alla verifica delle autocertificazioni per i movimenti della cittadinanza) e quasi continuativa (ovviamente non totalmente e palesando una grande elasticità anche attraverso l’utilizzo della tecnologia) degli spostamenti della popolazione, piuttosto che completamente alla lotta, e in questo caso alla prevenzione (così come sempre ottemperato nel migliore dei modi) dei crimini, di tutte le fattispecie.

Sappiamo inoltre, come indicato, che relativamente al terrorismo la necessità di un profilo comportamentale di carattere cautelativo sia assolutamente irrinunciabile e pregnante; abbiamo anche la cognizione di come la politica della prevenzione situazionale (Clarke, Newman, Cornish e Felson) abbia portato a contenere e talvolta a eliminare totalmente gli attacchi terroristici.

La storiografia relativa al fenomeno terroristico illustra, soprattutto in riferimento all’ISIS (caratterizzato da attacchi spesse volte estemporanei e realizzati con armi di opportunità, quindi di facile reperimento, se non addirittura di utilizzo definibile come “domestico”), come il protocollo del Dipartimento di Stato sia concretamente associabile a:

  • mezzi di trasporto: questa categoria è definibile come altamente sensibile, vista la necessità dell’utilizzo degli stessi per certi tipi di spostamenti;
  • centri commerciali: questi luoghi di aggregazione forzata sono tra i più sensibili nel momento attuale, considerata l’esigenza di acquisti per mera sussistenza (questi spazi appaiono essere come i bersagli più suscettibili di attenzionamento);
  • strutture del Governo centrale e locale: anche questi edifici, rappresentanti fisicamente lo Stato e le Istituzioni sono tra i target potenzialmente eleggibili per un’azione terroristica, anche in considerazione del loro valore simbolico, descrivibile in letteratura criminologica preventiva come iconico;
  • hotel, ristoranti, bar, scuole, università, mercati rionali, località turistiche, luoghi di culto, parchi e centri adibiti a ospitare manifestazioni sportive (al momento attuale osservano la chiusura forzata e sono logicamente privi di personale e avventori, con conseguente rischio quasi pari a zero);
  • aeroporti: insieme ai centri commerciali e agli edifici pubblici, anche la situazione nelle aerostazioni sembra essere tra le più critiche per le intrinseche fattezze attinenti la componente strutturale e la mole di passeggeri presente, nonostante la limitazione degli spostamenti.

La dottrina della prevenzione situazionale, a base di qualsiasi politica preventiva impone lo studio di quattro elementi definibili come di opportunità: bersagli, condizioni facilitanti, armi e strumenti. Nella condizione attuale la capacità di analisi criminologica consente di proferire un giudizio di alta pericolosità direttamente connesso ai bersagli, agli strumenti e alle condizioni facilitanti. Si è in presenza della menzionata ampia dislocazione delle Forze di Sicurezza impegnate nelle citate attività solitamente molto meno assorbenti, con la consequenziale possibile falla nella gestione degli obiettivi classificabili come a rischio.

Il modello proposto, basato sull’osservazione scientifica, evidenzia quindi un contesto di possibile criticità. In aggiunta, vista la quasi dicotomia organizzativa tra le operazioni terroristiche dell’ISIS e quelle di al Qaeda, il “fattore armi” per le fattezze proprie dell’ISIS risulta essere di rilievo, mentre un atto posto in essere da al Qaeda pare al momento qualificabile, con tutte le riserve possibili e le limitazioni predittive, come inverosimile.

Non vi è comunque una chiara indicazione delle sigle che potrebbero innescare eventi terroristici e questo, fattore importantissimo, è un elemento generante una maggiore allerta: da dottrina criminologica siamo a conoscenza di come ogni gruppo abbia infatti le proprie peculiarità, e avere un’idea della provenienza della minaccia è sempre stata una condizione che ha facilitato l’applicazione di un mirato profilo preventivo.

In questo caso non siamo in possesso di queste informative e da questo discende immediatamente come le eventuali misure da predisporre siano di difficile determinazione, anche in considerazione della totale, e ovvia, impossibilità di difendere tutti gli obiettivi nello stesso momento.

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nella sua comunicazione è stato particolarmente chiaro: in Italia è presente un rischio terrorismo, a breve e a lunga scadenza, e senza una matrice definita e definibile.

3. Covid-19 e terrorismo internazionale: un problema (solo) italiano?

Affrontando il tema del COVID-19 si impone una riflessione sul ruolo delle Istituzioni Comunitarie nella gestione di questa emergenza, anche in funzione del menzionato rischio, sicuramente amplificato, di una minaccia terroristica.

In questo momento storico si possono dare poche risposte in considerazione dell’attualità delle problematiche affrontate, ma gli interrogativi, spesso e volentieri, possono essere indicatori e fautori delle aree nelle quali un intervento preventivo è maggiormente richiesto e auspicabile.

Il primo quesito è se l’Unione Europea sia ora e nei fatti una “catena di Stati” o se la “catena” sia presente solo quando il problema arrivi a coinvolgere la totalità degli Stati membri. Il COVID-19 è al presente una preoccupazione di tutti, ma se fosse rimasto confinato solo in Italia? E il terrorismo? Si stanno predisponendo le misure adatte?

Il secondo interrogativo riguarda i flussi migratori. Abbiamo dei dati certi, scientifici, sanitari, sui luoghi e sulle condizioni di partenza delle ondate migratorie? Pare proprio di no. Gli sbarchi sono cessati? Non lo sono, ma sono lontani al momento dall’attenzione dell’uomo comune. I terroristi potrebbero gestire le suddette migrazioni per favorire il contagio nelle Nazioni Europee? E ancora, quando si avrà “il picco” negli altri Stati Europei, si assisterà a una fuga indiscriminata verso l’Italia, dove presumibilmente ci sarà una riduzione della fase acuta nel breve periodo?

L’ultima domanda riguarda la politica di sicurezza comune e la sicurezza sociale, nazionale e internazionale. Il COVID-19 uccide, il terrorismo pure. I medici combattono contro il virus, e le nostre Forze dell’Ordine combattono anche contro il contagio, sulle strade, in tutte le forme, come sempre hanno fatto.

L’Unione Europea sta tenendo in considerazione gli effetti di questo consistente dislocamento forzato in un’ottica di prevenzione terroristica? L’ECTC ha divulgato in via formale diverse raccomandazioni dichiaranti la costante necessità di sostegno e cooperazione; la speranza è che la loro implementazione sia fattuale e nel brevissimo periodo.

4. Conclusioni

Il COVID-19, oltre a rappresentare una imponente calamità sanitaria (e ovviamente sociale), potrebbe favorire la slatentizzazione di cellule terroristiche attualmente dormienti e la loro conseguente azione violenta perpetrabile contro molteplici obiettivi (maggiormente esposti rispetto al passato recentissimo), il tutto nel breve e nel lungo periodo.

La distrazione sociale e l’attenzione puntata contro un killer subdolo e silenzioso come il virus potrebbe portare, per le motivazioni esposte derivate dall’applicazione delle specifiche della dottrina della prevenzione situazionale, a un maggiore accesso agli obiettivi (target) dei gruppi terroristici, tenendo anche nella dovuta considerazione il fatto che l’impiego massiccio delle Forze di Sicurezza per compiti di controllo del territorio potrebbe avvantaggiare l’insorgere di quelle condizioni facilitanti che nella scienza criminologica rappresentano una peculiarità operativa del think terrorist.

Marco Soddu, MA, Ph.D.

Bibliografia

Libri

  • Derek B. Cornish, Ronald V. Clarke and Marcus Felson, Opportunity Makes the Thief: Practical Theory for Crime Prevention. (Police Research Series Paper 98.) London, UK: Policing and Reducing Crime Unit, Home Office Research, Development and Statistics Directorate, 1998.
  • Derek B. Cornish, Opportunities, precipitators and criminal decisions: A reply to Wortley’s critique of situational crime prevention, Wichita State University and Jill Dando Institute of Crime Science and Ronald V. Clarke -Rutgers University. Edited by Martha J. Smith and Derek B. Cornish, Crime Prevention Studies, vol. 16, 2003.
  • Ronald V. Clarke, Graeme R. Newman, Outsmarting the terrorists, Praeger Security International/Global Crime and Justice, Westport, Connecticut, 2006.
  • Ronald V. Clarke, Situational Crime Prevention: Successful Case Studies, 2nd Edition, Albany, NY: Harrow & Heston, 1997.
  • Ponti, G., Merzagora, I. (2008). Compendio di criminologia Milano: Cortina Raffaello Editore.
  • Soddu, M. (2016). Terrorismo, pericolosità sociale e recidiva. Pisa: Pacini Giuridica Editore.

Riviste e Periodici

  • Il profilo del riconvertito in ambito detentivo – Criticità e prospettive di intervento. BrainFactor, ISSN 2035-7109 – Settembre 2018.
  • L’Imam e la pratica Islamica in ambito carcerario – Una proposta operativa contro la radicalizzazione. BrainFactor, ISSN 2035-7109 – Giugno 2018.
  • Prisonizzazione e reclutamento terroristico. BrainFactor, ISSN 2035-7109 – Febbraio 2017.
  • La questione migratoria. Dal dato detentivo alle possibilità di intervento. BrainFactor, ISSN 2035-7109 – Luglio 2015.
  • Il pensiero terrorista. BrainFactor, ISSN 2035-7109 – Febbraio 2014.
  • L’organizzazione del gruppo terrorista. BrainFactor, ISSN 2035-7109 – Febbraio 2014.
  • Prevenzione situazionale e terrorismo. BrainFactor, ISSN 2035-7109 – Aprile 2014.

Atti e siti istituzionali

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